Sette, 21 giugno 2026
Germania, anno zero: le tre ragioni di una crisi
Se la Germania è un transatlantico, che vira molto lentamente, quanto c’è da preoccuparsi di questa nave che sembra immobile, mentre le distanze da ogni sponda si allungano e si disperde dietro di lei anche la traccia d’acqua e schiuma che aveva alzato?
Quella del transatlantico è una vecchia metafora, un po’ agé come può esserlo nelle nostre teste l’idea di Germania. E non a caso la usava Peter Glotz, il grande “signore” della cultura di Berlino Ovest, ci ricorda il germanista Angelo Bolaffi. Glotz diceva anche, a proposito del transatlantico: «Ma poi procede spedito». Sennonché, la crisi stavolta sembra paralizzante: il Paese nel centro d’Europa quasi non è cresciuto in sette anni. Però si sono affacciate due novità, due forze squassanti che cambiano lo status quo: il riarmo veloce e il ritorno di idee e partiti d’estrema destra, che per ottant’anni erano stati ricacciati sottoterra. Ce n’è di che interrogarsi e discutere, e infatti il Grand Continent – giovane rivista parigina con lettori in tutta Europa, che vuol essere Foreign Affairs se non fosse très chic e molto colta – è andata dritta al punto: c’è di nuovo, ha titolato, «una questione tedesca»?
QUANDO SI È INCEPPATO IL MOTORE?
Occorre prima capire da dove arriva la crisi. Giovanni di Lorenzo, mitico direttore di Die Zeit di origini italiane, dice che è «strutturale». Sono emersi tutti insieme, in tempi turbolenti, problemi profondi accumulati nel tempo, ma trascurati: energia, infrastrutture, ritardo digitale. «Quando sono arrivato qui a 11 anni, magari fuori era tutto grigio, ma i treni funzionavano che era una meraviglia. Oggi sono un disastro. E il mito è crollato». Colloca l’inizio della crisi nel 2015, quando Angela Merkel decise di accogliere un milione di siriani: «Fu un gesto di straordinaria solidarietà, generosità. Ma mi chiesi ben presto come avrebbe retto il peculiare Stato sociale tedesco. La pressione sul sistema educativo, e sociale, fu enorme. Quando ne scrissi le prime volte, mi diedero del matto. Invece, avevamo visto giusto». Fu quello anche il detonatore dell’AfD.
Angelo Bolaffi – così noto in Germania che per i suoi recenti 80 anni i giornali tedeschi gli hanno dedicato pagine di interviste – vede una doppia matrice. Intanto la crisi della politica, perché in un Paese che non ha avuto la regina ma Bismarck ci deve essere un cancelliere forte. Non basta solo l’impopolare Merz a spiegarla. E il secondo motivo: «È andato in frantumi quel mondo, ispirandosi al quale la Germania è rinata nel dopoguerra. Semplicemente, non esiste più». Regole e valori, di cui l’America è stata il simbolo. Perché la latitanza degli Stati Uniti – della vecchia America – in nessun posto è avvertita tanto come in Germania. Uno scrittore famoso come Daniel Kehlmann, quando lo incontriamo in un bar berlinese per parlare dei suoi libri, liquida con una fulminante battuta la crisi esistenziale dei tedeschi: «Tutto quello che hanno a fatica imparato, non vale più».
CHI AVRÀ PIÙ ARMI DEI TEDESCHI?
Licenza di scrittore di casa in America, quella di Kehlmann. Per tornare invece con i piedi per terra, in questo tentativo di capire i tormenti della Germania, non si può prescindere dal riarmo. Che nasce, appunto, per rimediare al ripiegamento degli Stati Uniti. Almeno tanto quanto per contenere l’espansionismo putiniano. I tedeschi, in altre parole, si sono mossi per riempire la voragine che si è creata in Europa: tirati per la giacchetta, invocati da tutti, e proprio per questo non riescono a capacitarsi che il loro riarmo incuta allo stesso tempo paura e tante obiezioni.
