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 2026  giugno 21 Domenica calendario

Intervista ad Aimone di Aosta

«Con le mie sorelle scherzavamo su chi fosse il duca d’Aosta. Bianca, la più grande, avrebbe dovuto esserlo lei, essendo più autoritaria. Facevamo queste battute per sdrammatizzare. La bellezza salverà anche il mondo, diceva Dostojevskij, ma è l’umorismo che ti aiuta nella vita».
Il titolo però l’ha ereditato lei dal suo trisnonno, Amedeo I, figlio di Vittorio Emanuele II, il primo re d’Italia. Com’è stato crescere in una famiglia reale?
«Complicato. Io sono nato 21 anni dopo il referendum del 1946, e ho conosciuto molti che avevano giurato fedeltà al re. Era ancora molto forte il senso di quello che aveva fatto Casa Savoia, e di come si dovesse educare un ragazzino con questo cognome. C’era l’idea che l’educazione si impartisce con lo scalpello, come si scolpisce un blocco di marmo, che così rimane tutta la vita. Fortunatamente non c’è più niente di granitico nella nostra famiglia, oggi».

Eppure avete frequentato la scuola pubblica, e vostra madre, Claudia d’Orléans, si separò da vostro padre per andarsene in America.
«È stato uno dei primi divorzi in Italia, noi rimanemmo tutti e tre con mio padre Amedeo, proprio perché non c’era ancora una giurisprudenza. Oggi non succederebbe che un padre tiene i tre figli».
Lui aveva 31 anni, lei cinque. Come ricorda quel periodo?
«È’ stato molto divertente da ragazzini, perché eravamo in un’area della Toscana molto idilliaca…»
Nella tenuta agricola del Borro, tra Arezzo e Firenze, dove suo padre si era ritirato dopo che la Repubblica l’aveva messo in «cassa integrazione», come diceva ironicamente.
«Mio padre andava pazzo per quella tenuta. Amava gli animali, per cui siamo cresciuti in uno stato semibrado, ma con un forte spirito di gruppo. Eravamo unitissimi».
Come ha preso quella separazione?
«Sono cose che uno capisce alla mia età. All’epoca mi limitavo a viverle, non so se bene o male».
Ne ha mai parlato con suo padre?
«Con lui era molto complicato discutere. Perché dopo mezz’ora il discorso andava inevitabilmente a cadere sul gap generazionale, sul bisogna portare rispetto. E la discussione, anche quando era lui a stimolarla, finiva lì».
Che tipo era?
«Mio padre aveva avuto un’educazione molto severa. Tenga conto che il suo atto di nascita è depositato ancora nell’archivio del Senato, perché era nato al tempo della monarchia. Quando morì mio nonno Aimone, aveva solo cinque anni. E sua madre, Irene di Grecia, gli impartì questo insegnamento: “Fai quello che vuoi, decidi da solo la tua strada, ma ricordati chi sei e il nome che porti”. E questo ha condizionato inevitabilmente tutta la sua vita. Pensi che era all’incoronazione della regina Elisabetta, perché mia nonna era la sua prima cugina: e così lo misero al tavolo dei bambini insieme a re Carlo! Capisce cosa intendo? Da adulto decise di restare in Italia, nonostante tante famiglie reali avessero scelto l’esilio, anche perché era stato lo zio Beppo, come chiamavamo il re Umberto, a chiederglielo: era l’unico Savoia maschio rimasto in Italia, e doveva rappresentare la famiglia».
Finì con l’essere l’ambasciatore dei Savoia. Gli piaceva questo ruolo?
«Ho paura di no. Era molto più oppresso di me. Io penso di essermi riuscito a liberare da certe gabbie, lui ha sentito tutto il peso di questo nome. Si sentiva felice solo quando era nella sua Pantelleria, o quando andava in Africa a fare i suoi viaggi con la Range Rover e non doveva più relazionarsi con nessuno. Mio padre amava molto l’Africa, come il fratello del mio bisnonno, Luigi di Savoia, duca degli Abruzzi, e suo nipote Amedeo, che sono andati a vivere in Congo in incognito. Ma non è mai riuscito a ritagliarsi un ruolo che fosse veramente suo, e a togliersi quella corazza che aveva addosso».
Ha mai litigato da adolescente con lui? Come si è liberato da queste gabbie?
«No, fino ad una certa età non erano ammesse discussioni: si faceva come diceva il capofamiglia. Mio padre era un uomo di vecchio stampo, per lui la forma era dominante. La forma alla lunga diventa sostanza, ripeteva. È un’idea molto piemontese, e con gli anni trovo che abbia una sua importanza. A 15 anni però mi mandò al Collegio navale Morosini di Venezia, e sono uscito di casa. È stata la mia salvezza».
«È stata una decisione tutta sua e ne sono molto fiero», raccontò suo padre a Gigi Speroni, in un libro del 1986 (In nome del re, Rusconi). Aggiungendo: «Non ho mai cercato di condizionarlo, anche se speravo tanto che seguisse la mia strada».
(Sorride) «Non avevo scelta, ma non lo rimpiango per niente».
E perché dice che è stata la sua salvezza?
«Perché il distacco mi ha aiutato a sviluppare una consapevolezza e uno sguardo diverso sul mondo. Non ho finito l’università, perché volevo cercare di essere indipendente, avere un lavoro e uno stipendio».
Una sua forma di ribellione.
«In un certo senso. A 24 anni con un amico decidemmo di fare questa pazzia e andare a vivere a Mosca. Si ricorda cos’era la Russia nel 1992? Avevo già un’offerta di lavoro in Spagna, mio padre si era accordato con il re Juan Carlos, che è il mio padrino. Quando gli dissi di questa avventura in Russia, non mi parlò per un anno e mezzo».
E poi?
«So che dopo un po’ di anni era orgoglioso di questa mia scelta, aveva capito che l’avevo fatto per mettermi in gioco e vedere come si vive senza pregiudizi. A Mosca a nessuno interessava che mi chiamassi Savoia».
Nel suo albero genealogico però c’è una Romanov…
«Tutte le famiglie reali sono imparentate. Mia moglie Olga è la figlia di Michele, principe di Grecia e Danimarca, e cugino di Filippo Mountbatten, il marito della regina Elisabetta…».

