il Fatto Quotidiano, 19 giugno 2026
“Blonde on Blonde” fa 60 (e il ’900 cambia “suono”)
La Triumph ha qualcosa che non va. Bob ha già una dolorosa esperienza con gli incidenti sulle due ruote. Da ragazzino per poco non era finito sotto un treno. Così, in questo catartico 29 luglio 1966, decide che porterà la Tiger T100 dal meccanico. Non farà in tempo. La moto lo tradisce su una stradina tortuosa di Woodstock, a due passi da casa sua e quasi di fronte a quella del manager Albert Grossman. Che, giura, soccorre Dylan riverso sull’asfalto, mezzo ammazzato da fratture alle vertebre del collo. Esattamente in questo momento nasce il mistero sulla “sparizione” del folksinger mutato in rockstar. La convalescenza sarà fottutamente lunga. Quando ricomparirà sulle scene, Bobby avrà portato a compimento una nuova metamorfosi in interprete country dalla voce mielosa. È davvero colpa della scivolata in motocicletta? Oppure ha deciso di salvarsi la vita sottraendosi a se stesso? Nel maggio precedente, a un live a Manchester gli avevano urlato “Giuda!” per la scelta di proporsi come un emulo glamour degli Stones, ripudiando l’impegno e Pete Seeger. L’anno prima, al Festival di Newport, i puristi lo avevano disintegrato per aver portato sul palco un gruppo elettrico. Per la canzone Subterranean homesick blues, abbacinante e visionaria, era spuntata l’accusa di citare nel testo i terroristi dei Weathermen, non i meteorologi. Era tutto troppo per le spalle di un venticinquenne, e Dylan non era Atlante, solo un poeta scavezzacollo unto da chissà quale emissario degli dèi. Nel giro di quindici mesi aveva tirato fuori una trilogia di album che avrebbero ridefinito il senso della musica, e del Novecento stesso. Dylan attacca un jack all’ampli e spara via, in sequenza, Bringing it all back home, Highway 61 revisited e Blonde on Blonde.
Quest’ultimo esce il 20 giugno ’66. Sessant’anni fa. È il primo vinile doppio della Storia, la fusione perfetta tra sensibilità letteraria e vertigine rock-blues. La giovane Joni Mitchell lo ascolta e comprende che nella vita non vorrà fare altro che inseguire Bob su questo spinoso sentiero. La ballata che occupa la quarta facciata è tra le più potenti dediche amorose di un artista alla propria donna: Sad Eyed Lady from the Lowlands, che aggancia la parola ‘Lowlands’, pianure, al cognome di sua moglie Sara, Lownds, dura 11 minuti e rotti, un viaggio immaginario che Dylan aveva intrapreso inzeppando taccuini al Chelsea Hotel. Tom Waits avrebbe definito il brano “un sogno, una preghiera e un indovinello”. Ma già chiamare l’intero disco Blonde On Blonde pareva un enigma, a meno di non validare la pista che portava alla carnagione e ai capelli della sventurata Edie Sedgwick, la modella di Warhol sedotta da Bob prima di sposare Sara, e da lui tormentata, nel disco, in Just Like a Woman e Leopard-Skin Pill-Box Hat. O vogliamo accettare la vulgata dell’acronimo?
Tre parole perché l’autore rivendicasse l’opera: B.O.B. E il ritratto della copertina, così mosso da far sembrare il fotografo Jerry Schatzberg e lo stesso cantautore due sballati? “No, semplicemente tremavamo dal freddo davanti a quel muro nel Village”. Ok. E il braccio di ferro (perso) con gli avvocati di Claudia Cardinale che ottennero di far eliminare dall’artwork il volto della diva italiana? Mitologia accessoria. Ciò che contava era la febbrile inventiva di Dylan su quel secchio di perle di Blonde on Blonde registrato in minima parte a New York e soprattutto a Nashville con un manipolo di fidi, il nucleo della futura The Band, e Al Kooper, Mike Bloomfield. Un capolavoro via l’altro, tra Visions of Johanna, Absolutely Sweet Marie, Stuck inside of Mobile with the Memphis blues again, I want you, e il pezzo di apertura, il circense Rainy Day Women #12 & 35, che a Sanremo Gian Pieretti e Antoine avrebbero riletto come Pietre da tirarti addosso se sei brutto, mentre quelli erano numeri in codice per gli acidi, e il verso in cui Dylan grida che “ognuno deve essere lapidato” è nel crocevia tra un anatema biblico e il sentirsi “stoned”, dentro un brutto trip. Il Nostro ha compiuto 85 anni il 24 maggio scorso. Il New York Times gli ha chiesto come ci si senta alla sua veneranda età. “Come un vecchio re proveniente da un paese scomparso”, ha sentenziato Bobby.