La Stampa, 20 giugno 2026
Marco Materazzi ricorda il mondiale del 2006
Oggi restiamo a guardare gli altri. Per il terzo Mondiale di fila. Un’attesa che fa sempre più male, quando si avvicina il ventesimo anniversario dall’ultima Coppa del mondo alzata al cielo dagli azzurri. E tra i protagonisti assoluti di quella squadra c’era anche Marco Materazzi, nella finale di Berlino contro la Francia sembra di rivedere il film di tutta la sua carriera: il fallo da rigore, il gol del pareggio, la testata di Zidane, la rete segnata alla lotteria dei rigori che ha portato la Coppa in Italia. Una carriera ora raccolta in un’autobiografia («MM23») diversa dalle altre grazie alle possibilità concesse dalla realtà aumentata: «Si tratta di un regalo che ho fatto a me e a tutta la mia famiglia, è nata con questo spirito. L’integrazione al testo della tecnologia mi ha permesso di rivivere anche fisicamente tutta la carriera, sono tornato su luoghi che non vivevo da tempo e ho rivisto tanti compagni di viaggio. Ripenso a Lippi, Moratti, Mourinho... Ma anche Collina, con cui mi scambiai la maglietta proprio al termine di una partita in cui venni espulso. E ancora Del Piero, Gattuso, Buffon...».
Materazzi, scelga uno di questi incontri, magari quello che l’ha stupita di più...
«I contenuti sono stati fatti tutti da me, l’intervista che forse mi ha sorpreso di più è quella con Del Piero, la bandiera della squadra più distante da me in assoluto. Io e lui però siamo stati solo rivali, mai nemici. E alla fine penso di avergli fatto un bel complimento, dicendogli che non sapevo se fosse stato più forte in campo o più intelligente fuori».
Pensa che sarebbe adatto al ruolo di presidente della Juve?
«Sì, ma non so se accadrà. L’ho sempre detto, talvolta chi ha fatto la storia dei club rischia di togliere luce ad altri dirigenti quando poi si ritirano. Guardate Maldini al Milan, ha fatto un lavoro incredibile, ha vinto lo scudetto, poi è stato trovato il modo di mandarlo via. Da interista sono contento, eh. Però...»
E sempre da tifoso ha detto che Ibrahimovic si sta rivelando il più grande interista di sempre.
«Beh, da calciatore è voluto andare via e ha fatto arrivare da noi Eto’o. Poi ora al Milan succede quello che succede. La mia è solo una battuta, però mi sembra bella».
Vent’anni dalla vittoria del Mondiale. Che cosa resta?
«Emozioni che non svaniranno mai. L’impresa che abbiamo compiuto è ancora impressa negli occhi di tutti noi e pure di chi faceva il tifo. Provo un gran dispiacere nel vedere che i bambini di oggi non possano vivere tutto questo».
Come si spiegano tre Mondiali senza l’Italia?
«È una questione generazionale, di sicuro non penso che la colpia sia di Gattuso o dei giocatori perché nella partita secca può succedere di tutto. Il problema è alla base del sistema, ci sono troppe regole sbagliate che non permettono al movimento di svilupparsi».
Come se ne esce?
«A livello politico deve arrivare qualcuno di estraneo alla classe dirigente del calcio che è sempre la stessa, si esce dalla porta e si rientra dalla finestra, non cambia mai niente».
Un nome?
«Secondo me una ventata di aria nuova la darebbe Malagò, i risultati li ha sempre portati anche negli altri sport. Una figura come lui può essere d’aiuto. A patto che voglia riformare davvero il calcio».
Proviamo a riavvolgere il nastro al 2006. Nel suo Mondiale ci sono tre momenti chiave. Il primo: Italia-Repubblica Ceca, Nesta si fa male, entra Materazzi e segna subito.
«La svolta di tutta la mia carriera in azzurro e non solo del mio Mondiale. I precedenti non erano buoni, penso al 2002 o a Euro 2004. E c’era tanta pressione, sostituire Nesta che insieme a Maldini è stato il difensore più forte di sempre, ti mette timore. Poi in Nazionale non è come nel club, riparti sempre da zero, devi inserirti tra tante correnti diverse. Ogni errore lo paghi. Ma il gol mi ha agevolato, sono convinto che per salire fin lassù ci sia stata mia mamma a spingermi. Poi dopo un bel contrasto su Nedved si è fatto tutto in discesa. Fu una vittoria decisiva, evitare il Brasile era importantissimo».
Seconda istantanea: Italia-Australia e quell’espulsione a inizio ripresa.
«Il mio percorso è fatto di tante cadute. Ringrazio ancora Totti per aver segnato il rigore allo scadere, mi ha salvato, sarei tornato a essere il solito Materazzi criticato da tutti».
E poi la finale. La testa e la testata, da cosa cominciamo?
«È tutto collegato. Prima del gol commisi il fallo da rigore su Malouda, secondo me non c’era ma almeno Elisondo non mi ha ammonito ed è stato un dettaglio fondamentale. Poi rischio pure l’autogol, era tutto in salita ma quella rete che ho segnato ci ha rimesso in piedi. La Francia faceva paura, era tosta ma pure noi lo eravamo. E alla fine è successo quello che è successo con Zidane».
La testata più famosa nella storia del calcio.
«Sì, ma non per colpa mia. Lo si vede benissimo, il mio unico intento era quello di non farmi mettere in difficoltà, magari con astuzia e malizia. Ma qualcuno si è sentito superiore a me, io arrivo dalla strada e ho soltanto risposto alle sue di provocazioni».
Di quella notte di Berlino le resta anche il dischetto del rigore. Come le è venuto in mente di prenderlo?
«In realtà non l’ho preso io, è un regalo che mi è stato fatto da Andrea il maitre di Coverciano, me l’ha consegnato dopo 6-7 mesi dentro carta stagnola come se fossero polpette (ride). C’erano ormai pochi ciuffi con il gesso, ma l’ho subito messo in una teca di vetro e lo custodisco gelosamente ancora oggi».