La Stampa, 19 giugno 2026
L’Ue riapre il canale con Mosca ma si divide sull’inviato
Il sasso nello stagno lanciato da Antonio Costa ha costretto i leader europei ad affrontare in modo ufficiale la discussione sulla possibilità di riaprire i canali negoziali con la Russia. L’iniziativa del capo di gabinetto del presidente del Consiglio europeo, che nei giorni scorsi si è messo più volte in contatto con i suoi omologhi al Cremlino, ha messo sul tavolo una serie di domande cruciali. È davvero il momento giusto per parlare con Putin? Chi dovrebbe farlo? E ancora: è necessario nominare un inviato ad hoc? Bisogna affidarsi al formato E3? Oppure è meglio incaricare uno dei vertici Ue e nello specifico lo stesso Costa?
La discussione è andata in scena nella serata di ieri, dopo un confronto di oltre due ore con Volodymyr Zelensky, ma i segnali che filtravano all’esterno non sembravano indicare una risposta univoca. Anzi. Di certo ad alcuni leader non è piaciuta troppo la mossa di Costa, che ha deciso di riattivare i contatti con il Cremlino senza informare le capitali. Non tutte almeno. Gli ambasciatori dei 27 che sono di stanza a Bruxelles lo hanno scoperto mercoledì mezzo stampa, tanto che hanno subito chiesto spiegazioni al capo di gabinetto di Costa. Ma fonti Ue spiegano che «alcuni leader» erano stati informati. «Bisogna riportare la Russia al tavolo dei negoziati» ha insistito il presidente francese Macron, reduce da un G7 che ha permesso di ricucire, almeno all’apparenza, i recenti strappi con Donald Trump.
Su chi debba sedere a quel tavolo, però, la discussione è in alto mare. Durante la cena dei leader, convocata per discutere del rapporto tra Europa e Cina, Giorgia Meloni ha riportato il confronto sull’Ucraina e sulla necessità di evitare iniziative parallele. La linea italiana è semplice: «Un inviato unico è la cosa più efficace per non andare in ordine sparso». Com’è noto a Palazzo Chigi, specie dopo l’esclusione dal vertice di Londra di qualche settimana fa, si guarda con sospetto al proliferare di formati diversi, dall’E3 all’E5. «Così si favorisce Mosca», è il ragionamento che filtra dalla delegazione italiana. La richiesta è quella di una figura scelta dai Ventisette e legittimata da tutti. Antonio Tajani, al mattino, dal vertice del Ppe di Bruxelles, la traduce in una formula: «Una sola voce europea». Sul nome nessuno si sbilancia. L’identikit resta quello già lasciato emergere da Meloni: il leader di un Paese medio-piccolo, capace di non incrociare troppi veti. Il finlandese Stubb circola nelle conversazioni, ma a Palazzo Chigi frenano: prima va costruito il consenso sul metodo. Il problema è che l’Europa continua a muoversi in ordine sparso. La Danimarca preferirebbe affidare il dossier a Francia, Germania e Regno Unito. L’E3, appunto. Polonia e Baltici non vedono invece le condizioni per aprire un dialogo con Vladimir Putin. L’Italia prova a raccogliere un fronte alternativo con Spagna, Grecia, Portogallo, Cipro e Austria. Anche di questo Meloni parla infatti con Pedro Sanchez, incontrato a margine della riunione sui fondi di coesione organizzata insieme alla Romania. Un colloquio utile a riallacciare i fili dopo il mancato faccia a faccia romano di tre settimane fa, ma soprattutto a certificare una convergenza politica su due dei temi principali di questo summit: inviato unico per l’Ucraina e maggiore flessibilità sulle regole di bilancio.
Il Consiglio di ieri ha visto l’esordio del nuovo premier ungherese Peter Magyar, che ha subito chiuso l’era Orban con due risultati concreti. Budapest ha tolto il veto sull’apertura del primo cluster per i negoziati di adesione dell’Ucraina e ieri le conclusioni del summit relative a Kiev sono state approvate nuovamente a ventisette. «È davvero un grande momento per gli ucraini – ha esultato Zelensky -, grazie a tutti per l’unanimità». Ma il primo ministro ha subito messo le mani avanti, dicendo che «sarebbe un errore offrire una corsia preferenziale all’Ucraina», mentre la Bulgaria si è opposta al 21° pacchetto di sanzioni alla Russia perché colpiscono il patriarca Kirill.
Se il G7 ha riportato il sereno sui rapporti transatlantici, nel chiuso dei palazzi della Nato il segretario americano alla guerra, Pete Hegseth, ha fatto capire che il vertice di Ankara di inizio luglio non sarà tutto rose e fiori. Alla ministeriale Difesa, l’americano ha definito «vergognoso» il rifiuto di concedere le basi per le operazioni in Iran e ha picchiato duro su due fronti. Da un lato ha detto che il Pentagono ha avviato il piano per la revisione delle sue forze militari in Europa, che spera di concludere «nel giro di sei mesi o forse anche prima». Dall’altro ha insistito sulla necessità che gli alleati aumentino le spese militari: «Il nostro contributo sarà subordinato al loro effettivo raggiungimento degli obiettivi di spesa». A recapitare un messaggio a Roma non è solo il segretario Usa. «Gli impegni Nato si rispettano o si esce» dice Guido Crosetto, tirando in ballo indirettamente Giancarlo Giorgetti. Non è un mistero che ministro della Difesa avrebbe voluto attingere ai prestiti del Safe, né che il governo abbia messo tutto in freezer. Giorgetti smorza: «Io so i tempi e le modalità. Il quantum non dipende da me». Tradotto: la decisione finale sarà politica, sarà di Meloni. «La Nato non è un club di amici, è un’alleanza militare difensiva» incalza Crosetto. Anche perché, avverte, stare fuori costerebbe «mille volte di più». Le opposizioni colgono l’assist. Giuseppe Conte del M5S parla di «corsa al riarmo» mentre la Caritas denuncia un aumento delle difficoltà sociali. Angelo Bonelli di Avs evoca il rischio di una «macelleria sociale». Crosetto respinge le accuse e ricorda all’ex premier che proprio durante il suo governo l’Italia aveva assunto l’impegno di incrementare le spese per la Difesa. La controffensiva è tutta qui: smontare la contrapposizione tra sicurezza e welfare. Ma la battaglia politica, a giudicare dai toni, è appena iniziata.