Corriere della Sera, 21 giugno 2026
Intervista a Giancarlo Giannini
Ha sempre voluto fare l’attore?
«No, io sono perito elettronico industriale. Mi sono diplomato all’Alessandro Volta di Napoli: il mio professore di fisica era stato compagno di banco di Enrico Fermi a Pisa. Dopo, avevo due possibilità: lavorare all’Ibm a Ivrea o in Brasile, per studiare i primi satelliti. Ma dovevo fare il militare, così chiesi ai brasiliani se mi aspettavano un anno».
Però il militare non lo fece.
«Con dispiacere: mi sarebbe piaciuto farlo in aviazione. Ma mia nonna era vedova di guerra e io ero il primo nipote maschio: fui esonerato».
Nessuna intervista potrà rendere merito a Giancarlo Giannini, con Sophia Loren l’ultimo gigante del nostro cinema. Ha recitato con i più grandi (vedi alla voce Anna Magnani, Vittorio Gassman, Mariangela Melato, Mastroianni, Anthony Hopkins). E dai più grandi è stato diretto (Lina Wertmüller, Luchino Visconti, Franco Zeffirelli, Francis Ford Coppola, Ridley Scott). Ma il bambino che a sei anni, nel 1948, costruiva aeroplanini a La Spezia alla scuola di modellismo dell’AeroClub d’Italia, è stato anche doppiatore (di Jack Nicholson in Shining, di Dustin Hoffman nel Maratoneta, di Al Pacino in Profumo di donna). E inventore. Dategli una cassetta degli attrezzi e lo farete felice. Del resto, ama cucire, rammendare e restaurare mobili. Sarebbe un buon partito, se non fosse già sposato da oltre 40 anni con Eurilla Del Bono, madre dei suoi Emanuele e Francesco; Adriano, invece, è nato dalle nozze con Livia Giampalmo, da cui ebbe pure Lorenzo, morto 19enne di aneurisma.
Si racconta al Teatro San Rocco di Seregno, in uno degli appuntamenti della Milanesiana, ideata e diretta da Elisabetta Sgarbi, quest’anno dedicata a «il desiderio e la legge». Al termine dell’incontro, Giancarlo Giannini vorrà salutare dal palco Vittorio Sgarbi, che ci ha seguito in streaming da casa. E la conversazione continuerà a cena. Ma non basterebbe una notte bianca per dire tutto di lui.
Fece l’audizione per l’Accademia di arte drammatica Silvio D’Amico a Roma.
«Fui l’ultimo di 900 candidati, mi presero e mi diedero una borsa di studio da 40 mila lire. Mi impegnai molto e i docenti mi affidarono subito parti da protagonista. Ma cambiò tutto quando Beppe Menegatti mi diede la parte di Puck, in Sogno di una notte di mezza estate. Carla Fracci e Gian Maria Volonté mi spinsero e pensai: accidenti, mi pagano per non fare niente!».
Non ha mai provato un po’ di timore, lavorando con talenti come Anna Magnani? Avete fatto la «Lupa» a teatro.
«Ma no, questo mestiere è un gioco. Recitare in francese si dice jouer, in inglese to play. Io ho sempre giocato e gioco ancora. Non a caso la mia autobiografia si intitola: Sono ancora un bambino».
L’intelligenza artificiale le fa paura?
«Non deve farci paura. Guardi quanti progressi ha fatto fare alla medicina».
Non la spaventa che possa sostituire la voce di un attore?
«C’è sempre un rovescio della medaglia. Per me doppiare è stato facile: studiando elettronica avevo lavorato con gli oscillografi e andare in sincro con le immagini era semplice. L’intelligenza artificiale può essere un amico che non ti sta simpatico, pensi a come combatterlo, ma siamo sempre noi umani ad agire».
Ha detto no pesanti. A Spielberg, per il ruolo di antagonista di Harrison Ford nei Predatori dell’arca perduta, o a Francis Ford Coppola, per Apocalypse Now. Si è pentito?
«Avevo già preso altri impegni e non potevo rimandarli, come si aspettavano loro. Ci sono tanti no di cui ti penti nella vita. Ma mi è dispiaciuto di più dire no a Bellocchio per I pugni in tasca. Ai tempi ero a teatro con Romeo e Giulietta, diretto da Zeffirelli».
Per quello spettacolo, al Burgtheater di Vienna vi fecero 45 minuti di applausi.
«Erano 50. Pensavo fosse un record e invece Pavarotti e Domingo ne ebbero di più».
Come ci si prepara alla scena dello stupro in manicomio di Pasqualino Settebellezze o ai ceffoni alla Melato in Travolti da un insolito destino?
«Bisogna saper fare l’attore, fingere! È tutto finto al cinema. Al teatro no e lì a volte succede che dopo la centesima replica ti dimentichi una battuta, come a Napoli, durante In memoria di una signora amica di Patroni Griffi, con la regia di Francesco Rosi. Volevo sprofondare: dalle quinte qualcuno me la suggerì».
