Corriere della Sera, 20 giugno 2026
Khamenei e Pezeshkian uniti. Ma alla pace credono in pochi
È arrivata perfino la benedizione di Mojtaba Khamenei. La nuova Guida Suprema fa sapere che quella firma sul memorandum con gli Stati Uniti, all’inizio, non la voleva. Poi però ha dato il via libera agli sforzi di Masoud Pezeshkian e di quanti, in questi mesi, hanno tenuto in piedi la diplomazia nonostante le mine piazzate dai falchi guidati dall’ex negoziatore Said Jalili. Così l’ayatollah benedice l’intesa e, insieme, il presidente riformista quasi senza leve che in questa partita si è ritrovato a giocare molto sopra il suo peso.
Il movente ha poco a che vedere con i proclami ideologici ed è più terra terra di quanto il sistema voglia ammettere. La Repubblica islamica stima i danni della guerra intorno ai 270 miliardi di dollari, l’inflazione ha superato l’ottanta per cento, il rial si è sbriciolato e milioni di persone scivolano sotto la soglia di povertà. Il motivo è servito: il Paese è allo stremo.
Dentro questo scenario la maggioranza del potere si stringe attorno al capo del parlamento, Mohammed Ghalibaf, al ministro degli Esteri Abbas Araghchi e alla loro squadra negoziale. I pasdaran capiscono che prolungare il conflitto significherebbe un’erosione militare che nessuna retorica sulla «resistenza» può più coprire. Ed entra in scena la cavalleria. Yadollah Javani, vice per gli affari politici dei Guardiani della Rivoluzione, spiega in pubblico che diplomazia e campo di battaglia rispondono allo stesso obiettivo. Esmail Qaani, capo della Forza Quds, va di persona a ringraziare la delegazione dei colloqui. Il comando Khatam al‑Anbiya legge l’intesa come una resa del nemico, non dell’Iran. Uno dopo l’altro, i pilastri del sistema si allineano per pragmatismo. Nel 2015 non era andata così: Khamenei aveva concesso a malincuore il Jcpoa Act con Barack Obama e metà dell’apparato aveva remato contro. Stavolta il regime sente che non ci sono uscite laterali e si muove di conseguenza.
Fuori da quei palazzi, la gente guarda e aspetta con quella stanchezza che è più lucidità di chi sa come andrà a finire. Samira scrive da Teheran che è già qualcosa se smettono di cadere le bombe, che è un bene se si allentano le sanzioni, ma aggiunge: «Abbiamo la certezza che quei soldi non arriveranno mai a noi». Ghazaleh Baha è appena uscita dal Paese e dice: «Li useranno per riarmarsi mentre a mio padre non arriva lo stipendio da mesi».
La sfiducia è forse l’unico punto in comune tra chi governa e chi subisce. Ne sono impregnati anche quelli che hanno firmato. Due volte in un anno le guerre sono iniziate con i negoziati in corso. La lezione che il sistema ne ha tratto è difficile da scalfire: la diplomazia americana può fare da copertura al prossimo attacco, ogni apertura può coincidere con l’attimo in cui abbassi la guardia. Una fonte vicina al regime ci racconta che «quasi nessuno crede che in sessanta giorni si arrivi alla pace». Khamenei Jr lo dice a modo suo: «Se gli americani non rispettano gli impegni, l’Iran non si inginocchia». E così hanno fatto con gli ultimi raid israeliani in Libano, facendo saltare l’incontro negoziale a Lucerna.
I pasdaran studiano al millimetro la strategia. Sul nucleare non arretrano. Per esempio, non hanno intenzione di smantellare gli impianti, perché sarebbe una scelta irreversibile, mentre, dicono, tutte le mosse americane sono reversibili. A partire dall’alleggerimento delle sanzioni.
E intanto Trump non smette di minacciare: «Hanno 60 giorni di tempo, altrimenti faremo cose che non li renderanno felici».