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 2026  giugno 19 Venerdì calendario

Charlotte Casiraghi riflette sul suo amore per la filosofia

Incontriamo Charlotte Casiraghi nel suo ufficio davanti all’Esplanade des Invalides, a Parigi, nell’ovest della capitale, per parlare di filosofia, di desiderio, di crepe esistenziali e letteratura. Casiraghi è un nome che in Italia evoca ancora inevitabilmente l’incidente del 3 ottobre 1990, quando Stefano, marito della principessa Carolina di Monaco, morì pilotando il suo motoscafo offshore al largo di Saint-Jean-Cap-Ferrat. Charlotte aveva quattro anni. La madre la portò via dal Principato di Monaco e dai reporter, e lei si è costruita con una riservatezza e un pudore che non ha mai abbandonato, neanche oggi. Ma Charlotte Casiraghi parla di sé attraverso i Rencontres Philosophiques che organizza, con grande successo, da dieci anni nel principato, e il suo primo libro La fêlure (Julliard), La crepa, che dopo l’ottima accoglienza in Francia uscirà tra qualche mese in Italia per La Nave di Teseo.
Com’è cominciata la sua passione per la filosofia?
«Al liceo, grazie all’incontro con il mio professore dell’ultimo anno, Robert Maggiori. Ma l’interesse per questi temi esisteva già prima. Dall’infanzia mi sono sempre posta molte questioni esistenziali, ero una bambina con una forma di inquietudine, mi interrogavo molto sul senso della vita».
Non era quel che si dice una bambina spensierata, ed è facile comprenderlo.
«No, in effetti, per niente. Quando si perde un genitore così piccoli si è confrontati subito alla fragilità della vita. Il tragico dell’esistenza fa irruzione di colpo, e questo contribuisce a sviluppare una certa tendenza a interrogarsi, e ad avere certi gusti, anche in letteratura. Da adolescente leggevo molta poesia. Baudelaire, soprattutto, a suo modo un filosofo».
Che cosa le piaceva di Baudelaire?
«Il suo modo di trasfigurare la sofferenza. Le poesie di Baudelaire possono essere molto cupe ma allo stesso tempo di una bellezza straordinaria e di grande precisione. Mi affascinava, e mi affascina ancora, quella capacità di associare le parole in modo da provocare un sentimento, anche in un contesto molto nero».
Su questa base è arrivato l’incontro con il professor Maggiori?
«Sì, grazie a lui la mia vocazione ha preso forma, mi ha incoraggiato a studiare filosofia. Ho concluso il mio percorso accademico qualche anno fa, dopo una pausa per dedicarmi all’altra mia grande passione, l’equitazione».
Come mai ha deciso di dare una dimensione pubblica al suo interesse per la filosofia, organizzando un festival nel Principato?
«Anche quando Robert non era più il mio professore, abbiamo continuato ad avere conversazioni su temi filosofici, e ho incontrato altri filosofi come Raphael Zagury-Orly. Non mi piaceva restare chiusa a fare ricerche in università, e poi ero cosciente di certi miei privilegi, della possibilità che io avevo, e che non era data a tutti, di fare qualcosa a beneficio del pubblico. L’ho sentito come un dovere: io ho avuto la fortuna di incontrare un professore straordinario, sarebbe giusto che altri possano avere la stessa fortuna e cambiare, se vogliono, le loro vite. Ecco come è nata l’idea di organizzare gli Incontri filosofici di Monaco. La filosofia non è riservata al mondo accademico, entra nella vita di ognuno».
Il tema della Semaine PhiloMonaco di quest’anno è il desiderio. Come mai?
«La filosofia permette di distinguere tra desiderio e piacere, desiderio e bisogno, desiderio e pulsione. Ma il desiderio può essere oscuro anche a noi stessi, può metterci in pericolo. Oggi c’è un’erosione del desiderio, tendiamo a confonderlo con soddisfazioni immediate facilmente accessibili, che rappresentano una specie di sollievo. Ma il vero desiderio è più profondo, è un’altra cosa».
Uno dei tanti dibattiti, al quale lei partecipa, si intitola «Non cedere sul proprio desiderio». Un tema interessante, perché alcuni, specie da bambini, possono essere troppo accondiscendenti e remissivi per trovare il proprio posto nella società. La sfida è rispettare tutti ma anche sé stessi?
