Corriere della Sera, 19 giugno 2026
A Hormuz tornano le navi
Dopo oltre cento giorni di paralisi, il petrolio ha ripreso a fluire attraverso lo Stretto di Hormuz. Nelle ore successive all’accordo preliminare tra Stati Uniti e Iran divulgato mercoledì sera, almeno 26 navi hanno attraversato questo snodo cruciale per il mondo o quanto meno si sono messe in movimento. Le forze della Marina Usa hanno consentito a una dozzina di imbarcazioni di raggiungere i porti iraniani, con a bordo oltre 12,5 milioni di barili di greggio, è il bilancio reso noto ieri dal vicepresidente JD Vance, che ha confermato la revoca del blocco Usa delle imbarcazioni in transito da o verso i porti della Repubblica islamica.
I dati di tracciamento confermano partenze da Arabia Saudita, Qatar e Iran, con carichi di petrolio e gas naturale liquefatto. Decine di petroliere, rimaste bloccate nel Golfo per mesi, stanno quindi raggiungendo i mercati. Tra questi le prime quattro navi cisterna saudite: ferme nell’Oceano Indiano da settimane, hanno già fatto rotta verso il Golfo di Oman. Il Kuwait si è buttato avanti annunciando di voler aumentare subito la produzione e superare i 2 milioni di barili al giorno entro una settimana.
Pronta la reazione dei mercati con il greggio Brent che ha toccato il minimo dall’inizio di marzo, mentre i prezzi del gas naturale in Europa sono scesi ai livelli più bassi da quasi due mesi. «Il petrolio sta scorrendo e i prezzi della benzina hanno iniziato a crollare, ora sotto i 4 dollari al gallone a livello nazionale», si legge in un post trionfale della Casa Bianca.
Ma mentre Donald Trump vendeva al mondo un accordo «storico», la Guida Suprema iraniana Mojtaba Khamenei raccontava che il presidente Usa «per necessità e difficoltà, ha fatto ricorso a ogni tipo di leva» per strappare l’intesa. In una lettera ai suoi concittadini, la massima autorità di Teheran ha detto di aver dato il via libera al memorandum anche se «per principio, avevo una visione diversa». E ha messo le mani avanti: eventuali colloqui diretti «non significheranno l’accettazione delle posizioni del nemico».
I media iraniani hanno confermato che il traffico nei porti meridionali si è «normalizzato», precisando però che lo Stretto resta sorvegliato e che il transito richiede coordinamento: le navi devono richiedere l’autorizzazione al transito all’Amministrazione delle vie navigabili del Golfo Persico.
Non stupisce che l’industria navale e petrolifera resti prudente: lo Stretto rimane militarizzato e non è ancora chiaro quando saranno bonificate le mine presenti nello Stretto. Secondo Phillip Belcher, di Intertanko, l’associazione internazionale degli armatori indipendenti di petroliere, la rotta centrale rimane chiusa con un’ottantina di ordigni da rimuovere. Le navi stanno transitando attraverso la rotta settentrionale, in acque iraniane, e quella meridionale, lungo l’ Oman.
Richard Meade, direttore di Lloyd’s List, la principale fonte globale di notizie e informazioni per il settore marittimo, ha confermato che per la prima volta in 110 giorni le navi dei principali armatori – tra cui Grimaldi Group, Cosco, Knutsen e NYK – stanno attraversando lo Stretto. Ma i broker segnalano che il traffico attuale riguarda soprattutto navi rimaste bloccate, non nuovi contratti commerciali.
Se sul fronte energetico si registrano progressi, in Libano la situazione resta critica. Poche ore dopo l’intesa, le forze israeliane hanno lanciato nuovi raid aerei che hanno provocato altre vittime. Su pressione di Teheran, nel patto è stato inclusa anche la cessazione dei combattimenti nel Paese dei Cedri e l’accordo impegna le parti a garantire «l’integrità territoriale e la sovranità» del Libano. Israele però ha respinto le richieste di ritiro dal sud libanese, dove le sue truppe sono presenti da marzo per la lotta contro Hezbollah, che l’intesa prevede debba cessare. Invece la milizia sciita alleata dell’Iran continua a lanciare droni contro le posizioni israeliane. Intanto Tel Aviv, riferisce la Reuters, sta negoziando con Washington per mantenere le proprie forze schierate nel Libano meridionale. L’Iran aveva affermato che questa permanenza sarebbe stata considerata una violazione dell’accordo.
In Libano i 60 giorni di tregua pattuiti appaiono già fragili. Le minacce sono arrivate mentre la cerimonia prevista per oggi in Svizzera per la firma in presenza dell’intesa veniva annullata. Confermati invece per questo fine settimana – nel resort montano di Bürgenstock, sul lago di Lucerna – i primi colloqui tecnici su come attuare di 14 punti dell’accordo.