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 2026  giugno 19 Venerdì calendario

Alberto Fortis parla del presente e del suo passato

Troppo costruita, troppo commerciale, troppi concerti troppo brevi. Non ama granché di quello che gira intorno alla musica italiana, Alberto Fortis, ma dice di «non sentirsi parte né responsabile di quello che è diventata, anzi». Lui che è stato tra i primi grandi ad aver traghettato la nostra canzone d’autore nel cuore del pop, del resto, si dichiara in opera continua di militanza, musicale e non. Un libro e l’album Sentimental City in uscita, collaborazioni con Michelangelo Pistoletto e Moni Ovadia, prossimi concerti in Sardegna il 26 giugno al Festival Abbadula insieme a Daniele Silvestri e TonyPitony e il 26 al Castello Sforzesco della sua Milano, l’artista che cantava «Vincenzo io ti ammazzerò» a 71 anni lancia così la sua «crociata contro il castello oscuro che tiene in scacco la società» – è la sua metafora del momento difficile del mondo – e coglie l’occasione per ripercorrere cinquant’anni di carriera tutti da raccontare. Dall’amicizia inaspettata con Franco Califano alla prima Rimmel in saletta con Francesco De Gregori, passando per la volta in cui «Linda McCartney insieme a Paul mi offrì del fumo agli Abbey Road Studios: ero appena un ragazzino ma per me la vita avrebbe potuto già andare bene così”.
Fortis, scusi, ma quale crociata?
«Stiamo vivendo un momento di svolta, guardiamo giustamente con indignazione quello che succede nel mondo, le guerre ritrovate e gli orrori della geopolitica, e ci dimentichiamo di preservare l’arte, la musica per prima. Che potrebbe essere un antidoto al rumore del presente, rimane un termometro fondamentale dello stato di salute della società, ma rischia di diventare uno strumento di livellamento al basso. Per quello dico c’è da combattere il castello oscuro».
Che, fuor di metafora, sarebbe?
«L’intendimento politico ed economico di poteri e mercati, che tendono a usare le arti e quella più sensorialmente veloce, la musica, a fini di propaganda puramente commerciale. Invece di essere al servizio di prossime, magnifiche rivoluzioni, diventa così strumento di mercato. Più bassa è, meglio funziona. E così si perde dignità artistica nei concerti, nei percorsi degli artisti, pure nei testi che leggo, o sempre più bassi, o sempre più violenti».
Detto da lei, che cantava “Vincenzo io ti ammazzerò” al suo discografico..
«Per carità, io ho sempre adorato l’innovazione e la provocazione, c’è chi mi chiama da sempre il primo rapper cantautore. Ben venga l’apertura al nuovo, ma quando leggo certi testi ostentare violenza e lusso, quasi istigazioni allo stupro come codice, mi convinco non siano il bene né della musica, né delle generazioni che verranno».
Lo stato di salute della musica italiana, però, non si può giudicare solo da questo. Non pensa?
«La musica italiana è davanti a nuove sliding doors, bisogna sperare si prenda la strada giusta. Dessimo retta all’algoritmo, verrebbe solo da deprimersi. Ascoltassimo solo Sanremo, non ne parliamo. Ad ascoltare concerti di 40 minuti, un’ora, ancora peggio. Poi però capita anche di scoprire cose belle, intravedere segnali incoraggianti: tutto sta nel seguirli. Il mio Sentimental City, che esce dopo l’estate, vuole essere un antidoto. In un mondo segnato da guerre, tensioni e dalla crescente robotizzazione delle relazioni umane, credo che il sentimento sia una forma di resistenza».
Che disco sarà, “Sentimental City”?
«Un disco essenziale: nove brani in pluriproduzione, passata da città e sensibilità diverse: Milano, Napoli, Roma, Ancona. A Napoli ho lavorato con musicisti legati all’Orchestra del San Carlo e con giovani produttori della nuova generazione. Mi interessava creare un dialogo tra esperienza e futuro, coniugare la tradizione a visioni in prospettiva. A proposito di buoni segnali da seguire».
Che buoni segnali ha intravisto, ultimamente?
«Io sono anni che consiglio a tutti di seguire Lucio Corsi, ad esempio. Lo conobbi a Piombino nel backstage di un concerto, anni fa: mi ritrovai davanti questa acciuga di ragazzino che pareva me in gioventù, stessi colori, ci sentimmo in assonanza. È uno con qualcosa da dire, un artista vero, che sa suonare e sa cantare, ed è riuscito a mettere d’accordo le generazioni. Spero l’industria discografica faccia tesoro del suo caso, ma ci credo poco».
Lui a Sanremo c’è andato.
«Ed è stato il vincitore morale del Festival, e non a caso all’Eurovision c’è andato lui. Pensi che la sera della finalissima di Sanremo, l’anno scorso, un minuto prima di salire sul palco, mi ha mandato un messaggio per ringraziarmi per l’ispirazione e il sostegno. È proprio vero che come si suona si è, è una bella persona. Io in una situazione del genere non sarei neanche riuscito a parlare, lui ha pensato a me».
Cosa si aspetta, dal prossimo Festival di Stefano De Martino? La invitasse, ci andrebbe?
«È uomo di spettacolo, più che di musica, e forse qualcosa cambierà. Io sono uno dei pochi artisti della mia generazione a non averlo mai fatto. Chissà, mai dire mai. Di sicuro, mi auguro non si decida come parrebbe si voglia fare di cambiare la serata dei duetti e le cover. È rimasto tra i pochissimi momenti televisivi in cui si crea un ponte di comunicazione generazionale. Vecchi e giovani, che cantano insieme e ascoltano insieme le belle canzoni della nostra storia».
