repubblica.it, 21 giugno 2026
Intervista a Gloria Guida
Gloria Guida riceve il Premio Speciale per l’attività artistica della Pellicola d’Oro, il riconoscimento dedicato ai professionisti del cinema e della televisione che lavorano davanti e dietro la macchina da presa. Con lei, che oggi ha 70 anni, abbiamo ripercorso, tra ironia, garbo e sentimento, le tappe di una carriera entrata nell’immaginario del cinema italiano.
Che ragazzina è stata Gloria Guida?
«Che bella domanda, anche perché “La ragazzina” è stato il mio primo film, quindi in qualche modo si addice. Ero una ragazza molto timida, molto chiusa. Il rapporto con mio padre è stato fondamentale, anche per la mia vocazione artistica. Lui è stato un po’ il mio Pigmalione. Di solito i genitori ti dicono: studia, pensa alla scuola, fai altro. Lui invece mi spingeva, mi incoraggiava. Chissà che cosa vedeva in me. Forse vedeva se stesso, forse quello che non era riuscito a fare lui».
Che uomo era suo padre?
«Era un barman, ma era un artista anche lui. Aveva vinto un campionato mondiale ed era un grande nel suo mondo. Ogni sera, dietro al banco, in qualche modo recitava con i clienti. Una volta nei locali c’era un rapporto diverso: il barman parlava, coinvolgeva, intratteneva. Era una scuola anche quella. Aveva vinto quel campionato con un cocktail che, naturalmente, come poteva chiamare? Gloria».
La accompagnava sempre?
«Sì, ed era anche un po’ un’ossessione, perché me lo trovavo sempre dietro. Però mi faceva piacere, perché mi sentivo protetta. Era sempre lì, quasi come se volesse prendere lui la parola, entrare in scena, recitare al posto mio. Era buffo, molto divertente».
E lei ha mai imparato a fare cocktail?
«No, sono negata. A parte che non bevo. Nemmeno lui beveva, però li preparava e sapeva coinvolgere tutti».
Quanto è stata importante la musica all’inizio del suo percorso?
«La musica per me è stata una scuola. I miei genitori volevano aiutarmi a superare la timidezza, a scrollarmi di dosso quelle inibizioni. Mi iscrissero a una scuola di canto a Bologna, quella della famosa maestra di Gianni Morandi, Caterina Caselli e di tanti artisti emiliani di quel periodo. Ho iniziato con lei a prendere lezioni, poi facevo i primi concorsi e li vincevo tutti. Mi sono sbloccata un pochino».
Ricorda la prima volta importante su un palco?
«La più folle fu in un locale a Rimini. Mio padre mi spinse sul palcoscenico e mi disse: canta. Aveva già distribuito gli spartiti ai musicisti. Il pezzo era “A chi”. Avevo 14 o 15 anni. Me lo ricordo ancora un po’ come un trauma e un po’ come un momento di incredulità: cavolo, ero lì, ce l’ho fatta».
Canta ancora?
«Sì, quando capita l’occasione lo faccio volentieri. Ho cantato nelle colonne sonore dei miei film, in teatro, in televisione. Adesso canto per passione. Canto sotto la doccia, canto con Johnny. Ci divertiamo a fare duetti».
Qual è il vostro duetto preferito?
«“Il nastro rosa” di Lucio Battisti. Abbiamo incrociato le voci in un certo modo ed è molto carino. Ogni tanto, ridendo e scherzando, ce la godiamo ancora».
Come arrivò al cinema? Davvero per caso?
«Sì, perché io cantavo. Ero stata scritturata dalla CGD, quella che oggi è Sugar, e cominciavo a fare i primi provini, le prime fotografie. Quelle fotografie finirono in una produzione cinematografica a Roma. Mi chiamarono per un provino e da lì è cominciata tutta la mia carriera».
Che cosa ricorda del provino per “La ragazzina”?
«Ero molto imbarazzata, molto tesa, ma anche divertita, perché il ruolo era carino. C’era Paolo Carlini, un grande attore di teatro, che fu un po’ il mio maestro. E poi c’era sempre mio padre, perché ero minorenne e doveva essere presente».
Oggi “La ragazzina” è considerato un film simbolo degli anni Settanta. Che effetto le fa?
