Corriere della Sera, 21 giugno 2026
Il nodo Hezbollah
Ormai lo chiamano «gingi» (capelli rossi, in ebraico) e anonimi si lamentano che «noi adesso dobbiamo andare a quattro funerali di soldati». Eppure sono stati i ministri israeliani – assieme al loro capo Benjamin Netanyahu – a spingere perché l’offensiva in Libano andasse avanti. Il presidente degli Stati Uniti Donald Trump ha imposto il cessate il fuoco, non ancora il ritiro totale delle truppe.
Ed è proprio questa frizione sul campo a impedire che la tregua possa effettivamente entrare in vigore: ieri Eyal Zamir, il capo di stato maggiore israeliano, ha di nuovo annunciato lo stop ai combattimenti, ma la situazione sul terreno dipende anche da Hezbollah.
I soldati restano posizionati una decina di chilometri dentro al Libano e hanno concentrato le operazioni nella dorsale di Ali Al Taher. I portavoce spiegano che in quest’area «si trova una delle basi più importanti di Hezbollah»: tra queste colline il gruppo sciita sostenuto dall’Iran avrebbe scavato un sistema di bunker e gallerie lungo un chilometro. Quello che gli ufficiali non raccontano in pubblico è quanto siano complesse le operazioni, soprattutto il movimento dei carrarmati, tra avvallamenti, torrenti, strade rocciose. Gli israeliani lo capiscono dall’elenco dei caduti: nella notte tra giovedì e venerdì un colonnello è stato ucciso nel suo tank assieme alla squadra di tre uomini, non è ancora chiaro se i carristi siano stati colpiti da un drone esplosivo o ci siano stati errori nella manovra. In ogni caso i quattro morti hanno causato una reazione massiccia da parte di Tsahal.
Gli analisti di cose militari fanno notare che i comandanti rischiano di essersi spinti troppo a Nord: ormai si muovono oltre il castello di Beaufort, che per molti in Israele è ancora sinonimo di trauma dai tempi della prima guerra del Libano. «Dalla zona di Ali Al Taher non è possibile colpire i villaggi israeliani con fuoco diretto – commenta Amos Harel sul quotidiano Haaretz —. La sensazione è che i generali abbiano spinto al di là degli obiettivi». Anche perché – continua Harel – nel governo non si sta davvero discutendo dell’operazione e lo stato maggiore è consapevole che a questo punto «non ci sono risultati strategici raggiungibili»: «Le truppe sono concentrate sul costruire avamposti e demolire le case dei libanesi lungo il confine».
Il vuoto di indicazioni politiche viene riempito dalle uscite scomposte e brutali di Itamar Ben-Gvir, il ministro per la Sicurezza Nazionale: «Per ogni lacrima di una madre israeliana, mille madri libanesi devono piangere. Tutto il Libano deve bruciare», minaccia via social media il fanatico leader dei coloni. Da quando il 2 marzo sono ricominciati gli scontri con Hezbollah – che ha deciso di affiancare l’Iran sotto i bombardamenti americani-israeliani e di bersagliare il Nord del Paese – i libanesi ammazzati sono oltre 4 mila, 83 solo venerdì. L’organizzazione paramilitare rivendica gli attacchi contro le truppe e l’Iran, suo sponsor finanziario e militare, appoggia i raid. I portavoce di Tsahal ripetono che sono i miliziani «a violare in continuazione il cessate il fuoco».
Bibi vede le elezioni avvicinarsi – sono previste per l’autunno – e deve spiegare agli israeliani com’è possibile che il gruppo libanese sia passato dall’essere stato «annientato», come aveva proclamato, a rappresentare di nuovo una minaccia nei mesi passati dal cessate il fuoco del novembre 2024. Com’è possibile che né lui né i generali abbiano studiato la guerra in Ucraina fino a individuare il pericolo rappresentato per le truppe dai droni pilotati a distanza con i cavi di fibra ottica. Non sembra sapere come uscire dalla «roulette» del Libano e come rientrare nelle grazie del presidente americano che ieri ha rilanciato il titolo di un giornale: «Trump ha in mano le carte della rielezione traballante di Netanyahu».