repubblica.it, 21 giugno 2026
Arriva “W” il social europeo 100% umano che vuole sfidare X
La scommessa non è da poco: lanciare un nuovo social network in un panorama informativo dominato in modo schiacciante da attori americani (Facebook, Instagram, X, Snapchat) o cinesi (TikTok). E allora, tanto vale giocare anche sul piano dei simboli: si chiamerà W. Un modo per precedere X (l’ex Twitter), il social di Elon Musk che incarna certamente le frustrazioni legate alla totale dipendenza europea dalle tecnologie e dalle regole delle grandi piattaforme.
W, pronunciato “Double You”, richiama anche il termine inglese We (“noi”), in opposizione all’“Io” individualista degli attori americani. W può essere inteso anche come “doppia V”, come “Valori (europei)” e “Verificato (100% umano)”. Infine, sostengono i suoi ideatori, è un richiamo alle “cinque W” ben note nelle scuole di giornalismo – Who, What, Where, When, Why (Chi, Che cosa, Dove, Quando, Perché) – che strutturano l’informazione fattuale, in opposizione alla disinformazione e all’emotività.
Il progetto, promosso da un team con sede in Svezia e Ucraina, era stato presentato nelle sue linee generali lo scorso anno al Forum economico di Davos, suscitando tanto speranze quanto dubbi sulle sue possibilità di successo. Mercoledì la sua versione beta pubblica è stata ufficialmente lanciata a Bruxelles, nel cuore stesso delle istituzioni europee, che il progetto cerca chiaramente di conquistare presentandosi come l’alternativa sovrana tanto attesa.
Il segnale è chiaro: W intende conformarsi fin dalla progettazione alle normative digitali europee (GDPR, DSA, DMA...).
Capitali al 100% europei
Al di là degli slogan, il DNA autenticamente europeo di W non si trova tanto nel design. Dal punto di vista funzionale, «è una versione alleggerita di X», osserva Xavier Degraux, esperto e consulente di marketing digitale e social media, che segue il progetto fin dalla sua nascita. Da questo punto di vista, dunque, non si reinventa la ruota.
In realtà, i suoi punti di forza sono altrove. A cominciare dai capitali: 100% europei. Alla base del progetto c’è una startup svedese fondata nel 2017. Chiamata We Don’t Have Time, si presenta come «la più grande piattaforma mondiale di mobilitazione dedicata all’azione climatica», con 700.000 membri, tra cui numerosi esperti, impegnati per un futuro prospero e libero dai combustibili fossili. «La loro logica è che non si può avanzare sulle questioni ambientali finché il panorama informativo resta inquinato dalle fake news», commenta Xavier Degraux. «A questo stadio non abbiamo ancora una visione molto chiara della struttura del capitale. Ingmar Rentzhog, presidente del consiglio di amministrazione di W e fondatore di We Don’t Have Time, ne possiederebbe il 25%», precisa l’esperto.
Il resto sarebbe distribuito tra 80 investitori privati provenienti da dieci Paesi europei, tra cui il Belgio. Nessun fondo di venture capital americano né fondi sovrani provenienti da regimi non democratici, ai quali W rifiuta l’accesso.
W punta dunque apertamente sulla sovranità europea, compresi i dati, che sono ospitati in Finlandia. La sicurezza dei flussi è invece garantita da Proton, azienda svizzera fondata nel 2014 da ex ricercatori del CERN e specializzata nella protezione della privacy online.
Fine dell’anonimato
Ed è proprio questo il principale argomento con cui W cerca di conquistare gli europei: il rispetto della vita privata. Niente algoritmi di micro-targeting, niente raccolta massiva di dati personali, niente bolle informative.
