Questo sito utilizza cookies tecnici (propri e di terze parti) come anche cookie di profilazione (di terze parti) sia per proprie necessità funzionali, sia per inviarti messaggi pubblicitari in linea con tue preferenze. Per saperne di più o per negare il consenso all'uso dei cookie di profilazione clicca qui. Scorrendo questa pagina, cliccando su un link o proseguendo la navigazione in altra maniera, acconsenti all'uso dei cookie Ok, accetto

 2026  giugno 21 Domenica calendario

Il tenore putiniano sul palco e l’ambasciatore in platea. Un caso la prima a Roma

Un’insolita agitazione serpeggia nei corridoi del Teatro dell’Opera di Roma. Non si tratta della consueta frenesia «prima della prima», e nemmeno della legittima emozione per il ritorno in scena – da oggi al 21 giugno – di un capolavoro come La Traviata di Giuseppe Verdi nel celebrato allestimento di Sofia Coppola, che proprio qui debuttò ormai dieci anni fa con i costumi firmati da Valentino Garavani, Maria Grazia Chiuri e Pierpaolo Piccioli.
A far discutere la platea romana è il nome di Dmitry Korchak, il tenore russo chiamato a dare voce ai piaceri e tormenti di Alfredo Germont. Una scelta artistica di primissimo piano – il ruolo, tra l’altro, è già stato affrontato da Korchak nel 2025 all’Arena di Verona – che tuttavia porta con sé le pesanti ombre della cronaca internazionale, riaccendendo i riflettori sul legame mai del tutto risolto tra la lirica mondiale e la Russia di Vladimir Putin. Così il parterre della prima sta suscitando malumori, perché tra i presenti già confermati stasera in platea c’è anche l’ambasciatore russo, Aleksej Vladimirovic Paramonov. Un atto dovuto, secondo il Teatro dell’Opera.
«Spesso quando sono presenti negli spettacoli artisti internazionali, le ambasciate dei relativi paesi chiedono di essere presenti – fanno sapere dall’istituzione capitolina —. In questo caso l’ambasciatore russo ha chiesto di poter assistere alla prima di Traviata che vede impegnato Dmitry Korchak nella parte di Alfredo, e gli sono quindi stati assegnati due posti in sala». D’altronde Paramonov non sarà l’unico diplomatico straniero in sala: due biglietti sono stati riservati anche all’ambasciata della Repubblica di Albania, per applaudire la soprano Ermonela Jaho – albanese – nel ruolo della protagonista Violetta.
Il talento di Korchak non è in discussione. Nato artisticamente sotto l’ala di mostri sacri del calibro di Plácido Domingo – che lo incoronò nel 2004 al concorso Operalia – il tenore ha costruito una parabola eccezionale. È diventato in pochi anni un punto di riferimento assoluto del Belcanto nei templi mondiali della lirica, dalla Wiener Staatsoper alla Scala di Milano.
Ma a pesare sul suo passaporto artistico, specie dall’inizio del conflitto in Ucraina, è la sua doppia veste di cantante e direttore d’orchestra stabilmente inserito nei ranghi delle istituzioni statali russe, come l’Opera di Novosibirsk o i Virtuosi di Mosca. Relazioni che lo collocano, agli occhi di molti osservatori, in quella cerchia di artisti considerati vicini a Putin e promossi dal sistema di potere del Cremlino.
Da Korchak nessun commento, risponderà dal palco con la consueta solidità vocale. Lasciando ad altri il dilemma che attraversa la cultura occidentale contemporanea: l’arte può bastare a se stessa, ignorando le scelte e i compromessi etici di chi la interpreta?