A proposito di belle canzoni, che effetto le ha fatto sentire “Futura” di Lucia Dalla usata da Roberto Vannacci al lancio del suo partito di estrema destra?
«Una nefandezza. Niente di nuovo, per carità, in fondo anche Reagan strumentalizzò Born in the Usa di Bruce Springsteen, ma si sa che certi politici venderebbero pure la mamma».
E a proposito di Springsteen: da che parte sta, nella discussione del mese, tra il Boss e Francesco De Gregori?
«Pur con tutta l’ammirazione e l’amicizia per Francesco, come faccio a non dire Springsteen? Possiamo solo ringraziare il cielo, che esistano personaggi come Springsteen che possono salire sul palco e prendere posizioni politiche importanti come quella che ha preso lui contro Trump e gli orrori dell’Ice negli Stati Uniti. Ho capito che non tutte le sfumature del discorso di De Gregori sono state capite, succede sempre così, in questi casi, ma in questo caso nessuno dubbio. È come nel caso del referendum sulla giustizia, si doveva prendere parte».
In che senso?
«Il voto del referendum di primavera era tecnico solo sulla carta, pur trattando di materia giuridica, è diventato anzi molto politico. E come tale, o si stava da una parte, o dall’altra. Serviva schierarsi. Io l’ho fatto, anche se ho visto anche politici di centrosinistra votare sì».
Messaggi delle canzoni a parte, del resto, De Gregori schierato davvero non lo è mai stato. Perché avrebbe dovuto farlo ora?
«Io a Francesco sarò sempre grato. Lo incontrai la prima volta in Rca, via Ugo Banti a Roma. Sarà stato il 1974, forse il 1973: io ero in anticamera in attesa di incontrare Vincenzo Micocci, lui era già lanciato. Mi vide agitato e mi prese per mano per portarmi in una saletta ad ascoltare i suoi ultimi provini. Attaccò il primo pezzo e partirono le prime parole di Rimmel, che ascoltai in anteprima. Una squisitezza».
La sua storia si è incrociata con quella di tanti grandi, c’è qualcuno che le manca in particolare?
«Ho aperto i concerti di James Brown e Bob Dylan, sua sanità his bobiness in persona, li ricordo entrambi come due viaggi sulla luna. Ma mi ricordo il sogno delle registrazioni agli Abbey Road Studios a Londra, inizio anni Ottanta, quando confezionammo Fragole infinite nello stesso microfono usato da Lennon per Strawberry Fields e nello studio accanto registrava Paul McCartney. Io avevo la tremarella, lui ci invitò tutti a pranzo. C’era anche Stella, allora avrà avuto 7, 8 anni, e c’era Linda con un joint degno di Bob Marley che offriva agli ospiti. Would you like some pot?».
Lei ha fatto tanta musica anche negli Stati Uniti. Quanto li vede cambiati, dai suoi anni Ottanta?
«Tanto, e non vedo l’ora che quell’idiota di Trump venga detronizzato. Io ho amato Los Angeles ma ho trovato casa a New York, che in fondo pare una sorella maggiore di Milano e mi ha accolto come un figlio. Potei suonare con la band di Bowie e altri grandissimi, davanti a casa avevo il ristorante genovese di Paolo Secondo e Pietro Pagano che mi riportava ogni sera ai miei anni di studio in Medicina al San Martino di Genova. Oggi ha preso il sopravvento la pancia dell’americana, quella più becera, domani spero si svegli l’America migliore. Del resto People have the power, si diceva, no?».
Vale anche per l’Italia, viste le piazze ritrovate e i teatri di nuovi pieni?
«Sì, per fortuna. Piazze, concerti, teatri, persino le urne, grazie ai giovani. Tra tanta indifferenza, l’appiattimento della tv e il livello così basso della politica, un bel segnale. Crediamoci».
E dire che lei la tv l’ha fatta, e persino in un reality. “Music Farm”, annata 2006. Non si è pentito?
«Non lo rifarò mai più, ma neanche lo rinnego. Prima di farlo pensavo che fosse tutto finto e invece fu un’esperienza orwelliana. Mi convinsero a partecipare Simona Ventura e Giorgio Gori, che volevano un artista con una storia, che portasse qualità, ma prima di decidere passai un mese senza dormire. Alla fine andai battagliando per fare più musica e meno voyeurismo idiota, ma non fu mai facilissimo».
Però trovò un amico.
«Franco Califano, mi manca molto. All’idea di passare mesi insieme a lui ero atterrito, tanto eravamo diversi, poi nacque una bellissima amicizia. Ci chiamavamo “l’Uomo del Nord”, io, e “l’Uomo che fa schifo”, lui. Avevamo lo stesso amore per i poeti maledetti e per la musica vera. Una delle ultime volte che ci siam sentiti lo chiamai per vicinanza, visto che lo avevano anestetizzato e derubato in casa. “Amico mio non ho più niente, ma sono il più felice di tutti”, mi disse, “appena mi sono ripreso ho controllato il didietro, era tutto a posto, va bene così».
Il solito signore. Cosa le rimane, di quell’esperienza televisiva?
«L’esperienza, e qualche consapevolezza in più. Alla prima serata portai Ciao amore ciao di Tenco e Via del Campo di De André, dalla rete mi chiamarono il giorno dopo chiedendomi di abbassare il livello, che non era in linea con il target. Solo una delle tante volte in cui dissi loro di andarsene a fanculo».