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 2026  giugno 19 Venerdì calendario

Il presidente sudcoreano dice che Trump ora si occuperà della Corea del Nord

Poche ore dopo aver annunciato un accordo con l’Iran, Donald Trump ha pubblicato sui social una fotografia scattata a Singapore nel 2018 insieme a Kim Jong-un. Nessuna didascalia, nessuna spiegazione. Ma il messaggio è apparso chiaro a molti osservatori internazionali. E soprattutto al presidente sudcoreano Lee Jae-myung, che dopo l’incontro con Trump a margine del G7 ha dichiarato apertamente: “Dopo aver raggiunto un accordo con l’Iran, Trump vuole concentrare la sua attenzione sulla Corea del Nord”.
Lee ha raccontato che è stato lo stesso presidente americano a sollevare il tema. “È arrivato il momento di prestare attenzione alla questione nordcoreana”, avrebbe detto Trump durante il colloquio. Il leader sudcoreano ha però sottolineato come il contesto sia radicalmente cambiato rispetto agli anni dei summit di Singapore e Hanoi. “Gli ho detto che le sanzioni e la pressione contro il Nord sono ormai inefficaci a causa della cooperazione militare tra la Corea del Nord e la Russia derivante dalla guerra in Ucraina”, ha spiegato Lee al ritorno a Seul.
Le parole del presidente sudcoreano fotografano una realtà che molti diplomatici riconoscono ormai da tempo: la strategia occidentale di isolamento economico nei confronti di Pyongyang non produce più gli effetti di qualche anno fa. La guerra in Ucraina ha modificato gli equilibri. Mosca ha bisogno di enormi quantità di munizioni convenzionali e la Corea del Nord dispone di vasti arsenali compatibili con gli standard russi. In cambio di forniture militari e dell’invio di personale, Pyongyang ha ottenuto risorse economiche, tecnologia e soprattutto una nuova sponda geopolitica che ne ha ridotto la dipendenza esclusiva dalla Cina.
È proprio questo il principale elemento che distingue il 2026 dal 2018. Quando Trump e Kim si incontrarono per la prima volta a Singapore, il leader nordcoreano guidava un Paese fortemente isolato e dipendente quasi totalmente da Pechino. Oggi la situazione è diversa. Kim dispone di un arsenale nucleare più ampio, può contare su un trattato di cooperazione militare con la Russia firmato nel 2024 e ha appena ricevuto una visita di altissimo profilo da parte del presidente cinese Xi Jinping. La Corea del Nord non si presenta più come uno Stato in cerca di aperture economiche, ma come una potenza nucleare de facto convinta di avere rafforzato la propria posizione negoziale.
Anche la recente visita di Xi a Pyongyang è stata letta da numerosi analisti come un possibile segnale preparatorio a una nuova stagione diplomatica. Non è un caso che l’unica altra visita del leader cinese in Corea del Nord fosse avvenuta nel giugno 2019, pochi giorni prima dell’ultimo incontro tra Trump e Kim nella zona demilitarizzata. Oggi Pechino sembra voler ricostruire il proprio ruolo di interlocutore indispensabile in qualunque eventuale negoziato tra Washington e Pyongyang.
Rispetto al passato, però, il tema della denuclearizzazione appare sempre più irrealistico. Subito dopo iol G7, la potente Kim Yo-jong, sorella del leader nordcoreano, ha ribadito che lo status nucleare del Paese è “assolutamente non negoziabile” e che la denuclearizzazione rappresenta un’agenda ormai chiusa. Per il regime, le armi atomiche non sono più una carta negoziale, ma una garanzia esistenziale di sopravvivenza. La convinzione di Kim è stata rafforzata dagli sviluppi internazionali degli ultimi mesi. A Pyongyang si osservano con attenzione le vicende che hanno coinvolto Venezuela e Iran.
Per questo motivo un eventuale nuovo dialogo tra Trump e Kim difficilmente potrebbe partire dagli stessi presupposti del passato. Se nel 2018 Washington chiedeva una denuclearizzazione completa, verificabile e irreversibile, oggi il massimo obiettivo realistico potrebbe essere molto più limitato: congelare l’espansione dell’arsenale nordcoreano, impedire nuovi test nucleari e ridurre il rischio di escalation militare nella penisola. A meno di non voler aprire un pericoloso fronte orientale, dove si andrebbero a toccare i fragilissimi equilibri delle relazioni con la Cina.