La Stampa, 19 giugno 2026
Allegra Agnelli ripercorre i 40 anni del Candiolo
E Allegra Agnelli? Chi era nel 1986? Una visionaria o una pazza?
«Per molti, una pazza. Insistevano a dire che non ce l’avrei mai fatta. E io, dentro di me, mi ripetevo: io ci provo lo stesso. Se non ci provo non lo saprò mai. Il punto era che non avevo un esempio da seguire. Ci stavamo inventando qualcosa di nuovo».
Perché sentiva l’esigenza di creare una fondazione per battere il tumore?
«Nel 1979 sono entrata a far parte dell’Airc, l’Associazione italiana ricerca cancro, creando un comitato a sé stante in Piemonte. Raccoglievamo molti fondi. Spesso non riuscivamo a spenderli tutti e non tutti restavano in Piemonte. Così continuavo a domandarmi come valorizzare questa generosità. Scoprii che non esisteva un istituto a carattere scientifico. Pensai: facciamolo noi».
Che costi aveva?
«Settanta miliardi».
Mica pochi.
«No, tanti. Ma con un po’ di incoscienza dissi: se facciamo qualcosa dobbiamo farlo in grande. O preferite un semplice ambulatorio?».
Suo marito come reagì?
«Il Dottore».
Lui.
«Umberto mi diede la spinta decisiva. Mi disse: meglio questo che limitarsi a firmare un assegno».
Quando è entrata la parola cancro nella sua vita?
«Nel 1968, mia sorella Orsetta. Aveva 28 anni. Le fecero una diagnosi sbagliata, ma non ce l’avrebbe fatta neppure se la diagnosi fosse stata giusta. Per la prima volta ho toccato il problema con mano. È stato straziante».
La parola cancro era tabù. Al massimo si diceva: “un brutto male”.
«È vero. Brutto male o male cattivo. Mia sorella fu eccezionale. Aveva un medico di qualità assoluta, il dottor Carlo Nervi, figlio dell’architetto Pier Luigi. Era capace di darle serenità. Una lezione che non ho più scordato».
La persona al centro.
«La persona al centro. Sempre. Noi siamo qui per loro. Una convinzione che la morte di mio padre, avvenuta tre mesi dopo, ha rafforzato».
Perché?
«Morì per un colpo al cuore. Non resistette al dolore, credo. Mia sorella aveva un tumore al fegato, terminale. I medici usarono esattamente queste parole: non c’è più nulla da fare. Era vero. Ma i modi potevano essere diversi. I modi contano».
A quarant’anni dalla nascita di Candiolo sono ancora molti i tumori irrecuperabili?
«Ce ne sono. Ma molte cose sono cambiate, la ricerca ha fatto passi da gigante. E spesso possiamo dire ai pazienti: c’è sicuramente qualcosa da fare. Sono tanti quelli che guariscono e continuano la loro vita. Non succede solo a Candiolo, che pure è un posto speciale, succede in tutto il mondo. L’importante è essere collegati. Fare sistema. Insieme si può».
Nel 1986 era presidente Francesco Cossiga.
«Simpaticissimo».
Primo ministro Craxi.
«Non l’ho mai conosciuto».
Sulla panchina della Juve c’era Trapattoni. E in campo Platini. Scudetto bianconero. Con la Roma al secondo posto.
«Trapattoni era bravissimo. Michel fantastico. L’ho conosciuto meglio dopo, peraltro. Era un’Italia bella. Più accogliente. Oggi in alcune cose è più cattiva. E anche altre nazioni sono cattive. Sarà per la corsa digitale. Per l’accelerazione tecnologica. Ma è come se le persone contassero sempre di meno. Per noi no».
Quanto conta l’Intelligenza Artificiale nel vostro lavoro?
«Molto. Niente si può più fare senza le nuove tecnologie. Che però costano moltissimo».
Com’era Torino quarant’anni fa?
«Discreta. Come oggi. Silenziosamente generosa. Forse io l’ho un po’ strattonata».
Napoli le manca?
«Non l’ho mai vissuta. Torino è la mia città. Mi manca un po’ Grazzano Visconti, dove sono nata e cresciuta. Il viale alberato all’ingresso mi suscita ancora delle emozioni forti. Quando vado in Toscana mi fermo sempre lì a mangiare coppa e pomodoro».
Nel ’92 mettete la prima pietra. Candiolo apre poi nel 1996. Che emozione fu?
«Forte. Era un posto strano un po’ costruito e un po’ no. Il professor Comoglio entrò con il suo gruppo di ricerca. Cominciò così, non ci siamo più fermati. C’è una foto che ricorda quel giorno. Io sono accosciata. Come i calciatori. Forse perché sono alta».
Potevate immaginare cosa sareste diventati?
«No. Però volevamo diventarlo. Siamo andati oltre le aspettative. Ogni anno raccogliamo di più. E quello che raccogliamo lo mettiamo subito a regime. Candiolo lo abbiamo costruito, e lo costruiamo, pezzo per pezzo».
Qual è il ricordo più bello di questo viaggio?
«Vuole la verità? Non lo so. Tendo a guardare avanti. Ma se mi guardo attorno penso che siamo stati bravi».
Che voto si dà da 0 a 10?
«Posso essere immodesta?».
Deve.
«Dieci. Non a me. A noi. Alle persone che ci sono vicine».
Sua sorella Orsetta, Giovannino, l’Avvocato, suo marito Umberto. Le ferite che le ha inferto la vita non sono state poche.
«Ferite gravi, sì. Ma non mi sono lasciata condizionare. Mai. E poi fu proprio il Dottore a dirmi: vai avanti con quello che stai facendo. Sapeva di essere alla fine, non aveva voglia di sottoporsi a operazioni inutili».
Di quante persone vi siete occupate in questi trent’anni di attività clinico-scientifica?
«Dovrei controllare. Ma penso circa un milione».
Questo Paese investe abbastanza in ricerca?
«Pochissimo».
Il governo vi aiuta?
«Il giusto. Ma noi non smettiamo di chiedere».
Nelle donazioni del 5x1000 siete al secondo posto in Italia. Stupita?
«Si vede che funziona il passaparola. Molte persone sono state curate qui».
Quanto conta Candiolo per lei?
«Tanto».
Oggi porta anche il suo nome.
«In verità io non volevo. Oltretutto in vita».
Come è andata?
«Mio figlio Andrea ha insistito. Io ho detto: no, grazie. Le pressioni aumentavano e io ho sempre risposto: lasciate stare, per favore. Poi mi hanno fatto scegliere fra tre loghi per festeggiare i quarant’anni. Io non ho avuto dubbi. È quello che potete vedere. Solo che mi hanno detto: te ne sei accorta? È quello che porta il tuo nome. Mi sono arresa: è una promessa per il futuro».
Come sarà la Fondazione Allegra Agnelli per la ricerca sul cancro tra dieci anni?
«Come oggi, ma più forte. Candiolo è un posto unico. Non ne esiste un altro così. Chi ci lavora lo sa. Siamo noi stessi. Piemontesi che fanno le cose perbene. Pensiamo alle persone».
Le dicono ancora che è matta?
«Piuttosto che ce l’ho fatta».