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 2026  giugno 20 Sabato calendario

"Squilibrio insostenibile" Bruxelles prepara la difesa contro le merci cinesi

Un miliardo di euro al giorno di deficit commerciale, gonfiato da sussidi pubblici che distorcono il mercato, da una sovraccapacità produttiva, da un controllo delle terre rare e da una sottovalutazione della moneta che distorce ulteriormente il mercato. L’Unione europea ha deciso di affrontare in modo più strutturato il problema Cina, sfruttando un momento inedito: per la prima volta, tutti i suoi Stati membri hanno registrato un deficit commerciale con Pechino (è successo nel 2025, dopo che la bilancia ha cambiato segno anche per Irlanda e Lussemburgo).
I capi di Stato e di governo Ue ne hanno discusso nella notte tra giovedì e ieri, chiusi nella stanza del Consiglio europeo, senza telefoni per essere più concentrati e per evitare fughe di notizie. Due ore di confronto hanno permesso di arrivare a una conclusione: non bisogna rompere i rapporti con Pechino, ma anzi cercare un dialogo, tenendosi però pronti ad adottare le misure di difesa necessarie per proteggere i propri interessi. L’Ue ha già una serie di strumenti a sua disposizione, ma i leader hanno chiesto alla Commissione di integrare la cassetta degli attrezzi con altre “leve” da azionare in caso di necessità.
Ursula von der Leyen ha spiegato che l’esecutivo europeo «lavorerà su nuovi strumenti, come ad esempio uno strumento di diversificazione» con l’obiettivo di «ridurre i rischi». La presidente della Commissione ha ricordato che «abbiamo già una vasta gamma di strumenti, accumulati negli ultimi anni, ma ora dobbiamo utilizzarli in modo più proattivo e strategico per difendere i nostri interessi». Tra le ipotesi circolate in questo senso, c’è anche quella di accelerare e ampliare le indagini di mercato – sulla falsariga della Sezione 301 del Trade Act statunitense. Altre indiscrezioni parlano di una possibile introduzione di dazi sulle vetture ibride plug-in provenienti dalla Cina, oltre a quelli già in vigore sulle elettriche.
Per il momento, von der Leyen si è limitata a parlare solo della possibilità di introdurre un nuovo strumento per favorire la diversificazione delle forniture: «Aiuterà le aziende a ridurre più rapidamente il rischio. Negli ultimi anni, la reazione ai rischi non è stata abbastanza rapida e adeguata». Palazzo Berlaymont aveva anche valutato l’ipotesi di imporre alle imprese di rifornirsi da almeno tre Paesi per determinate componenti critiche, anche se le resistenze emerse all’idea sembrano scoraggiare un intervento in questa direzione. Meglio muoversi nel campo degli incentivi, anche se questo potrebbe creare disparità tra i singoli Stati membri, penalizzando quelli che non hanno sufficiente spazio di bilancio per concedere aiuti di Stato.
Un documento circolato nelle scorse settimane – sottoscritto da Italia, Francia e Paesi Bassi – chiedeva misure più incisive, ipotizzando persino dazi sulle singole imprese e non ai singoli Paesi. Non sembra esserci il consenso necessario per spingersi fin lì, anche perché la Germania resta più cauta degli alleati.
Ma anche Berlino oggi sembra aver rivisto la propria posizione, decisamente più intransigente. «Quando vediamo singoli Paesi che rappresentano il 13-14% della domanda mondiale e contemporaneamente oltre il 30-40% della produzione industriale – ha fatto presente il cancelliere Friedrich Merz –, quando cioè si sovvenzionano sistematicamente capacità produttive eccessive, e quando tutto ciò è accompagnato da una valuta che non è liberamente convertibile e da mercati dei capitali chiusi verso l’esterno, allora ci troviamo di fronte a distorsioni della concorrenza che non vogliamo semplicemente accettare». Tra i più dialoganti c’è il premier spagnolo Pedro Sanchez, ma nel dibattito dell’altra notte la posizione di Madrid è parsa piuttosto isolata e la linea dura sembra prevalere.
È invece emersa una chiara spaccatura tra i Ventisette nella sessione del Consiglio europeo dedicata al prossimo bilancio pluriennale, alla luce della proposta di compromesso presentata dalla presidenza cipriota. Il fronte dei Paesi mediterranei e dell’Est Europa ha chiesto di mantenere le risorse per agricoltura e coesione, mentre la Germania e i Frugali chiedono di tagliare l’ammontare totale del budget settennale che – nella versione sul tavolo – ammonta a 1.947 miliardi di euro.