«Sì, non cedere sul proprio desiderio è una frase che viene da Lacan, e che è alla base del lavoro psicanalitico su sé stessi. Si è tentati di ignorare o tradire il proprio desiderio per fare piacere agli altri, ma anche perché talvolta il desiderio non è confessabile a noi stessi. Il desiderio può portare a rompere con l’ambiente di origine, con la famiglia, o con gli archetipi della sessualità, pensiamo per esempio a quanti trovano difficile vivere in modo sereno la propria omosessualità. Poi c’è il desiderio che i genitori proiettano sui figli, che finiscono per essere strumenti della realizzazione altrui… Il desiderio è una questione complessa».
Lo si vede anche nel suo primo libro da poco pubblicato in Francia, La fêlure, la crepa. Nell’introduzione lei evoca The Crack-Up di Francis Scott Fitzgerald (Il crollo, Passigli), i racconti autobiografici con cui l’autore del Grande Gatsby affronta il proprio tallone d’Achille, l’alcolismo. Lei però dà della “crepa” una versione un po’ diversa, non è così?
«La crepa che mi interessa, di cui ho voluto parlare, è quella particolare sensibilità che ci rende unici. Non è l’evento traumatico, la perdita di una persona cara, l’abbandono. È quel modo di essere che precede il trauma, che ci rende permeabili al mondo, e che ci accompagna dalla nascita, frutto di mille variabili, il milieu sociale, la storia famigliare, come funziona il nostro cervello… È l’atmosfera speciale che ritroviamo in un autore grazie al suo stile unico, il suo modo speciale di rapportarsi al mondo».
La letteratura diventa quindi una chiave di interpretazione del mondo. Il capitolo su Colette, per esempio, è lo spunto per una critica alla mania contemporanea della confessione. Che cosa non le piace del mettersi a nudo?
«Colette difende l’idea della maschera, il diritto di nascondersi e di non esporre per forze le nostre debolezze. I suoi libri sono comunque infusi di nostalgia, tristezza, dolore qualche volta, ma sono sentimenti trasfigurati e sublimati dalla letteratura. Questione di stile, ma anche di sopravvivenza: si parla dei propri dolori credendo nella benevolenza e nella comprensione degli altri, che però è tutta da dimostrare. Fare pietà al prossimo può indurlo ad aiutarci, ma più spesso a umiliarci o a approfittare di noi».
Nel libro lei parla anche della sua esperienza in un reparto di pedopsichiatria, a fianco di ragazze colpite da anoressia. Anche qui c’entra qualcosa il desiderio?
«L’anoressia è una condizione molto complessa, che ha molti risvolti, uno dei quali è il desiderio di controllo, e anche il desiderio di rivolta, di manifestare al mondo con il corpo e il rifiuto di cibarsi il proprio dolore e la propria ribellione. Con le ragazze leggiamo Maya Angelou, George Sand, Simone de Beauvoir. Attraverso la letteratura arriviamo a parlarci, a riflettere assieme».
La letteratura come terapia?
«Non è lo scopo della letteratura, non nasce con questo obiettivo. La missione della letteratura è dire la verità, non rassicurare. Ma noi possiamo usarla per mettere delle parole su certe parti misteriose e sofferenti di noi stessi».
Verrà in Italia per parlare del suo libro? Qual è il suo rapporto con il nostro Paese?
«È un rapporto speciale, evidentemente. Sono cresciuta in Francia e ho studiato in Francia, ma la mia famiglia paterna è italiana, l’Italia fa parte della mia storia quanto Monaco. Credo di avere un buon livello di italiano, lo leggo perfettamente e mi piace guardare i film italiani nella loro lingua originale, sono solo un po’ timida nel parlarlo. Sarò molto felice di praticarlo per parlare del mio libro, e della mia passione per la filosofia”.
Quali sono i suoi filosofi preferiti?
«Adoro Jankélévitch per le questioni morali, Nietzsche può essere straordinario per avvicinarsi appunto alla questione del desiderio, e poi Bergson e Pascal… Il mondo è sempre più polarizzato e violento. La filosofia può aiutarci a riscoprire le sfumature”.