E gli schiaffi alla Melato?
«Tutto finto: le donne le ho sempre trattate bene sul set. Vero fu il calcio di una controfigura che mi ruppe il menisco: Mariangela Melato si era tagliata un piede il primo giorno e le corse in spiaggia le facevano sette controfigure, solo io correvo sempre».
Pasqualino Settebellezze le aprì le porte di Hollywood, con 4 candidature agli Oscar. Come nacque?
«Mentre giravo a Cinecittà Mimì Metallurgico, c’era questo acquarolo che con una tanica sulle spalle ci versava un bicchierino di acqua fresca: noi gli davamo 5 o 10 lire. Era ebreo, si chiamava Pasqualino Settebellezze ed era stato rinchiuso in un campo di concentramento. Registrai 30 ore di conversazione e le diedi a Lina Wertmüller».
È un film coraggioso.
«Non abbiamo potuto raccontare tutto quello che aveva vissuto il vero Pasqualino. Quando lo abbiamo montato la prima volta in sequenza ci siamo accorti che dovevamo inserire dei flashback, altrimenti era troppo forte».
Ha ricevuto tanti riconoscimenti. Con quale premio alla carriera vorrebbe suggellare il percorso: l’Oscar o il Leone?
«A Venezia non mi hanno mai dato nulla, l’Oscar è molto più importante. Ma io ho già la stella, che è più importante di tutti gli altri perché non te la danno solo per un film, ma per tutto il lavoro fatto».
È un insospettabile talent scout. Chi scoprì?
«Ang Lee e Julia Roberts. Il primo lo scovai grazie all’accademia William Morris: avevo chiesto di segnalarmi un giovane regista con cui lavorare. Lee mi scrisse una sceneggiatura, ma nessuno la volle. Quando vinse il Leone a Venezia mi ringraziò in tv».
E Julia Roberts?
«Con lei lavorai a Legami di sangue. Durante un’inquadratura mi colpì la sua intensità e suggerii ai produttori di metterla sotto contratto. Nemmeno loro mi diedero retta: poco dopo fece Pretty Woman».
Ha brevettato invenzioni: dal guanto sonoro alla «musical jacket» usata da Robin Williams nel film Toys. Tutto partì con Libido, il primo.
«Quel film lo feci di nascosto dall’Accademia. Serviva un grillo-carillon che alzava il cappello e ruotava su sé stesso. Doveva costruirlo Rambaldi, ma aveva chiesto troppi soldi. E mi offrii di farlo io».
Come le saltò in mente di dire a Ridley Scott in un provino: «I’m genious, you’re genious, that’s all!»?
«Ero convinto che non mi avrebbe preso! Stava cercando qualcuno per la parte del commissario in Hannibal, mi avvisò Dino De Laurentiis».
Conserva ancora la cravatta che le donò Gassman?
«Sì, l’ho incorniciata. Gli ho voluto bene e ho sofferto molto quando è morto».
Nei due film di 007 dove ha recitato è riuscito a restituire l’ambiguità del suo personaggio, Renè Mathis.
«Gli sceneggiatori non avevano ancora deciso se fossi tra i buoni o i cattivi. Daniel Craig era simpaticissimo: potevamo ridere per una barzelletta sporca fino a un secondo prima di entrare in scena, poi entrambi ci trasformavamo».
E quando Harvey Keitel rischiò di ucciderla?
«Gli americani sono matti con l’immedesimazione. In Vipera io avevo stuprato la figlia. Quando si caricò con un’ascia vera, sovrastandomi, mi nascosi sotto il letto. Non ho mai creduto in quel metodo, finito un film pensavo al successivo: ogni volta devi ricominciare da zero, pure se ti dicono che sei bravissimo».
Ultimo film visto al cinema?
«Vado pochissimo. Fellini lo aveva detto già molti anni fa: il cinema è morto. Mia moglie va a vedere gli americani, ma io ormai conosco tutti i trucchi. Ho visto solo quello autobiografico di Spielberg, perché me ne aveva parlato, e poi quello di Wim Wenders girato in Giappone: mi incuriosiva la storia di questo uomo che pulisce i cessi».
Chiudiamo con il tema della Milanesiana: quale divieto ha più acceso il suo desiderio?
«Non ho grandi desideri. La felicità sta nell’accontentarsi di ciò che hai. Ho sempre usato molto la fantasia, cosa che non si insegna ai bambini di oggi. Io li rinchiuderei in una stanza per due ore, senza telefonino, con qualche libro, anche Topolino va bene».
Come si è regolato con i suoi figli?
«Ero separato e il sabato e la domenica li portavo in giro con la mia Porsche verde pisello: andavamo al Nord o al Sud lanciando la monetina. Compravo macchine fotografiche usa e getta, acquerelli, la cinepresa. Quando mangiavamo fuori, dovevano dare un voto ai piatti: questo li ha educati al buon cibo, che è meglio di qualunque droga».