repubblica.it, 21 giugno 2026
I blocchi stradali paralizzano la Bolivia senza cibo e farmaci
Giorno cinquantuno delle proteste in Bolivia. Dopo quattordici morti negli scontri con la polizia e settimane di negoziazioni fallite con i manifestanti – sindacati, agricoltori, gruppi indigeni e lavoratori urbani – che hanno paralizzato il Paese con i blocchi stradali, il presidente Rodrigo Paz rompe gli indugi e dichiara lo stato di emergenza. “Ho dato istruzioni alla polizia boliviana e all’esercito di adottare le misure necessarie per ripristinare la libera circolazione, rimettere in funzione le autostrade e garantire la sicurezza della popolazione”, ha affermato il capo dell’esecutivo dopo la firma del decreto che attribuisce alle forze armate maggiori poteri per ripristinare l’equilibrio nel Paese.
Barricate e prezzi alle stelle
La decisione era nell’aria da giorni e arriva dopo settimane in cui la Bolivia è rimasta col fiato sospeso, a un passo dal collasso politico, oltre che economico. A La Paz l’impressione è che la crisi abbia superato da tempo la dimensione della protesta settoriale. “Le strade che collegano la capitale sono quasi tutte bloccate. Nei supermercati pollo, uova, frutta e verdura sono sempre più difficili da trovare e, quando si trovano, i prezzi sono proibitivi”, racconta Micaela Roman, progettista per una Ong della capitale boliviana. Secondo la studiosa il conflitto ha cambiato natura: “All’inizio c’erano rivendicazioni specifiche dei diversi gruppi sociali. Ora la richiesta è diventata una sola: le dimissioni del presidente”.
Una radicalizzazione che, a suo giudizio, riflette anche la crescente sfiducia nelle capacità dell’esecutivo di gestire l’emergenza economica. “Non credo che la soluzione sia rovesciare il presidente, ma in questo momento molti boliviani non vedono alternative”.
In un Paese montuoso come la Bolivia, dove la maggior parte delle merci viaggia su gomma, interrompere le principali vie di comunicazione significa rallentare il funzionamento dell’intero sistema economico (le perdite avrebbero raggiunto un valore pari a circa il 5% del prodotto interno lordo calcolato per il 2026)e paralizzare i servizi essenziali.
Nei giorni scorsi perfino le associazioni di pazienti oncologici hanno organizzato dei sit-in fuori dagli ospedali per chiedere la fine dei blocchi. Alcuni malati di cancro hanno denunciato ritardi nell’arrivo delle terapie e difficoltà a raggiungere le strutture specializzate. “La salute non può restare ostaggio del conflitto politico”, si legge a grandi lettere sui cartelloni. Così il disagio ha iniziato a colpire settori della popolazione inizialmente estranei alla mobilitazione, alimentando la pressione sul governo.
Dal boom del gas ai tagli ai sussidi
Ma le barricate che da quasi due mesi mettono sotto scacco il governo di La Paz e le tasche dei cittadini sono il sintomo di qualcosa di più profondo: la fine di un modello economico che per quasi vent’anni aveva garantito crescita, riduzione della povertà e relativa pace sociale.
Quando Evo Morales arrivò al potere nel 2006, infatti, la Bolivia beneficiò del boom delle esportazioni di gas naturale verso Brasile e Argentina. Le entrate energetiche permisero di finanziare sussidi, programmi sociali e investimenti pubblici. Un ciclo di benessere e crescita che oggi si è esaurito: le riserve di gas si sono ridotte, la produzione è calata e le entrate dello Stato non sono più sufficienti a sostenere il sistema costruito negli anni dell’abbondanza. Il governo Paz si è trovato così davanti a una scelta che molti dei suoi predecessori avevano evitato: ridurre i sussidi ai carburanti per contenere il deficit e preservare le riserve in valuta estera. Una misura economicamente quasi inevitabile ma politicamente esplosiva in un paese abituato da decenni a prezzi artificialmente bassi.
Da quel momento la protesta è cresciuta fino a trasformarsi in un movimento eterogeneo: organizzazioni contadine, sindacati, gruppi indigeni e lavoratori urbani. Alcuni leader rurali hanno accusato il governo di voler far pagare la crisi ai settori popolari. “Non accetteremo che siano i campesinos a sostenere il peso dell’aggiustamento”, hanno dichiarato esponenti delle organizzazioni agricole durante le manifestazioni.
Dall’altra parte la Centrale Operaia Boliviana (Cob), il più importante sindacato del Paese, pur mantenendo una posizione critica, ha aperto canali di dialogo con l’esecutivo. Nei giorni scorsi era arrivata anche la firma di un accordo per placare gli animi. Ma l’intesa non ha retto: diversi gruppi contadini e organizzazioni sociali hanno infatti deciso di proseguire la mobilitazione. In testa al fronte oltranzista ci sono i coltivatori di coca del Chapare, la regione che da anni rappresenta la principale roccaforte politica dell’ex presidente Morales. Per questo nel suo messaggio alla nazione per annunciare lo stato di emergenza Paz ha spiegato di aver “esaurito tutte le vie del dialogo”, sottolineando di “aver cercato la pace fino all’ultimo momento”.
Ma chi fomenta le rivolte? Per molti dietro le mobilitazioni che tengono in stallo il Paese, c’è l’ombra lunga del “Indio”. Nato da una famiglia povera di pastori di lama nella comunità indigena Aymara, Morales può contare ancora su diverse organizzazioni rimaste fedeli al suo progetto politico. In particolare nelle regioni del Chapare, storico bastione dei cocaleros, il sostegno a Morales resta forte. Ed è proprio qui che negli ultimi anni l’indebolimento dello Stato, la crisi economica e la frammentazione politica hanno favorito l’espansione delle reti criminali legate al narcotraffico.
Il primo a puntare il dito contro l’ex presidente è proprio Paz che, sin dall’inizio delle proteste, accusa i manifestanti di fare gli interessi del narcotraffico. “Fomentano azioni contro la nostra democrazia, la nostra Costituzione e il benessere dei boliviani”, ha detto. La pensa così anche il segretario di Stato americano, Marco Rubio: “Non permetteremo che criminali e trafficanti di droghe provochino la caduta di leader eletti democraticamente nel nostro continente”. Accuse che Morales respinge, sostenendo che l’esplosione della rabbia sociale sia il risultato delle politiche economiche fallimentari dell’esecutivo.