la Repubblica, 20 giugno 2026
Pupi Avati ricorda il suo film "La casa dalle finestre che ridono"
Cinquant’anni dopo le finestre della terribile casa ridono ancora. Torna nelle sale il 13 luglio film che nel 1976 rivelò il lato più oscuro e perturbante di Pupi Avati. Un’opera, La casa dalle finestre che ridono, diventata nel tempo un classico del gotico italiano, capace ancora oggi di inquietare generazioni di spettatori. Dietro quel racconto di provincia, misteri e ossessioni si nasconde una storia personale, nata da una leggenda ascoltata durante l’infanzia e trasformata in uno degli incubi più memorabili del nostro cinema. Si vedrà la versione in 4k, restauro curato dalla Cineteca di Bologna, laboratorio di Il cinema ritrovato. Pupi e Antonio Avati saranno presenti all’anteprima del 23 giugno al romano Cinema Troisi. Ne abbiamo parlato con il regista, raggiungendolo in una pausa dalle riprese di Gotico Padano, una serie che sta girando per la Rai.
Da dove nasce la prima idea de La casa dalle finestre che ridono?
“Nasce da questo sacerdote, da questo parroco di un paesino dell’Appennino che si chiama San Leo. Le sue spoglie furono riesumate quando rifecero il cimitero e si scoprì che la struttura ossea era femminile, il bacino era femminile. L’idea che ci fosse stato per anni un prete donna in quella parrocchia mi colpì profondamente. Arrivava anche in un momento particolare. Stavamo tornando a Roma dopo il processo per Bordella, un processo nel quale fummo condannati e che rappresentò una ferita tremenda. Dovevamo in qualche modo reagire e curare quella ferita. Mi venne allora in mente di proporre a mio fratello Antonio e a Gianni Minervini, che sarebbe poi diventato nostro socio, un piccolo film tratto proprio da quell’idea del prete donna”.
Come venne a conoscenza di questa vicenda?
“Era una storia locale, legata a quel piccolo centro dove avevamo trascorso il periodo dello sfollamento durante la guerra. Era una leggenda che circolava lì”.
Scrisse il film insieme a suo fratello Antonio.
“Sì. In realtà avevo già un primo abbozzo della storia. Poi la scrivemmo insieme e riuscimmo a convincere Lino Capolicchio, che all’epoca era un attore di grandissima notorietà, reduce da film molto importanti e da grandi successi, ad accettare di fare un film con me che invece venivo da grandi insuccessi. Fu un gesto di fiducia importante”.
Fu difficile mettere in piedi il progetto?
"No, perché inizialmente potevamo contare anche su Mariangela Melato, che praticamente aveva esordito con me. La sua presenza rappresentava una garanzia importante per il film. Poi le cose cambiarono, ma all’inizio il progetto poteva contare anche sul suo sostegno”
Che ricordo conserva delle riprese?
“Straordinario. Per la prima volta giravo un film con una troupe di appena undici persone. Ognuno di noi faceva qualcosa che andava oltre il proprio ruolo professionale. Mio fratello faceva anche lo scenografo, il costumista e molte altre cose. Fu molto divertente e molto appagante, perché ciascuno trovava qualcosa di importante da fare dentro questo piccolissimo film al quale non credeva nessuno. Era un film che facemmo quasi soltanto per lavorare, per distrarci, per andare avanti. In realtà poi, col tempo, il film è cresciuto da solo. Ancora oggi non so spiegarmi come sia accaduto. Attraverso una specie di percorso sotterraneo è diventato un’opera di culto. Quando parlano di me, molto spesso parlano della Casa dalle finestre che ridono, quasi fosse l’unica cosa che ho fatto nella vita. Naturalmente non è così, ma la storia di questo film è stata davvero straordinaria”.
Perché continua a fare così paura?
“Perché spaventava me. Perché mi aveva spaventato nel profondo quando ero bambino. Quando una paura ce l’hai dentro sai esattamente com’è fatta, perché l’hai immaginata tante volte. Da piccolo mi lasciavano in stanze buie minacciandomi l’arrivo del prete donna. Questa figura ha continuato a incombere sulla mia infanzia e sulla mia adolescenza. Col tempo si è delineata sempre meglio nella mia immaginazione. Probabilmente nel film si riflette proprio quella paura che condividevamo io e mia sorella da bambini. Era una paura autentica e forse è per questo che arriva ancora oggi agli spettatori”.
Ricorda qualche episodio particolare del set?
“Più che un episodio preciso ricordo l’atmosfera. Stavamo girando un film in un contesto che era già inquietante di per sé. C’erano i quadri di Buono Legnani, questo pittore naïf che dipingeva soprattutto agonie e immagini disturbanti. C’erano una serie di elementi che contribuivano a creare quel clima. Tutto sembrava concorrere alla costruzione di quell’universo”.
Come trovò la celebre casa del film?
“La trovai insieme al mio amico Cesare Bastelli, che era aiuto regista. Giravamo per quelle valli alla ricerca delle location quando ci imbattemmo nei resti di una villa ottocentesca che stava lentamente deperendo, quasi divorata dalla vegetazione. Appena la vidi mi resi conto che in quella casa potevano essere accadute tutte quelle cose terribili e straordinarie che immaginavo per il film. Sembrava una casa che custodisse già una storia”.
Ha mai cercato di conoscere davvero la storia di quella casa?
“Sì. Cercai di informarmi attraverso il proprietario dell’epoca, che era una figura piuttosto singolare e si occupava di parapsicologia. Era tutto il contesto che ci incoraggiava a seguire quella strada. Sembrava quasi che ogni elemento attorno a noi spingesse nella stessa direzione”.
Oggi sta lavorando a Gotico Padano. C’è un legame ideale con La casa dalle finestre che ridono?
“È una serie per Rai 1 e credo sia la prima volta che Rai 1 entra davvero in quel territorio cupo, tenebroso, che appartiene al gotico. Il legame tra i due titoli c’è, perché sono storie che nascono da queste terre. Lei mi trova proprio qui, mentre sto girando con mia figlia. Sono luoghi che conservano quel sapore, quelle luci, quell’atmosfera. Soprattutto conservano una particolare assenza del tempo. In molti momenti ti guardi attorno e ti chiedi in che epoca ti trovi. È una sensazione meravigliosa ma anche spaventosa. E credo che sia molto vicina allo spirito della Casa dalle finestre che ridono”.
Dopo L’orto americano è tornato a confrontarsi apertamente con l’horror. La sfida è ancora quella di spaventare?
“La vera sfida sarebbe riuscire a fare più paura di allora. Ma è molto difficile. Quella era una paura autentica. Era una paura che mi apparteneva profondamente. Replicarla oggi è più complicato. Allora mi veniva naturale, molto più naturale di quanto non accada adesso”.