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 2026  giugno 20 Sabato calendario

L’Iraq stretto tra due fuochi

I vecchi metodi non muoiono mai, specie in Medio Oriente dove c’è sempre bisogno di colpi «segreti» e manovre per deviare responsabilità dirette. Lo spiega bene una storia svelata dalla Reuters che conferma sospetti recenti ma anche più antichi.
I pasdaran si sono serviti di miliziani sciiti iracheni per attaccare tra il 20 aprile e il 17 maggio target in Kuwait, Arabia Saudita ed Emirati. A tal fine hanno formato 3-4 cellule ognuna composta da una decina di elementi, alcuni prelevati dalla Resistenza Islamica, uno dei movimenti che raccoglie migliaia di combattenti in Iraq. Insieme a loro altri mujaheddin bene addestrati nell’uso dei droni kamikaze, tipo Shahed. Oltre alla preparazione militare, i guerriglieri presentano caratteristiche di affidabilità sul piano ideologico, questo per prevenire eventuali tradimenti e, allo stesso tempo, garantire la determinazione necessaria nel portare avanti la missione.
La creazione di un network parallelo, senza una denominazione specifica oppure offrendo «firme» ombra, ricorda le tattiche degli anni ’70-’80 adottate prima dai palestinesi di Arafat, con una proliferazione di sigle, e poi dalle prime organizzazioni radicali ispirate da Teheran. In Libano divenne celebre la Jihad islamica. Un modus operandi rilanciato dai guardiani con un doppio intento: disporre di un braccio armato clandestino, avere la possibilità di negare, almeno sul piano formale, il proprio coinvolgimento. È chiaro che il confine è sottile e la tattica nota, ma certe ambiguità tornano utili: perché a volte anche i nemici possono far finta di ignorare chi sia il vero colpevole. Durante il conflitto se ne è avuta una prova con l’atteggiamento assunto dall’Oman che, quando ha voluto, ha evitato di accusare in modo esplicito l’Iran per gli strike subiti.
L’avamposto iracheno è diventato così un punto di lancio per i droni, con le cellule inviate in zone desertiche nei pressi di Bassora e Samawa. Da qui hanno preso di mira gli obiettivi nei Paesi della regione alleati di Washington. Secondo la Reuters il piano ha finalità a lungo termine: alcune fazioni irachene, come Asaib Ahl al Haq e le Brigate Imam Alì, hanno detto di essere pronte a consegnare le loro armi alle autorità, mossa per alleggerire la pressione Usa sul governo di Bagdad, sollecitato a mettere fine ad un contropotere pericoloso. Per compensare un eventuale disarmo – tutto da definire – i pasdaran hanno allora pensato ad una rete parallela pronta a svolgere compiti particolari in caso di necessità. Una tecnica sperimentata con successo ed ora rilanciata grazie all’utilizzo di sistemi bellici agili, efficaci, facili da mimetizzare. Alcuni droni possono essere celati all’interno di camion telonati, simili a quelli usati per scopi civili. Non è da escludere che l’intera operazione sia stata diretta dalla Divisione Qods dei pasdaran.
La crisi ha trasformato l’Iraq in un ostaggio, stretto tra due fuochi. Infatti, il suo territorio è stato violato anche dagli israeliani. L’Idf, secondo rivelazioni di qualche settimana fa, avevano stabilito delle teste di ponte per le forze speciali protagoniste di incursioni contro l’Iran. Basi spartane, sempre nel deserto, diventate importanti in alcune fasi di Ruggito del Leone: le unità elitrasportate inviate da Tel Aviv non hanno esitato a sparare sui soldati iracheni che si erano avvicinati ai siti dopo le segnalazioni di alcuni pastori. All’epoca Bagdad aveva ipotizzato che si fosse trattato di reparti statunitensi, spiegazione che non aveva però convinto del tutto.