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 2026  giugno 19 Venerdì calendario

Mastella ripercorre i suoi 50 anni in politica

Venti giugno 1976, cinquant’anni fa, un piccolo giorno per l’umanità, un grande giorno per Mastella Clemente da Ceppaloni, che viene eletto per la prima volta. «Ero già vicesegretario della Dc in Campania, mi spingevano Marcora e De Mita. Così “fregai” il figlio del presidente Leone, che invece veniva portato dalla sinistra di base».
E la candidarono alla Camera...
«Entrare a Montecitorio è stato il momento più bello della mia vita politica. Ricordo che mi chiedevano: ma ce la fai a prendere 17 mila voti? Ne presi 34 mila».
La conoscevano tutti?
«Macché, fu una sorpresa. Però avevo frequentato con mia moglie gli Stati Uniti e utilizzai una tecnica americana: feci tappezzare il collegio con le mie foto dove sembravo un attore di Hollywood».
Lei lavorava in Rai, ha vinto facile.
«Dissi al caporedattore: fammi fare un po’ di servizi nel collegio di Salerno, così mi conoscono».
È vero che utilizzò in maniera spregiudicata anche i centralinisti Rai?
«Avevo un amico di Benevento che lavorava come centralinista. Facevo chiamare gli elettori dei paesini del collegio: le passo la Rai, resti in linea. Quelli pensavano magari che fosse il direttore generale e rispondevo io: guardi, sarà candidato un nostro collega, Mastella si chiama, mi raccomando».

In Rai è stato decenni in aspettativa, mica è normale.
«No, infatti era normale prendere il doppio stipendio. Appena eletto chiesi di essere messo in aspettativa e il mio capo mi disse: ma chi te lo fa fare, lascia perdere. Tutti gli altri, a partire da quelli di sinistra, continuavano tranquillamente a essere stipendiati dalla Rai e dal Parlamento. Io allora feci un’interrogazione, scoppiò un putiferio, tanto che il cda della Rai mise tutti in aspettativa. Quando passavo in Transatlantico, i colleghi mi guardavano torvo per farmi il c...».

Come mai è diventato il simbolo della Casta?
«Per una delle tante str… di Beppe Grillo. Al Vaffa-day, si ricorda? Il più bersagliato ero io, è incredibile».
Lei lo conosceva Grillo?
«Ma si capisce! Io venivo dalla Rai e noi democristiani lo utilizzavamo perché lui attaccava sempre Craxi, ci faceva gioco. Era grazie alla Dc se lui continuava a lavorare in Rai».
Un ingrato...
«Ogni Natale mandavo a tutti delle scatole di torroncini di San Marco dei Cavoti, dal Papa in giù li mandavo a tutti, e pure a Grillo. A un certo punto, lui si presenta in tv con i miei torroncini e dice: vedete, la Dc mi vuole addolcire, mi vuole corrompere. Però, se dici che ti corrompo, perché non me li hai mai rimandati indietro? Se li è mangiati tutti pure quella volta».

Dopo tanti anni, ha capito se l’amicizia esiste in politica?
«Certo che esiste. Io conservo l’amicizia con D’Alema, anche con Sangiuliano ho un ottimo rapporto».
Con Romano Prodi?
«Prodi ha un carattere un po’ così, non mi ha mai perdonato la caduta del suo governo».
Effettivamente per colpa sua dopo arrivò Berlusconi. Non si sente in colpa?
«Quel governo cadde perché c’erano Turigliatto e l’estrema sinistra, perché c’era Dini. Se avessi votato contro solo io, il governo sarebbe andato avanti. Però attribuirono la colpa a me. E dire che, senza il mio Udeur, la sinistra non sarebbe mai arrivata al governo. Quando i magistrati mi vennero addosso, quando arrestarono persino mia moglie, solo il senatore Chiti mi fu vicino. Prodi non c’era e aveva fatto il premier grazie a me».
Lei si è alleato a destra e a sinistra, con Prodi e con Berlusconi. Ci spiega la sua teoria del viandante?
«Semplice: chi sta al centro si muove come un viandante. Se trova un macigno devia a sinistra, poi torna a al centro, ma se incontra un altro ostacolo sul cammino, devia a destra. Io ho fatto così, quando ho fondato prima il Ccd e poi l’Udeur».

Quando lei entrò alla Camera, il Parlamento contava molto. Perché oggi sembra che non conti nulla?
«Perché non ha controllo, è alle dipendenze del governo. Noi invece, pur essendo del partito di maggioranza, mettevamo in discussione spesso palazzo Chigi. Persino Fanfani, da presidente del Senato, creava problemi al governo. C’era la dignità delle Istituzioni. Oggi ce li vede i presidenti di Camera e Senato che fanno un rimprovero a Meloni?».
Che consiglio darebbe oggi al campo largo?
«Di tenere tutti dentro, anche Renzi. Poi chiamate il sindaco di Napoli, Gaetano Manfredi, e fatelo fare a lui il centro. È il più bravo di tutti. Dopo Mastella, naturalmente».