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 2026  giugno 18 Giovedì calendario

L’anarchia dei tavolini a Roma: 4 su 10 non versano il dovuto

Il suolo è pubblico. Come pure il disagio. Il profitto, invece, è privato. Uno scandalo che si consuma tra un pranzo e una cena, con l’intermezzo di uno spritz o di un gin tonic. Con turisti e cittadini comuni che si siedono ai tavolini all’aperto dei ristoranti, delle pizzerie, dei bar, ignari del fatto che due su tre, con le nuove norme comunali, sono di fatto irregolari. E anche quando sono in regola, quattro volte su dieci, secondo l’ultimo dato disponibile, si evade pure quel minimo di canone richiesto dal Comune per occupare lo spazio pubblico. Con i residenti costretti a dover camminare in spazi ridotti, non di rado invasi ben oltre i limiti consentiti. E non mancano casi di recidiva, che soltanto con la decadenza della licenza commerciale possono essere evitati.
Ma andiamo con ordine, e iniziamo da quello che si potrebbe definire il “prezzo” del disagio: cioè, la tariffa che chi legalmente occupa il suolo pubblico con un tavolino, sarebbe tenuto a “restituire” al resto della comunità. Prendiamo la zona del Pantheon, pieno centro storico, tra le più pregiate dal punto di vista commerciale. Qui il suolo pubblico dovrebbe valere oro, per quanto fatturato può generare un singolo tavolino. E invece, occupare un metro quadro, vale a dire lo spazio esatto di un tavolo con quattro sedie, di fronte al Tempio fondato da Agrippa nel 27 avanti Cristo, meta di migliaia di turisti ogni giorno, costerebbe, dopo gli aumenti decisi dal Comune, 857 euro l’anno. Vale a dire 71,41 euro al mese, 2,38 euro al giorno. Seduti in quella piazza, se va bene, è forse il costo di un caffè. Cambiamo zona. Andiamo a piazza Giuseppe Verdi, un’area che fa parte di quello che è un altro pezzo di quello che oggi è diventato il “centro direzionale” della Capitale. Qui, a pochi metri di distanza tra loro, ci sono le sedi dell’Antitrust, della Consob, il nuovo Palazzo della Cassa Depositi e Prestiti, una parte rilevante dell’Enel. Con le nuove tariffe, per occupare un metro quadrato di suolo pubblico con un tavolino, si dovrebbero pagare solo 494 euro l’anno, 41 euro al mese, 1,3 euro al giorno. Restiamo nel quadrante degli affari, a via di San Basilio. Due passi da via Veneto. Un’area dove si sono concentrati, accanto ai ministeri, grandi studi legali, maison di consulenza, sedi di gruppi multinazionali e associazioni imprenditoriali. Qui il canone a metro quadro è di 379 euro l’anno, 31 euro al mese, poco più di un euro al giorno. Il condizionale è d’obbligo, perché il Comune sarebbe intenzionato a fare una piccola marcia indietro rispetto alla stretta annunciata, scontando la metà degli aumenti annunciati e non ancora interamente applicati.
Il punto però, è anche, e forse soprattutto, un altro. È che le tariffe, pur basse, non vengono incassate per intero. Anzi. Nel Centro Storico ci sono duemila e cinquecento occupazioni di suolo pubblico.Il tasso di evasione è elevato. E come se non bastasse, la metà di queste occupazioni, con le nuove regole stabilite dall’amministrazione Capitolina è, al momento, fuori legge. A Roma sui tavolini vige un’anarchia tollerata. Lo dimostra il fatto che nella Capitale nessun ufficio preposto – del Campidoglio o dei Municipi che concedono le licenze – sappia con precisione quanti sono davvero gli spazi autorizzati. Ma i numeri che girano, per quanto pochi e frammentari, sono sufficienti a restituire un quadro allarmante. Soltanto nel I Municipio sono state installate prima del Covid 2mila pedane. Circa un terzo delle settemila totali presenti in città. Stando ai beninformati – le associazioni di categoria, i vigili che dovrebbero controllare gli abusi e gli stessi funzionari comunali – durante la pandemia questo numero sarebbe salito di almeno altre mille unità tra chi ha ottenuto un allargamento delle occupazioni già autorizzate e chi ha chiesto nuove licenze. Un fenomeno ben visibile a chi prova a districarsi tra le strade del Centro storico. Ma a tante occupazioni di suolo pubblico non sono seguiti altrettanti ricavi per le casse del Comune. Soltanto nel I Municipio, nel 2024, ultimo dato disponibile, sono stati inviati avvisi di pagamento per 18 milioni di euro. Ma l’incasso è stato solo di 10. Il tasso di evasione insomma, sarebbe di oltre il 40 per cento.
