Corriere della Sera, 21 giugno 2026
Aldo Coppola ricorda suo padre, Aldo
Negli Anni ’60, quando le chiome erano altorilievi scolpiti da ettolitri di lacca, un folletto riccioluto si fa paladino di una rivoluzione condotta a colpi di forbice. Si sbarazza di impalcature, boccoli, colori artificiali; getta alle ortiche retina e forcine; mette al bando caschi e bigodini. E mette in testa alle donne la libertà. Aldo Coppola (1940-2013) sta al capello come Armani alla giacca. In nome della stessa idea di destrutturazione, inventa tagli e tecniche d’avanguardia ispirandosi al soffio del vento, all’azione del sole, ai tracciati sinuosi del cordame sulle barche. Diventa l’hair stylist più famoso al mondo, acclamato da dive e divine del jet set, coccolate da un dolce viziare (introduce nei saloni l’aperitivo con prodotti della sua fattoria nel Pavese). L’Aldo è un concentrato di passione e talento: a 15 anni vince il campionato italiano di acconciatura femminile, a 21 debutta nella moda accanto a Biki, a 25 apre a Milano lo storico salone di via Manzoni, primo tassello di quell’espansione globale che trasformerà un’impresa familiare in colosso internazionale. Oggi a capo del gruppo c’è Aldo jr, che racconta il padre in chiave pubblica e privata.
Un ritratto in tre parole.
«Ne basta una: vulcanico».
Qual era il suo mantra?
«“Fare le aquile e non i piccioni”, per guardare sempre le cose nel loro insieme, dall’alto».
L’intuizione che lo ha fatto diventare Aldo Coppola?
«La rivoluzione nel taglio, sbaragliando le tradizionali acconciature scultura. Con il crochet il capello asseconda la geometria della testa, rimanendo a posto – paradossalmente – senza neanche bisogno di piega».
Un concetto di bellezza lontano da ogni artificio...
«Aspirava a una bellezza più naturale possibile, alla quale è arrivato attraverso la creazione di tecniche complesse, dal crochet, appunto, allo shatush, un processo di schiaritura che ricrea sulle chiome l’effetto che hanno sui bambini il sole e il mare».
Come perfezionava un’idea?
«Niente schizzi o disegni, sperimentava direttamente, tuffando le mani tra i capelli».
Negli anni Ottanta lui era per l’hair styling l’alter ego di tutti gli stilisti; con chi aveva la maggiore sintonia?
«Giorgio Armani. Professionalmente erano nati e cresciuti in parallelo. Si stimavano e frequentavano, soprattutto quando Armani scelse come buen retiro Broni, nel cuore dell’Oltrepò Pavese, un paio di chilometri da casa di mio padre, che tentò con ogni mezzo di portarlo con sé a cavallo, senza riuscirci mai».
Nei primi Anni 70, all’apice del successo e in piena controtendenza, Aldo lascia Milano per stabilirsi in campagna con la famiglia: la moglie Franca e voi figli, Aldino e Monica.
«Voleva avere un pezzo di terra per coltivare i propri ortaggi, piantare un vigneto e allevare ogni tipo di animale, dalle mucche ai maiali fino ai suoi amatissimi cavalli. Era un animo molto semplice, in sintonia con la natura, dalla quale ha preso spesso ispirazione per il lavoro; non a caso il simbolo del brand Aldo Coppola è una rosa».
L’Oltrepò è stato anche teatro della sua avventura di ristoratore.
«Un progetto nato in principio come tavola di assaggio dei nostri prodotti, poi l’ambizione è cresciuta, papà ha incontrato un cuoco giovane, talentuoso e allora del tutto sconosciuto, Enrico Bartolini, con cui è partita la sfida di portare il ristorante, Le Robinie, a un altro livello. Ci sono riusciti. Dopo tre anni Bartolini ha conquistato, proprio lì, la sua prima stella Michelin (oggi ne ha totalizzate 14 ed è lo chef più stellato nella storia della cucina italiana, ndr)».
Aldo era un gourmet?
«Era un goloso, adorava le bistecche; gli piaceva mettersi alla brace, in particolare la domenica per la solita quindicina di ospiti».
Il suo migliore amico?
«Oliviero Toscani; mai visto due divertirsi cosi tanto insieme. Si chiamavano ogni mattina, stavano al telefono almeno mezz’ora e appena potevano andavano a cavallo, grande passione comune. Papà ha imparato da Oliviero a essere diretto, senza filtri, e Oliviero ha imparato da papà a essere forse un po’ più moderato...».
Le predilette tra le clienti famose?
«Ornella Vanoni, perché con la sua ironia lo divertiva moltissimo, e Anna Oxa, di cui ha curato il look a lungo».
La diva che più amava pettinare?
«Anouk Aimée, per quei capelli scalati che aprivano la strada alla libertà».
Vero che ha scoperto lui Monica Bellucci?
«Quando la vide in atelier – lei avrà avuto 16 o 17 anni – le disse che avrebbe dovuto fare la modella; la mise in contatto con una celebre agenzia e lì iniziò la sua fortuna».
Era un viaggiatore; in quale parte del mondo riteneva che l’acconciatura si fosse fatta opera d’arte?
«In Francia, grazie a creatori come Bruno e il mitico Alexandre (il logo del primo atelier parigino glielo disegnò Jean Cocteau, ndr), e in Africa; il lancio delle celebri frangette corte avvenne al ritorno di un viaggio per un libro d’arte con il fotografo sudafricano Barry Lategan».
Un pregio e un difetto.
«Era uomo di grande cuore, anche se forse ascoltava poco».
Qualcuno ha mai approfittato della sua generosità?
«Un famosissimo cantante romano, ospite di rito nei nostri saloni; dopo l’unica volta che, per sbaglio, si vide presentare il conto, ruppe ogni rapporto».
Nel suo tempo libero?
«Le domeniche al galoppo e agosto al mare, in Sardegna».
Che padre è stato?
«Si è dedicato tanto al lavoro quindi meno alla famiglia; ci siamo conosciuti meglio quando sono entrato in azienda, liberandolo da incombenze gestionali che per un artista come lui erano solo un peso».
Il rapporto con il successo?
«Era consapevole che per mantenerlo non si doveva smettere di studiare, ricercare, lavorare. Aldo creava a gettito continuo; per lui una cosa fatta era già vecchia e andava oltre».
Vezzi da divo?
«Nessuno, eccetto la superstizione. Lui il venerdì 17 non lavorava».
Cosa detestava?
«Il disordine, lo mandava in bestia, e le tinture chimiche, che vietò, perché non tollerava i capelli aggrediti e sofferenti. Introdusse le tinte vegetali, addolciscono la ricrescita e sollevano dalla schiavitù del parrucchiere ogni settimana».
Il sogno irrealizzato?
«Nel lavoro nessuno; l’unico desiderio rimasto in sospeso riguardava la casa. In Oltrepò ne avevamo una piccola, che chiamava “la casetta dei cow-boy”. Desiderava trasformare le scuderie, con vista su tutta la pianura, in una grande dimora. Non ce l’ha fatta».
Come ha vissuto la malattia?
«Con coraggio e speranza, lavorando fino alla fine. Andare in atelier era lo stimolo necessario per farlo alzare ogni mattina, nonostante tutto».
Paura della morte?
«All’ultimo, sì. Non ho mai visto mio padre piangere, se non il giorno che, a colloquio con i medici, ha capito che i tempi ormai erano stretti».