Frequenta i Windsor?
«Come in tutte le famiglie, alcuni rapporti si affievoliscono con il tempo. Vedo più spesso i cugini dal lato greco e francese».
«Vorrei che i miei figli sentissero ancora il fascino dell’impresa solitaria», confessò suo padre sempre a Gigi Speroni. E lei l‘ha accontentato…
«Sì, il fratello del mio bisnonno, il duca degli Abruzzi, era stato un grandissimo esploratore e nel 1901 tentò di raggiungere il polo Nord, mancandolo di 200 chilometri. Cent’anni dopo ho voluto portare la sua piccozza lì, per fare pace con una tragedia in cui un mio antenato aveva perso due dita, amputate per cancrena».
E come andò?
«Mio padre si fermò a Chatanga, nella Siberia settentrionale, e io proseguì percorrendo gli ultimi cento chilometri con gli sci. C’era anche Mike Buongiorno, ma arrivò in elicottero con una troupe di Canale 5 per filmare l’impresa».
C’è qualcos’altro con cui vorrebbe fare pace?
«Dopo 30 anni di Russia vedo l’Italia con occhi diversi, e sono tornato anche per un senso di orgoglio. I Savoia non rappresentano più niente se non una memoria storica. L’Italia di oggi non è nata nel 1946 ma nel 1861, e ha le sue radici nel Regno di Sardegna e nel piccolo Piemonte, con lo Statuto albertino, e la sua capacità amministrativa. Mi piacerebbe che questa storia, che è anche una storia di famiglia, venisse vista diversamente, e valorizzata. Ma è un’impresa più difficile di quelle del duca degli Abruzzi».