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 2026  giugno 21 Domenica calendario

La rivolta delle isole Eolie contro i nuovi dissalatori

«Opere mostruose? Punti di vista. Lo dicevano anche della Tour Eiffel ma ha fatto la fortuna di Parigi!». L’entusiasmo per i dissalatori di uomini come il Capo Ufficio Tecnico del Comune di Pantelleria Salvatore Gambino («Ora abbiamo tutta l’acqua che ci serve: 0,69 euro li mette il Comune, 2,30 la Regione. Altro che i costi folli delle navi cisterna!») toglie il sonno a quanti nelle Eolie si battono contro l’arrivo di nuovi impianti invasivi per ricavare l’acqua potabile dal mare. Nemici del progresso? Troppo facile liquidarli così.
Il precedente
Dice tutto l’ondata di dubbi sul nuovo dissalatore a Porto Empedocle. Era una striscia di sabbia, una volta, il litorale del centro agrigentino. Stuprata dalle fabbriche Montedison e Italcementi (poi chiuse) la magica spiaggia del Caos di Pirandello, restava tra il porto e Punta Piccolo (sia pure con la centrale Enel in mezzo oggetto di sogni di ripristino ambientale) la «spiaggia Montalbano» così ribattezzata in omaggio a Camilleri. Finché l’estate scorsa, per l’ennesima emergenza idrica nonostante i 47 invasi (solo 20 collaudati, 17 già dismessi, quantità immense d’acqua perse da condotte colabrodo o scaricate a mare!) Renato Schifani e il commissariato governativo decisero di mettere lì un terzo (i primi due sono carcasse arrugginite) dissalatore. Provvisorio, giurò il governo. Un gigantesco compound da 30 milioni di euro che s’allunga sulla battigia con 16 mega container posati su una enorme piastra di cemento armato. Tre mesi e, a dispetto dei giuramenti di Nello Musumeci il provvisorio diventava, ovvio, definitivo. E le proteste dei cittadini? Uffa! Non bastasse, una mareggiata prima ancora del ciclone Harry spezzò la condotta di 130 metri (contro i 690 prescritti!) che doveva scaricare in mare aperto 250 litri al secondo della micidiale salamoia residua della dissalazione. Letale per la Posidonia oceanica, la prateria sui fondali essenziale per la vita del pianeta. Posidonia che, dice l’archivio della National Library ha perso nel Mediterraneo, dal 1960 ad oggi, «tra il 15 e il 50% dell’area che occupava».
L’annuncio
Mettetevi ora nei panni di chi vive alle Eolie e legge la Gazzetta del Sud: «Il Comune di Lipari ha recentemente chiesto autorizzazione alla Regione siciliana di modificare il progetto originale dei quattro dissalatori previsti per Alicudi, Filicudi, Panarea e Stromboli, finanziati con i fondi del Pnrr. La nuova proposta consiste nell’operazione di “espianto e trapianto” della Posidonia per consentire la posa delle condotte sottomarine dei nuovi impianti». «Espianto e trapianto», come si trattasse di zolle di San Siro cambiate ogni anno? Come se il tappeto sottomarino non crescesse «da 1 a 4 cm l’anno»? Giordano Giorgi, responsabile dell’Ispra sul tema, diffida: «Il risultato, per esperienza nostra, avrebbe scarsissime probabilità di successo». Punto e fine. Domanda: ma se la stessa Regione aveva prescritto «che l’attraversamento della prateria avvenisse senza toccare il fondale, mediante trivellazione orizzontale controllata sotterranea» (possibile ma costosa) come può Lipari chiederle di violare quelle regole? Il fatto è che sul tema il caos è totale. E da decenni, come lamenta il commissario all’emergenza idrica Fabio Ciciliano, «ogni scelta non viene fatta d’inverno, ma d’estate». In emergenza. Quando la Sicilia, capace di sprecare grandi quantità di pioggia, scopre puntualmente che gli acquedotti perdono fino al 65%, che le dighe mai collaudate non possono rischiare di riempirsi all’orlo e devono buttare via l’acqua in eccesso, che i vecchi dissalatori abbandonati da Totò Cuffaro per la gestione costosissima giacciono cadaveri qua e là e che la legge del 1950 sulle isole minori dice: «L’approvvigionamento idrico della popolazione è a carico dello Stato». Un peso sempre più gravoso.
L’acqua, certo, è pubblica. Ma fornirla ai cittadini è un servizio che costa ed è fatto pagare con differenze enormi da 1,66 (Trentino) a 4,23 euro (Toscana) al metro cubo. Media nazionale: 2,90. In Sicilia 2,88. Ma se a riempire i pubblici serbatoi sono chiamate navi che arrivano magari da decine di chilometri di distanza il costo schizza tra 14 e i 18 euro. Con eccessi tali da interessare l’autorità anticorruzione. Che nel 2001, per dire, indagò su una fornitura della Marina militare a Licata (che tra l’altro non è un’isola minore) fatta pagare 43 euro al metro cubo: 26 volte più che a Rovereto. Storture assurde. Che han fatto emergere, spiega l’authority presieduta da Giuseppe Busia, «vistose anomalie». Compreso «lo sversamento in mare di una parte dell’acqua potabile trasportata». Un delitto.
Le alternative
Torniamo alla domanda: possibile non ci siano alternative? O la devastazione delle coste anche là dove sono magari più belle e fragili (vedi Panarea o la spiaggia di Filicudi amata dai tempi dell’arciduca Luigi Salvatore d’Austria) o i carissimi servizi delle bettoline che devono fornire l’acqua a comunità che un tempo dosavano l’acqua con la sapienza di chi sapeva quanto fosse preziosa e oggi faticano a porsi il problema dei consumi? Perché lo Stato (o la Regione) dovrebbero farsi carico di dare l’acqua a prezzi accessibili non solo agli eoliani ma ai turisti che l’estate affollano le isole e potrebbero permettersi di pagare molto di più?
Domande ustionanti. Ma se lo Stato si fa carico di pagare una maestra per l’unico bambino nato in quella isoletta, scelta sacrosanta, anche il turismo (purché non sia troppo) è essenziale perché quelle isole svuotate dall’emigrazione possano vivere. Ne va della sopravvivenza loro e nostra. Detto questo, è inaccettabile che lo Stato e la Regione da decenni affrontino questi problemi di emergenza in emergenza. Senza nemmeno porsi il problema di alternative. Esempio? S’affacciano all’orizzonte, per i contesti più a rischio, navi di ultima generazione in grado di dissalare l’acqua marina, fornire grandi quantità di acqua potabile e scaricare la salamoia al largo dove la Posidonia oceanica non c’è. Sono mesi e anni, dice l’armatore, che dopo aver avuto l’ok del Cnr, propone alla Regione di esaminare l’ipotesi: se funzionasse potrebbe essere la soluzione. Lettere su lettere: «Mai una risposta».