Corriere della Sera, 20 giugno 2026
Florindo Rubbettino parla della sua casa editrice e di sé stesso
Florindo Rubbettino, ma è vero che la locuzione «i professionisti dell’antimafia» viene fuori dalla vostra casa editrice?
«Da un libro della Rubbettino, di Cristopher Duggan. E da Leonardo Sciascia che ne fece una recensione entusiastica. Alla fine quella locuzione è un titolo del Corriere della Sera, del 10 gennaio 1987».
I professionisti dell’antimafia è diventato un modo di dire diffuso.
«Direi una costante nel nostro Paese da quando uscì quella recensione. Il libro si intitolava: La mafia durante il fascismo. Sciascia allargò lo sguardo a tutto il tema dell’approccio del sistema politico al mondo giudiziario in tema di mafia».
Un bel lancio per la vostra casa editrice.
«È stata la prima importante ribalta nazionale per la Rubbettino. Era nata in sordina nel 1972».
Era nata in un piccolo paese della Calabria.
«Soveria Mannelli, in provincia di Catanzaro. Siamo in mezzo alle montagne dove un ragazzo di poco più di vent’anni si mette in testa di fare libri, di fare l’editore».
Rosario Rubbettino, suo padre.
«Rosario comincia facendo il promotore di libri scolastici per grandi case editrici nazionali. Poi apre una piccola libreria e nel retro bottega improvvisa una stamperia».
Una libreria in un paese di quante persone?
«Circa tremila».
E vendeva?
«Vendeva. Era un periodo in cui i libri avevano uno status diverso. Era una libreria molto fornita ed era l’unica nell’arco di almeno cinquanta chilometri».
Dalla piccola libreria al piccolo impero Rubbettino di oggi?
«C’è tutta la determinazione di mio padre che senza alcun know-how in una decina d’anni fa decollare l’azienda. Poi c’è il lavoro importante e costante mio e di mio fratello più piccolo, Marco».
Dove ha sede adesso la Rubbettino?
«A Soveria Mannelli, vogliamo dimostrare che la geografia non è un limite per fare impresa, ma una risorsa».
Anche la stampa è lì?
«Sì, la stampa la facciamo noi, quella piccola stamperia che negli anni Settanta era nel retro bottega nel tempo è cresciuta ed è diventata una realtà industriale che stampa per circa cento editori in tutta Italia».
Cento editori?
«Oggi Rubbettino è diviso in due: una casa editrice che pubblica i libri e in parallelo c’è la Rubbettino Industrie Grafiche che stampa per editori in tutta Italia. Quest’anno ha avuto il più grande riconoscimento nel nostro settore che è “L’oro della stampa”. Poi c’è tutto l’ecosistema».
Ecosistema?
«Rubbettino oggi è una realtà che annovera un’industria culturale che produce festival, gestisce un parco d’arte contemporaneo qui in Calabria, un museo d’impresa dedicato alla storia del libro, un hub di innovazione e sperimentazione che accoglie visitatori, studenti, sperimentatori che vogliono ispirarsi alla grande tradizione del libro».
Siete indipendenti e andate contro corrente.
«Proviamo a rompere la bolla degli algoritmi attraverso la serendipity».
Trovare quello che non si stava cercando...
«Sì, credo che sia una delle esperienze più straordinarie della cultura e della curiosità umana».
E riuscite a sfondare?
«I nostri libri hanno mercato e noi rivendichiamo la funzione di questo genere di libri».
Quale funzione?
«Il ruolo dell’editore non è rincorrere le mode, ma fare da guida. Oggi siamo in una società dove ci troviamo schiacciati da proposte che devono adeguarsi per forza ai gusti del grande pubblico. La digitalizzazione e gli algoritmi portano a un pensiero conforme. Ed è in questo senso che noi andiamo contro corrente».
Quanti libri pubblica Rubbettino?
«Dai cento ai centocinquanta all’anno».
Saggistica per lo più?
«Adesso anche con un bel progetto di narrativa. Ma la saggistica è centrale».
