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 2026  giugno 21 Domenica calendario

Bombe israeliane sul Libano: altri 32 morti nel sud. L’Iran: “Chiuso Hormuz”

E la chiamano tregua. Almeno 32 persone sono morte ieri nel sud del Libano, secondo i media locali, a causa dei bombardamenti di Israele, che non ha posto mai fine ai raid dopo aver teoricamente fatto scattare insieme a Hezbollah, alle 16 di venerdì, il cessate il fuoco voluto da Usa e Qatar con l’obiettivo di far ripartire i negoziati per la pace con l’Iran.
Dall’entrata in vigore della tregua le vittime libanesi sarebbero state almeno 83, per un totale di più di 4mila – oltre ai 12mila feriti – a partire dallo scorso 2 marzo. Ieri gli attacchi aerei israeliani sono stati 70, mentre i droni lanciati contro i villaggi 18. A perdere la vita anche un soldato dell’esercito libanese e una famiglia di quattro persone, nella valle della Bekaa.
L’Idf, l’esercito israeliano, sostiene di aver agito in risposta al lancio di 50 missili e proiettili, addossando dunque a Hezbollah la colpa della violazione del cessate il fuoco. Ed effettivamente poi è stato comunicato che negli attacchi un soldato israeliano è morto e 13 sono rimasti feriti.
Con i raid Benjamin Netanyahu ha bisogno di rassicurare i falchi del governo e l’opinione pubblica, in particolare gli abitanti del nord che rimangono sotto la minaccia dei droni di oltreconfine e più in generale una popolazione che vede i suoi soldati sotto il tiro di Hezbollah nella striscia di terra del sud del Libano occupata negli ultimi mesi.
Proprio questa presenza appare come un peccato originale, un nodo oggi irrisolvibile: Israele non vuole ritirare le sue truppe, che sostiene siano lì per fermare i lanci di Hezbollah, ma in questo modo le espone agli attacchi nemici, come quello che venerdì ha ucciso quattro soldati tra cui un comandante di brigata.
L’Idf bombarda ma avrebbe smesso di cercare di avanzare e di colpire il sud di Beirut. Questo «compromesso» basterà a evitare di far saltare il negoziato tra Usa e Iran, che per l’alleato americano è vitale? Sembrerebbe essere la scommessa di Netanyahu, se non si vuole credere a chi ritiene – come la stessa intelligence statunitense – che il premier stia in realtà cercando di far saltare l’intesa, che ritiene troppo favorevole al regime iraniano.
«Se Israele resta in Libano il cessate il fuoco non ha senso», sostiene Hezbollah.
E, proprio per protesta contro i raid israeliani in Libano, ieri pomeriggio i pasdaran iraniani hanno detto di aver chiuso totalmente alla navigazione internazionale lo stretto di Hormuz, che è la mossa più temuta dall’Occidente e dai Paesi del Golfo per le sue ripercussioni economiche. Un’affermazione che però presso gli americani non trovava riscontro – come hanno detto il comando Centcom e lo stesso vicepresidente JD Vance – ma che potrebbe aver indotto a un nuovo dietrofront Netanyahu, che secondo Channel 12 ha chiesto all’Idf di fermarsi e rispettare il cessate il fuoco. Salvo poi anche ribadire che l’esercito non si ritira e risponderà a ogni attacco.
Mosse pericolose di scacchi che comunque potrebbero bastare per rimettere in moto l’iniziativa dei negoziati in Svizzera tra Usa e Iran, che dovrebbero ricominciare oggi, come ha comunicato il Pakistan.
Mentre da un punto di vista politico regionale nulla sembra contare più la tragedia della Striscia di Gaza, dove eppure i raid israeliani non si fermano: sono stati dieci i morti ieri, tra cui due bambini e il cameraman di Al Jazeera Ahmed Washah, che per l’Idf era «un terrorista di Hamas».