La leader dei Verdi Franziska Brantner nota che due frasi, entrambe vere, fanno sobbalzare molti europei: «La Germania sta per diventare la prima potenza militare convenzionale in Europa». L’altra: «Mai nella storia moderna il nostro continente aveva al suo centro una Germania allo stesso tempo pacifica e militarmente dominante». E poi ci sono i numeri: già l’anno prossimo, la spesa militare tedesca sarà pari a quella di Francia e Gran Bretagna sommate. Nel 2035, a regime, non ci sarà partita.
È vero che la Germania si riarma in ottica europea e non contro i Paesi vicini. Ma questo non basta. Per Brantner, «dobbiamo conquistare la fiducia – contro l’esperienza storica, contro gli stessi istinti – delle popolazioni che hanno tutte le ragioni per diffidare di noi». Questo dibattito però, nota, manca del tutto nel Bundestag dal 2022. E ignorarlo potrebbe essere il più grande errore che Berlino fa, verso gli alleati europei, dalla crisi dell’euro.
DA DOVE ARRIVA L’AFD?
La terza domanda che si deve fare chi vuol capire la Germania oggi è da dove arrivano i voti dell’estrema destra AfD, che è diventata il primo partito, sfiorando il 30% dei consensi nei sondaggi. Vale la pena di farsi una chiacchierata con Kerstin Kohlenberg, giornalista di Die Zeit che ha appena vinto l’European Press Award, l’equivalente dei Pulitzer europei, categoria commenti. Titolo: «Not Again!», non di nuovo.
È un viaggio nel Paese, dai nuovi Länder dell’Est a Hannover, dalle fabbriche alle pizzerie, dai tedeschi biondissimi ai turchi di seconda generazione. La tesi è questa: tutto ciò Kohlenberg l’ha già visto succedere, quand’era in America da corrispondente; questo popolo che magari aiuta i vicini di casa, che è coinvolto nelle comunità locali e guida i pulmini del basket, che fa il sindacalista in fabbrica, ha votato per Donald Trump. «Negli ultimi 80 anni, guardare dalla Germania all’America voleva spesso dire guardare il futuro». Probabilmente non è più così. Ma la lezione per lei è chiara: «Ci sono mille spiegazioni per il successo di Donald Trump. Però è diventato così potente perché l’hanno sostenuto gruppi di persone che non ti aspetteresti. Se l’avessero votato solo i razzisti, i nazionalisti, gli odiatori della democrazia, non ce l’avrebbe fatta. Negli Usa, conservatori moderati, sindacalisti, migranti, giovani accademici erano per lui». In Germania lo stesso. E la lezione che ne trae per i partiti è che ai sentimenti di queste persone non si risponde snocciolando fatti.
Certo, parlando dell’AfD è legittimo chiedersi se non cresca la voglia, tra i tedeschi, anche di sminuire la colpa dei nazisti, farla finita con la cultura della memoria, spiegare «storicamente» Auschwitz. Però se alcuni leader estremisti dell’AfD proprio a questo puntano – e se dagli Usa uno come Musk è pronto ad amplificare i loro messaggi – a tutti i nostri interlocutori, invece, la cultura della memoria, la condanna del passato nazista che tanta parte ha avuto nel fare della Germania quel che è stata – una storia di incredibile successo per 80 anni – pare salda. Condivisa da gran parte della popolazione.
Nelle scorse settimane sono state pubblicate dagli archivi Usa tutte le tessere dei membri del partito nazista, la NSDAP: 10,5 milioni di schede. È stato un assalto, tutti volevano sapere dei nonni. «C’è più distanza temporale, la gente è pronta ad affrontare il nazismo nelle proprie famiglie», osserva il direttore Di Lorenzo. Il sito di Die Zeit non ha mai avuto numeri così grandi, sono stati perfino fatti decine di migliaia di abbonamenti al giornale. Mai successo nulla di simile.
Non si può non domandare a Di Lorenzo, alla fine, se sia ottimista o pessimista. Riflette un po’. «In questo momento abbiamo la responsabilità di essere fiduciosi. Nonostante tutto».