Corriere della Sera, 20 giugno 2026
Il nuovo rivale di Netanyahu: l’ex generale Eisenkot
Al funerale del figlio ha ricordato quando venticinque anni prima era arrivato in ritardo. «Sono corso dalla caserma sulle alture del Golan, ma non ho fatto in tempo e non ho potuto vederti venire al mondo». Adesso Gadi Eisenkot ha fretta e tira dritto anche per la promessa depositata quel giorno sulla tomba di Gal, caduto in un’imboscata a Gaza nel dicembre del 2023: «Il sacrificio tuo e quello degli altri non sarà stato inutile, faremo qualunque cosa per essere degni di voi».
L’ex capo di stato maggiore non sta pensando solo alla «vittoria» militare, l’obiettivo posto dal governo di eliminare Hamas dalla Striscia, Hezbollah dal Libano gli ayatollah dall’Iran. A differenza di Benjamin Netanyahu, pensa al dopo. È per questa ragione che per qualche mese entra nel consiglio di guerra ristretto, per senso del dovere dopo gli eccidi del 7 ottobre 2023 e perché spera di poter indirizzare il premier che agisce come un capo solo al comando. Se ne va in disaccordo per come viene gestita la crisi degli ostaggi – troppe tregue rinviate che avrebbero potuto riportarli a casa prima – resta però in politica, sempre per mantenere quell’impegno verso le nuove generazioni, i caduti in battaglia (a Gaza ha perso anche due nipoti) e chi in Israele continuerà a vivere.
Da esordiente della politica che gli altri politici trattano come un principiante, è riuscito a portare il suo partito Yashar (Dritto!) in testa ai sondaggi: ha raggiunto per la prima volta il Likud di Netanyahu e sorpassato l’accoppiata Naftali Bennett–Yair Lapid, che fino a ieri sembrava quella destinata a scalzare Bibi dal potere dopo quasi un ventennio. Invece questo ex generale che ha passato in divisa 44 dei suoi 66 anni, robusto e poco telegenico, è ora considerato il contendente principale. Perché in un Paese polarizzato dalla figura esagerata di Netanyahu, stremato dalla sua dottrina della «guerra permanente», esasperato dagli isterismi fanatici della destra, Eisenkot rappresenta una novità: per tanti israeliani è un uomo normale. Non è stato nelle forze speciali (come Netanyahu e Bennett) ma nella più banale eppure fondamentale Brigata Golani, fanteria, l’unità più vecchia dell’esercito. È nato a Tiberiade e cresciuto a Eilat, alla periferia della società anche perché figlio di immigrati dal Marocco e se venisse eletto capo del governo sarebbe il primo di origine mizrahi.
Non sfodera l’inglese a raffica da fondatore di start-up come l’iperattivo Bennett e neppure quello raffinato dagli anni all’Mit di Boston esibito sui palchi globali da Netanyahu. Gli strateghi elettorali del primo ministro hanno pensato fosse un punto debole e hanno diffuso via social media un video in cui paragonano la pronuncia stentata di Gadi con quella stentorea di Bibi. La mossa si è rivelata controproducente, perché la maggior parte degli israeliani a questo punto sembra convinta che Netanyahu prenda le decisioni sbagliate anche se le rivende con le parole giuste. Ed è stato fin troppo facile per Eisenkot replicare: «Dov’era l’inglese eccellente di Netanyahu il 7 ottobre? O quando bisognava rafforzare le relazioni tra Israele e gli Stati Uniti, che sono al livello più basso?»
Ai più anziani ricorda l’inglese parlato da Yizthak Rabin con l’accento aspro del sabra, la parola ebraica che significa fico d’India e indica i pionieri venuti su spinosi e coriacei come i cactus nel deserto e in molti cominciano a paragonarlo al premier assassinato nel 1995: per ora Eisenkot non è però pronto a resuscitare il processo di pace coi palestinesi ucciso con Rabin quella sera di novembre.