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 2026  giugno 20 Sabato calendario

Russell Page, l’impressionista del verde che non ebbe mai un giardino

Russell Page (1906-1985), è stato il paesaggista e creatore di giardini più influente del XX secolo. Ha lavorato in Europa e negli Usa, dove compie la sua ultima fatica che, negli anni Settanta, corona una serie di occasioni pubbliche mancate come l’area verde delle Halles a Parigi, la città da fondare in Australia o l’articolato complesso per Teheran, tutti rimasti sulla carta. Si tratta del giardino della sede della PepsiCo a Purchase, New York, in cui viene coinvolto dal 1978. L’acme del fantastico landscape di graminacee e boschi, oltre al lungo viale dorato e all’opera rossa di Calder su un sipario di abeti azzurri, furono gli specchi d’acqua a cornice rettangolare, impiantati con ninfee e bordati da aiuole in pendenza con erbacee perenni.
Riservato e silenzioso, tenace e meditativo, detestava la vita mondana. È stato seguace di mistici quali George Ivanovič Gurdjieff – di cui sposa la nipote Lida nel 1947 – e Pëtr Dem’janovič Uspenskij, figure che, come Idries Shah, autore de I Sufi, ne ispirarono la poetica. Nel 1962, pubblica il suo unico libro, The Education of a Gardener, che custodisce i principi essenziali del suo metodo di lavoro. Inglese di nascita e formazione, studi alla Slade School of Fine Art a Londra seguiti da una permanenza Oltremanica tra il 1927 e il 1932, non nutriva grande stima per lo stile fiorito di Gertrude Jekyll. Il suo vero riferimento risiede nel rigore geometrico e nel nitore leibniziano di André Le Nôtre, l’inventore del parco di Versailles. Si sentiva un architetto mancato. Rimpianto che attraversa la sua intera esistenza, conferma l’amica e biografa Gabrielle van Zuylen, per cui idea nel 1966 il giardino di Varaville in Normandia. Portava con sé un album sul quale di continuo tracciava schizzi.
Il debutto professionale avviene nel 1928 a Rutland. Seguono incarichi presso i castelli francesi di Melun e Boussy-Saint-Antoine e la prolungata piantumazione nel settecentesco parco di Longleat House nel Wiltshire, concepito da Capability Brown. Tra il 1935 e il 1939 si associa a Geoffrey Jellicoe. Il suo percorso è marcato dall’ossessione per le specie rare da scovare con un’ostinata ricerca nel mondo intero e dalla passione per l’esprit de géométrie del Seicento francese. Luogo del cuore era Hidcote Manor nel Gloucestershire, capolavoro dell’americano Lawrence Johnston ai primi del Novecento. La geometria concettuale ricercata da Page attraversa spazi classici da risistemare, come allo château du Vert-Bois nel bordolese o a Mivoisin, quanto nuove ideazioni quali il prezioso hortus della Frick Collection a NYC o il parco di Villa Silvio Pellico a Moncalieri, iniziato nel 1956. Qui impagina terrazze a diversi livelli, grafici parterre a losanghe con siepi di tasso, bosso e santolina, statue antiche e un labirinto, collegandosi al respiro della valle del Po, da cui non voleva distrarre troppo.
Scriveva: “Ritengo che la progettazione sia un processo delicato in cui mi trovo a dover tradurre una composizione che esiste soltanto nella mia mente, nella realtà tridimensionale”. Come Le Nôtre, Russell Page amava modellare il contesto paesistico, scavare stagni quali superfici ottiche capaci di catturare e moltiplicare la luce, canalizzare l’acqua verso bacini componendo specchi rettilinei. Organizzava quinte d’alberi scelti per la fioritura primaverile, oppure privilegiava il contrasto pittorico del loro fogliame in autunno. Colorista, mago di ombre e intensità, di texture e vibrazioni tonali, ricercava la tranquillità e l’equilibrio. Inseguiva l’astrazione favorendo la minima manutenzione possibile.
Realizzava croquis preliminari per fissare rapidamente le soluzioni che gli venivano in mente, concentrandosi inizialmente sugli aspetti più pittorici dell’intervento, senza dimenticare il canone dell’incessante trasformazione. Allora stabiliva quale sarebbe stato il tema portante, quali assi visivi privilegiare e impostava i sistemi di pieni e di vuoti, di forme e di masse. Poi passava al disegno e si concentrava sui livelli e le proporzioni. Sistemava le immagini libere in uno schema definito fatto di viali e muretti, siepi e vasche e soprattutto piante. Infine, la vera e propria stesura del progetto, redatta in scala 1:100 e una teoria di tavole dei dettagli se necessario. “Quando compongo un paesaggio o un giardino”, affermava, “ma anche solo quando colloco un vaso di fiori sul davanzale, mi pongo in primo luogo un problema analogo a quello del pittore: mi preoccupo della relazione tra gli oggetti che si palesano nel quadro, siano essi boschi, campo o acqua, pietre o alberi, cespugli e piante o gruppi di piante”. Scriveva come parlava e poteva discutere ore per comprendere le attese e le suggestioni di clienti tra cui i duchi di Windsor, Marcel Boussac, Oscar de la Renta e Leopoldo III del Belgio, Però non era interessato al denaro. Muore povero senza mai possedere un giardino personale.
Le ziggurat topiarie di impeto plastico pensate per William e Babe Paley a Kiluna Farm, Long Island, racchiudono sculture moderne e sfumate pennellate di azalee e cornioli sanguigni, mentre il damier della riserva di Port Lympne, nel Kent, che ricorda il giardino dei Noailles a Hyères, alterna quadrati di prato ad altri di begonia candida o scarlatta. L’Italia costituisce un passaggio focale nel suo linguaggio di marca classicista. Una carrellata che va da Villar Perosa, dove nel 1954 insieme a Marella Agnelli dà vita a una zona formale e a una valle ritmata di bacini e cascatelle, alla lussureggiante vegetazione tropicale unificata da fontane tra le scure rocce vulcaniche de La Mortella a Ischia, voluta dal compositore britannico sir William Walton con la moglie Susana. Ci sono l’algebrica Villa Giacosa a Torino, il parco Brandolini d’Adda di Vistorta in Friuli, gli olivi e le ginestre del Marocco, le magnolie e i cipressi di San Liberato sul lago di Bracciano, commissionato dai conti Donato e Maria Sanminiatelli. Conclude questo viaggio il poussiniano specchio d’acqua artificiale in cui si riflette la valle delle rose antiche della Landriana, a sud di Roma, proprietà della marchesa Taverna, suddivisa in trenta “stanze” tematiche circoscritte, in un continuum dalla variazione plastica impressionista.