la Repubblica, 19 giugno 2026
Marcello Lippi ricorda la vittoria nel mondiale del 2006
Vent’anni dopo, come i tre moschettieri, ma i moschettieri di Marcello Lippi erano molti di più. E lo sono ancora. Vent’anni dopo quel Mondiale, anche se il tempo lo portiamo dentro ed è sempre presente. Ora Marcello è a Ibiza, dove trascorrerà l’estate. Era il 2006: ieri, adesso. Gli telefoniamo per dirgli buon compleanno.
Già pronta la festa?
«Ma no, quel ricordo è con me ogni giorno, da vent’anni è la mia vita, è la cosa più bella che mi sia successa insieme alla famiglia che ho avuto. Al massimo, faremo un brindisi».
Se diciamo Berlino, qual è il primo pensiero?
«Io che apro la zip della tuta appesa in panchina, e metto al sicuro gli occhiali prima dell’ultimo rigore: ero certo che avremmo vinto e che mi sarei messo a correre, i ragazzi mi avrebbero abbracciato e gli occhiali si sarebbero rotti come nella finale di Champions di dieci anni prima: volevo evitarlo.Quegli occhiali, intatti, ora sono al museo della Fifa a Zurigo».
Il secondo pensiero?
«La gratitudine per avere allenato persone magnifiche: i calciatori sono stati la mia fortuna, io ho solo spiegato loro che tutto nasce dal cervello e che si va sempre in campo per vincere. Mi spiace, ma partecipare non basta».
Torniamo a quei famosi rigori: come andò?
«Capisci che vincerai o perderai da come i giocatori ti guardano: se ti fissano, vuol dire che vogliono tirare tutti. Se guardano da un’altra parte, sono guai perché stanno scappando. A Roma, rigori per la Champions ‘96, mi guardavano tutti, a Manchester nel 2003 nessuno, a parte Trezeguet che disse “va bene, il primo lo tiro io”, e lo sbagliò. A Berlino, di nuovo, tutti mi fissavano: era fatta».
Trezeguet sbagliò anche a Berlino.
«Prima che andasse al dischetto, mi avvicinai e gli dissi: “Tu mi devi qualcosa”. Fu l’unico dei francesi a fallire».
Certo che chiedere a Grosso di tirare l’ultimo rigore, tra tutti quei campioni, che coraggio.
«Quando glielo dissi, lui rispose: “Iooo?” Sì, perché hai conquistato il rigore contro l’Australia al 90’ e hai segnato ai tedeschi al 119’, sei l’uomo dell’ultimo secondo, gli feci. E vincemmo la Coppa».
Raccontati così, quei rigori storici sembrano un teatrino.
«Prima di cominciare, Del Piero mi dice: “Mister, io batto l’ultimo come a Roma per la Champions”. E io rispondo: ma se abbiamo vinto al quarto tiro, senza che tu neanche calciassi… Ho sempre pensato che i più bravi debbano tirare subito, così l’avversario deve inseguire. Avevo scelto Pirlo per il primo rigore e Materazzi per il secondo, per il terzo si fece avanti De Rossi, e Del Piero ebbe il quarto. Dell’ultimo abbiamo detto».
Ma veramente eravate sicuri di portare a casa la Coppa?
«Dopo la prima partita, sì. Stavamo troppo bene, sia di muscoli che di testa e cuore. E in difesa non passavano neanche le noccioline: per questo decisi di mettere i quattro attaccanti nel finale contro la Germania. Fu la partita più bella: eliminare i padroni di casa ai supplementari, in casa loro».
È vero che i tedeschi vi spiavano?
«Ero sicuro di sì. Un giorno, dopo l’allenamento,dissi ai ragazzi di mettersi con la schiena davanti a una certa siepe e tirarsi giù i pantaloncini: ero convinto che lì dietro si nascondessero i fotografi. Siccome, però, non uscì fuori nessuna immagine di quel momento, forse mi sbagliavo».
Senza l’espulsione di Zidane ce l’avremmo fatta?
«E chi può dirlo? È spiaciuto anche a me, sono legatissimo a Zizou: lo considero il più forte tra i molti che ho allenato. Voi lo vedevate in partita, è un uomo che ha deciso finali importantissime, ma noi della Juve lo ammiravamo ogni giorno in allenamento, e non potete immaginare i numeri che faceva. Dal punto di vista tecnico, Zidane era immenso».
Lei come visse la festa, quella sera?
«Restai da solo in albergo, fumando il sigaro e riguardando il match. Andò benissimo così».
Zoff e Scirea avevano fatto la stessa cosa a Madrid, dopo la finale dell’82.
«Ah sì? Non lo sapevo, però li capisco. Sono momenti troppo grandi per non gustarli da soli, in silenzio».
Dopo pochi giorni, però, lei si dimise.
«Prima, me ne avevano dette e scritte di tutti i colori, e comunque il mio lavoro era finito».
Due anni dopo, il ritorno.
«Un errore, ma è la vita. L’importante è sbagliare per generosità e non per avarizia».
Cosa accadde, dentro di lei, dopo Berlino?
«Tornai al mio mare, a Viareggio. Quando con la barca mi capitava di ormeggiare in qualche caletta, la gente mi riconosceva e le altre barche si avvicinavano, poi le persone si mettevano a cantare “Popopopò”: meraviglioso».
Perché quella Nazionale era così forte?
«Per lo spessore umano e l’intelligenza. Sono sicuro che quei ragazzi avrebbero avuto una buona riuscita nella vita, qualunque cosa avessero fatto».
Non pochi sono diventati allenatori, anche bravi.
«Me l’aspettavo, forse è anche un po’ merito mio».
Un elemento chiave fu Materazzi: che rapporto avevate?
«Non era mai stato un mio giocatore, a parte in Nazionale, ma lo stimavo: è un uomo vero».
Lei faceva molti discorsi, prima delle finali?
«Una sola frase: “Andiamo e vinciamo”. Ci sono momenti in cui la tattica e la tecnica non contano niente».
Marcello Lippi allenatore di cervelli: la chiamavano così.
«La definizione migliore».
Un altro Mondiale senza l’Italia: cosa ci è successo?
«Il nostro calcio era, resta e resterà sempre un punto di riferimento assoluto. Bisogna avere pazienza e fidarsi dei calciatori. Ma bisogna anche allenare chi li allena».
Marcello Lippi, cosa c’è nel suo futuro?
«Mi auguro salute, famiglia e tante partite di pallone da guardare. E poi il mare, sempre. Altro non immagino: ho avuto tutto».