E una lotta serrata contro i bot grazie a una caratteristica unica nel panorama dei social network, che potrebbe però costituire anche un elemento di attrito al momento dell’iscrizione: la fine dell’anonimato. Sottolinea Xavier Degraux: «Per iscriversi bisogna passare attraverso un’applicazione separata, W Identity, che verifica che tu sia un essere umano tramite la scansione del documento d’identità e che tu sia vivo attraverso un breve video davanti alla telecamera. Tutto avviene localmente sullo smartphone. Se la verifica va a buon fine, l’app invia un token a W Social, che quindi non raccoglie i dati identificativi. Rimane inoltre consentito l’uso di uno pseudonimo, aspetto importante per whistleblower e oppositori politici». «L’obiettivo è soffocare la sostenibilità economica della disinformazione rendendo proibitivo il costo di creazione di account falsi», prosegue l’esperto. «Su X, organizzare campagne di influenza attraverso migliaia di bot automatizzati costa pochi dollari. Su W, per creare 10.000 account attivi bisognerebbe disporre di 10.000 documenti d’identità validi e di 10.000 volti umani differenti per superare la barriera biometrica di W Identity.»
Il profilo della CEO di W, la svedese Anna Zeiter, dovrebbe incarnare perfettamente questo rigore normativo europeo integrato fin dalla progettazione del prodotto. In controtendenza rispetto alle figure tipiche della Silicon Valley, questa docente di diritto dei dati ha trascorso dodici anni in eBay come responsabile della privacy.
Lo “Spotify del giornalismo”
Basterà tutto questo per conquistare utenti cresciuti sulle piattaforme americane? Su questo punto la strategia di W è chiaramente definita: un approccio top-down. «A differenza dei social tradizionali che cercano prima di raggiungere il grande pubblico, loro puntano inizialmente sulle autorità politiche e sui media, per convincerli ad abbandonare X, che conta ancora 100 milioni di utenti in Europa. La scommessa è che ciò generi poi un effetto trainante verso il pubblico generale. Questo consente inoltre di controllare i costi evitando di dover gestire milioni di account», osserva Xavier Degraux. La sostenibilità economica del progetto sarà naturalmente osservata con attenzione. L’utilizzo della piattaforma è gratuito, ma W spera di generare ricavi attraverso funzionalità premium e una pubblicità definita «etica e responsabile».
«Puntano anche alla creazione di una sorta di “Spotify del giornalismo”, cioè un portafoglio digitale alimentato dall’utente per acquistare singolarmente articoli di testate a pagamento. Tratterrebbero una commissione del 30% su questi micropagamenti», rivela ancora Xavier Degraux.
Una novità assoluta
«Ogni anno, 46,8 miliardi di entrate pubblicitarie finiscono negli Stati Uniti, indebolendo i media d’informazione», spiega Anna Zeiter. «Con W vogliamo invertire questa tendenza». Come? Attraverso partnership con i media, che riceverebbero fino al 70% dei ricavi pubblicitari generati grazie ai loro contenuti. Diversi partner hanno già aderito al progetto, tra cui l’AFP e il quotidiano tedesco Bild. W punta a raggiungere 100.000 utenti entro la fine di quest’anno e un milione entro la fine del prossimo. Per l’esperto, «il momento scelto per l’arrivo di W è molto interessante». «Faranno inevitabilmente leva sull’argomento anti-X. E X non sta attraversando un buon periodo, soprattutto in Europa, dove è oggetto di diverse indagini. Anche il contesto geopolitico, caratterizzato dal braccio di ferro tra Europa e Stati Uniti sulle questioni di sovranità digitale, è molto favorevole. Se la Commissione europea non finanzia la piattaforma, ha comunque tutto l’interesse a sostenerla politicamente.
La sfida successiva non sarà convincere gli “anti-X”, ma i “pro-W”, coloro che scelgono davvero questa piattaforma per ciò che offre. Non è affatto scontato, ma questo è un momento di verità: se noi europei non saliamo su questo treno, allora dobbiamo smettere di lamentarci e arrenderci alla supremazia americana e cinese».