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 2026  giugno 20 Sabato calendario

La premier esasperata decide nella notte di reagire

Le macchine del corteo sono pronte. Uscita laterale dell’Europa Building. La faccia di Giorgia Meloni è una maschera di irritazione, esasperazione, rabbia. In due parole, è nera. Non si è nemmeno posta il problema di incontrare i cronisti. Via prima possibile da Bruxelles, via per tornare a Roma, per elaborare insieme al resto del governo quanto accaduto. Del resto non è finita, almeno è questa la convinzione della premier. Mentre si aprono le portiere delle macchine la delegazione italiana si muove, ma le parole di lei spezzano il silenzio e anche il senso di disorientamento generale: «Certo che sono preoccupata, non credo sia finita qui».
Fare un passo indietro è utile a capire meglio cosa è successo. Giovedì notte, la prima del Consiglio, Giorgia Meloni lascia il palazzo dedicato anche a Justus Lipsius verso l’una e trenta. A Bruxelles diluvia. Arrivano delle telefonate da Roma, in anticipo, per cortesia, la premier viene informata che Trump ha rilasciato quelle dichiarazioni. Meloni rientra poco dopo all’hotel Amigò, sono le due di notte, sale in camera, c’è da pensare a una risposta. Quella, durissima, in cui accusa il presidente americano in sostanza di essere un bugiardo, e di andare a braccetto con i nemici dell’Occidente, risposta che posta su Instagram l’indomani mattina, un’ora dopo la diffusione, da parte di La7, delle parole di scherno dell’inquilino della Casa Bianca.
La salute mentale del presidente americano, per usare un eufemismo, fa capolino a Consiglio europeo concluso, quando Meloni finalmente è libera di incontrare il suo staff e di confrontarsi con i suoi assistenti su quanto accaduto. Non si cerca una spiegazione, si attribuisce l’accaduto al profilo clinico di Trump. Non è chiaro se ci sia stato un tentativo di reach out, espressione che i diplomatici usano per descrivere un tentativo di chiarimento, in questo caso con la staff della Casa Bianca, prima di replicare e alzare il livello dello scontro. Se c’è stato non è andato a buon fine, e a Meloni non è rimasta che la necessità di rispondere a muso duro. Almeno a suo giudizio.
Ma le lancette dell’orologio possono andare indietro anche di tre giorni, all’inizio del G7, sul lago Lemano, ad Evian. La genesi dell’incidente va cercata a ritroso nei saloni lussuosi del resort che ha ospitato nei suoi due hotel i leader del vertice. Sembra che siano stati diffusi troppi video di Meloni e Trump, troppi e non tutti autorizzati dallo staff americano. In primo luogo uno in cui la premier italiana gesticola e sembra, con l’indice puntato verso Trump, volergli spiegare qualcosa. È diventato virale negli Stati Uniti fra gli elettori democratici. Difficile che sia piaciuto a Trump.
Di sicuro una cosa hanno notato in tanti, anche nello staff di Giorgia Meloni, fra coloro che hanno seguito o partecipato alla trasferta: intorno all’ipotetico disgelo con Trump c’era troppa ansia da parte della delegazione italiana. Un esempio? Sono state smentite da palazzo Chigi, o dalla stessa Meloni, quindi per due volte, le ricostruzioni dei media di alcune innocenti risate fra i due leader, che invece sono state poi diffuse dal circuito video del G7 gestito dai francesi. Insomma c’è stato certamente un corto circuito. Si coglieva la voglia di raccontare una ricucitura che invece si è rivelata più di facciata che reale. Forse anche così si spiega il punto più basso delle relazioni fra Roma e Washington da decenni a questa parte.