A domanda del Messaggero sul flusso delle entrate, il Campidoglio ha risposto di non avere al momento dati più aggiornati, indicando soltanto un tasso di evasione del 20 per cento riferito al cosiddetto Canone unico, che oltre ai dehors però comprende anche il versamento del tributo per gli spazi occupati da ponteggi, cantieri, affissioni e pubblicità. Sempre da Palazzo Senatorio sottolineano il lavoro in atto per recuperare quanto non pagato negli anni scorsi dagli esercenti. Detto questo, l’evasione pregressa per i canoni è un problema molto sentito da parte dell’amministrazione, se durante una seduta della commissione Bilancio del I Municipio, è stato reso noto che ci sono 21 milioni di morosità da recuperare per gli anni 2022 e 2025 soltanto in questo territorio.
Questi numeri, però, non tengono conto che in città, e soprattutto nelle zone di pregio, molti bar e ristoranti non si sono fatti remore nell’installare più tavolini e più sedie su uno spazio maggiore rispetto a quello concesso. Al danno, dunque, segue la beffa: c’è un altro pezzo di evasione che è difficile da calcolare, mentre è chiaro l’impatto sulle casse comunali e sui disagi arrecati alla cittadinanza. Un fenomeno difficile da estirpare: i controlli sono pochi e la sanzione prevista non spaventa. Per l’installazione abusiva la multa si aggira sui 5mila euro, per i recidivi scatta la chiusura amministrativa per 5 giorni. Rischi accettabili per un ristorante in centro storico o in una zona direzionale che incassa migliaia di euro al giorno. La via maestra può essere solo una: la revoca delle licenze per chi si ostina a non rispettare la legge.
Va detto che nell’ultimo biennio, il Comune ha provato a cambiare le regole. Come già spiegato, i canoni, fermi da almeno un trentennio, sono stati in parte adeguati in base all’indice Omi dell’Agenzia del Demanio. Parallelamente sono stati ridimensionati anche gli spazi per installare su strada tavolini e sedie: in Centro e nella cosiddetta area Unesco, per esempio, si può occupare una parte di suolo pubblico non più grande di un terzo della superficie interna del locale. Ma soprattutto il testo prevede che entro il 31 marzo di quest’anno gli esercenti già autorizzati avrebbero dovuto ripresentare tutta la documentazione al Comune per farsi confermare gli spazi secondo le nuove regole. Per chi non si è adeguato è prevista di fatto la decadenza dei diritti acquisiti. In Centro solo la metà ha rispettato la scadenza, percentuale che nel resto della città scende addirittura al 30 per cento. Questi esercenti si sono giustificati, sostenendo che le proroghe nazionali rendono validi gli allargamenti fino al 2027, in base alle deroghe del Covid. Di conseguenza, per loro, il nuovo regolamento comunale è carta straccia. Ma è evidente al contrario che, in questo caso, ristoranti e bar siano fuori dalle regole.
In teoria il Comune ha tutti gli strumenti per mandare i vigili nelle vie più intasate dai tavolini selvaggi e smontare le pedane irregolari. In pratica, per ora, si è limitato a inviare una semplice lettera di compliance, un invito educato, a mettersi in regola a chi è a tutti gli effetti fuori legge. Ancora troppo poco per restituire vivibilità e legalità al cuore di Roma e ai suoi cittadini.