Suo padre aveva il pallino della saggistica.
«Partì chiamando a raccolta intorno a sé intellettuali, studiosi, accademici. Con una scommessa».
Quale?
«Portare in Italia la cultura della libertà. Che significa pluralismo delle idee, critica ad ogni forma di potere anche culturale. Rivendico un primato in questo».
In che senso?
«Credo che Rubbettino sia la casa editrice che in Italia prima di tutti e più di tutti ha messo in luce come nel panorama editoriale ci fosse bisogno di una buona dose massiccia di pensiero liberale».
Cosa intende per pensiero liberale?
«Quella tradizione di pensiero che in Italia era stata un po’ schiacciata tra l’ideologia mainstream del mondo editoriale, comunista ma anche di un certo cattolicesimo».
Qualche esempio di questo pensiero liberale?
«La “Biblioteca austriaca”, la collana che ha portato in Italia la conoscenza della grande scuola marginalista delle scienze sociali austriache».
Di quali autori stiamo parlando?
«Filosofi come Karl Popper, premi Nobel come Friedrich von Hayek. Loro in qualche modo hanno provato a inserire nel dibattito pubblico del nostro Paese una cultura della libertà che era sempre stata minoritaria».
Avete aperto la strada a un pensiero contro corrente, ne è convinto?
«Abbiamo cominciato a far circolare in Italia l’idea che temi come la libertà, il mercato, la società aperta, la libertà d’impresa, la ricerca scientifica potessero venire sdoganati in un panorama che fino a quel momento era asfittico».
Un’operazione che può dire riuscita?
«Guardando in retrospettiva, sì. Se penso agli anni Novanta, quando abbiamo iniziato a produrre quel tipo di libri, oggi si vede che in Italia c’è un’offerta che allora non esisteva. Sono arrivate altre case editrici, think tank. Tuttavia il bilancio finale non è così esaltante».
Perché dice così?
«Se valutiamo quanto questa produzione culturale ha inciso sulla società italiana non c’è da essere contenti. Gli spazi liberali che ci sono oggi in Italia sono meno di prima».
Per questo aprire alla narrativa?
«Diciamo che era inevitabile arrivare lì. Siamo consapevoli che in questo settore il mercato è molto affollato e molto complicato. Però abbiamo scoperto autori come Giuseppina Torregrossa, Gioacchino Triaco, Mimmo Cangemi. E quest’anno due dei nostri libri sono candidati allo Strega».
Poi ci sono testi sperimentali come «Lutto sospeso».
«Il fenomeno delle persone scomparse. È terribile la scomparsa. Si resta sospesi di fronte a un dramma umano, impossibile elaborare un lutto. Alessandro Fiore è bravissimo a rendere questa sua indagine umana ancor prima che tecnica».
Quando suo padre Rosario ha fondato la Rubbettino lei aveva un anno.
«Già e quando nel 2000 è morto avevo ventinove anni e lavoravo con lui da un po’. Sei anni prima mi ero laureato alla Luiss e avrei voluto girare un po’ per l’Europa ma lui già stava male e con mio fratello ci siamo rimboccati le maniche da subito».
È sposato?
«Sì e ho due figlie di undici e quattordici anni».
Leggono?
«Beh, sì. Sono nate tra i libri, hanno respirato il profumo dell’inchiostro fin da quando sono nate».
Cosa leggono?
«Un po’ di tutto. Storie come Alice nel paese delle meraviglie, ad esempio, che poi è anche il nome di mia figlia grande. Recentemente anche Oscar Wilde».
Hanno anche i social? Vivono davanti agli smartphone o i libri evitano questo?
«In questo caso i libri non sono un antidoto, però sono un’addizione e questo è già tanto. I mezzi di comunicazione devono contaminarsi tra di loro, non si devono fare battaglie di retroguardia».
Cosa fare invece?
«Capire che i libri sono importanti ma che non si può fare a meno delle forme di comunicazione contemporanea. Sono le nostre più grandi alleate e chi non capisce questo non fa un grande servizio ai libri».