Il Messaggero, 19 giugno 2026
Intel si allea con Apple sui chip negli Stati Uniti
Giovedì mattina, prima dell’apertura di Wall Street, Donald Trump ha pubblicato su Truth Social un post che vale più di un comunicato stampa: «Apple ha accettato di lavorare con Intel per progettare e costruire i suoi chip in America». In premarket, Intel ha guadagnato oltre il 9%, con una capitalizzazione salita a 608,7 miliardi di dollari. Apple è salita dello 0,3%.
L’alleanza è stata costruita in oltre un anno di trattative: il Wall Street Journal aveva anticipato a maggio un’intesa preliminare, senza che le parti avessero formalizzato nulla. Per Apple la motivazione è in parte tecnica, in parte politica: l’azienda dipende quasi interamente da Tsmc per i chip avanzati di iPhone e Mac, e la sua capacità è sotto pressione da aziende come Nvidia e Amd, che bruciano produzione per alimentare il boom dell’intelligenza artificiale. Un accordo con Intel è anche un modo per tenere buona la Casa Bianca: Cupertino resta indietro nella corsa all’IA, non ha un modello proprio né un’infrastruttura di calcolo paragonabile a quella di Google, Microsoft o Meta.
Il ceo Lip-Bu Tan, arrivato all’inizio del 2025, ha trasformato un’azienda che sembrava fuori gioco: prima l’accordo con Nvidia, poi quello con Elon Musk per TerraFab, «la più grande fabbrica di chip al mondo», come Trump ha chiamato il progetto nel post di giovedì.
Questa settimana Intel ha comunicato che la sua nuova tecnologia produttiva 18A ha avviato la produzione iniziale. L’anno scorso il governo americano ha acquisito una quota del 10% di Intel investendo 8,9 miliardi di dollari, convertendo in azioni i fondi già stanziati ma non ancora erogati sotto il Chips Act. Trump ha ammesso di essersi pentito di non aver chiesto «una quota maggiore», dopo che la posizione federale nel titolo ha superato i 50 miliardi di valore.
L’annuncio arriva il giorno dopo che il ceo Tim Cook ha detto al Wall Street Journal che i rincari sui prodotti Apple sono «inevitabili»: la domanda di memoria e processori, alimentata dal boom dell’AI, ha reso la situazione «insostenibile» per Cupertino, che finora aveva cercato di non scaricare i costi sui consumatori.
L’indice PHLX Semiconductor Sector del Nasdaq, che raggruppa i trenta maggiori produttori di chip quotati negli Stati Uniti, segna un rialzo del 90% dall’inizio dell’anno. Il titolo Intel vale oggi circa sei volte quanto valeva dodici mesi fa.