Corriere della Sera, 21 giugno 2026
Torna la sfida su Hormuz. Ma Vance e Ghalibaf vanno a Lucerna
In auto da Lucerna, per salire al Bürgenstock resort, ci vogliono una ventina di minuti. La strada si arrampica sulla cima del Bürgenberg tra curve a strapiombo, faggi e larici in verde, squarci improvvisi sul lago dei Quattro Cantoni. Si può arrivare anche via acqua, battello fino al pontile e poi la vecchia funicolare che porta gli ospiti all’hotel a cinque stelle, quello delle foto in bianco e nero con Audrey Hepburn, Sophia Loren, Sean Connery. Da ieri, accanto alle Porsche e alle Mercedes che superano lentamente i trattori delle fattorie tutt’intorno, si riconoscono i pulmini dai vetri oscurati che dovrebbero scaricare il pezzo più delicato della crisi mediorientale: la delegazione iraniana con Mohammed Ghalibaf e il ministro degli Esteri Abbas Araghchi; quella americana guidata dal trio Steve Witkoff, Jared Kushner e il vicepresidente JD Vance.
Sono venuti qui per tenere in piedi un’intesa nata da appena quattro giorni, firmata in digitale da Donald Trump e Masoud Pezeshkian, che ha già rischiato di saltare due volte. In mezzo, come sempre, i mediatori: il premier pakistano Shehbaz Sharif e il capo di stato maggiore Asim Munir, attesi alla sessione tecnica, insieme ai qatarini che hanno cucito la bozza. Il memorandum, prima ancora di entrare nella sua fase operativa, è stato messo alla prova sul primo articolo, la «fine delle ostilità su tutti i fronti, Libano compreso». Ieri, tra Metulla e Nabatieh, è andato in scena l’ennesimo scambio di fuoco tra Israele e Hezbollah. Secondo fonti libanesi almeno 16 persone sono state uccise dai raid israeliani nel Sud. L’esercito di Benjamin Netanyahu ha contato più di cinquanta colpi delle milizie sciite e ha risposto su «obiettivi» del movimento, mentre Hezbollah, in un comunicato, ha ribadito di «rispettare il cessate il fuoco», ammettendo però un’imboscata contro la fanteria israeliana che tentava di avanzare su una cima strategica.
Da Teheran, il comando centrale Khatam al Anbiya ha diffuso un comunicato durissimo in cui accusa gli Stati Uniti di non aver imposto a Israele il rispetto della tregua in Libano, denuncia «il massacro spietato» nel Sud del Paese e annuncia la chiusura dello Stretto di Hormuz al transito delle navi, definendola «la prima misura» in risposta alla violazione degli impegni. I Guardiani della Rivoluzione avvertono che chi si avvicina allo Stretto «mette a rischio la propria sicurezza». Trump risponde su Truth che per 60 giorni «non ci saranno pedaggi a Hormuz» e che, se l’intesa dovesse saltare, l’unico a poter chiedere denaro per i «servizi» resi saranno gli Stati Uniti. Dal comando centrale americano arriva la versione speculare: «L’Iran non controlla lo Stretto», assicura il capitano Tim Hawkins, spiegando che il traffico continua a scorrere e che le forze Usa vigilano per mantenerlo aperto.
Dentro questo gioco di verità parallele Lucerna si ritrova, suo malgrado, capitale dell’accordo impossibile. La città sembra altrove: 32 gradi tra le Alpi, i turisti in fila sul Kapellbrücke, nessun segno visibile dei colloqui. Solo la polizia cantonale presidia le rampe che portano al resort, gilet arancione sopra la divisa. «Fa troppo caldo, non so se resisto fino a mercoledì», sospira un agente, tradendo un dettaglio: il Bürgenstock è prenotato per la pace per altri tre giorni.
Oggi, dietro le vetrate affacciate sul lago, dovrebbero cominciare i primi colloqui tecnici. Mohammad Marandi, professore, decano e consigliere del regime ai tempi di Vienna, ci dice che nessun accordo può durare se Washington non dimostra di saper far rispettare a Netanyahu la fine delle ostilità «anche in Libano». Rivendica che «la Repubblica islamica ha vinto la guerra» e aggiunge che questa volta non farà sconti.
Mentre Araghchi era in viaggio, l’agenzia Tasnim, vicina ai pasdaran, ha lanciato un avvertimento: «Araghchi! Non c’è alcun motivo per incontrare Witkoff, qualsiasi prosecuzione dei colloqui sarebbe un grave errore».