«Mi piace molto che questi film siano diventati quasi dei cult. Mi fermano ragazzi giovani e mi dicono di aver visto “La casa stregata” o “La liceale”. È bello che li conoscano ancora».
Se dovesse scegliere il film che racconta meglio la Gloria Guida di quegli anni?
«Forse “Sesso e volentieri”, con Dino Risi. Era un film a episodi con Johnny, Laura Antonelli e me. Mi divertii moltissimo».
Che ricordo ha di Dino Risi?
«Poter dire di aver lavorato con Dino Risi è bellissimo. Era ironico, spiritoso, anche un po’ burbero. Con me però era fantastico. Voleva la perfezione e mi spiegava tutto con grande attenzione».
Lei ha vissuto un’epoca in cui quei film venivano giudicati duramente. Come viveva quelle critiche?
«Io trovo che oggi sia peggio. Allora facevo le docce, sì, ma era tutto lì. Erano commedie leggere, pulite. Oggi vedo volgarità molto più forti».
Ha un aneddoto divertente legato alle scene di doccia?
«Quando c’erano quelle scene il set si riempiva di gente. Nelle altre scene c’erano solo gli indispensabili. Per la doccia, invece, spuntavano tutti: sopra le luci, sugli spalti, dappertutto. Sembrava un’invasione».
Lei ha sempre detto che sarebbe stato bello fare un film insieme a Edwige Fenech e Barbara Bouchet.
«L’ho sempre proposto. Anche Lino Banfi diceva che sarebbe stato un successo enorme. Non hanno capito niente. Sarebbe stato fantastico».
Che ricordo conserva di “Avere vent’anni”?
«Ne sento parlare continuamente. Evidentemente ha lasciato un segno profondo perché era diverso dagli altri film. Io ricordo soprattutto Lilli Carati, una persona adorabile».
Che ricordo ha di Lilli Carati?
«Era molto diversa da me, più istintiva, più estroversa. Aveva una presenza fortissima. Mi dispiace molto pensare a come è andata la sua vita, perché aveva davanti una carriera enorme».
Tra tutti i partner di scena chi la faceva ridere di più?
«Probabilmente Renato Pozzetto. Io l’ho sempre adorato. Pensava al bene del film, ti dava spazio, inventava gag insieme a te. Sul set si stava benissimo».
E Lino Banfi?
«Per me è sempre stato un po’ un secondo papà. Mi dava un senso di protezione. Aveva una grande umanità».
Tra le figure internazionali che ha incontrato c’è anche John Huston.
«Per una ragazza italiana così giovane lavorare con lui era enorme. Però il primo ricordo è che fumava continuamente: sigari, sigarette, di tutto. Io avevo sempre il ventaglio perché il fumo mi dava fastidio. Ma era incredibile: fumava e beveva whisky tutto il giorno ed era sempre lucidissimo».
Quando ha capito che Johnny Dorelli era una persona speciale?
«Il segnale è stato che all’inizio non mi stava particolarmente simpatico. Quando succede così, almeno nel mio caso, vuol dire che qualcosa sta per accadere».
Ricorda il vostro primo bacio?
«Perfettamente. Sul palcoscenico di “Accendiamo la lampada”. Da quel momento non ci siamo più lasciati».
Quarantotto anni insieme. Come si fa?
«Non credo esista una ricetta. Noi abbiamo vissuto una vita vera, con litigate, porte sbattute e riappacificazioni. Oggi vedo tante coppie giovani che alla prima crisi si lasciano. Invece bisogna anche saper lottare per le persone che si amano».
Se potesse parlare alla Gloria Guida diciassettenne, che cosa le direbbe?
«Le direi: svegliati un po’ di più. Però sorridendo, perché sono felice del percorso che ho fatto. Ho avuto una vita piena, ricca di incontri straordinari».
Ha rimpianti?
«No, rimpianti veri no. Ho avuto la fortuna di lavorare con persone straordinarie e di ricevere ancora oggi l’affetto del pubblico».
Le piacerebbe tornare a recitare?
«Sì, mi piacerebbe trovare un bel ruolo. Anche un cammeo, ma scritto bene, con un bravo regista. Penso anche a una bella serie».
E il sogno personale?
«Continuare a vivere con serenità. Conservare la salute, godermi la famiglia e le persone che amo. A una certa età si capisce che la serenità vale più di tante altre cose».