La Stampa, 18 giugno 2026
Intervista ad Andrea Delogu
Il bello è che, alla fine, con Andrea Delogu, ci si mette a parlare di frangette, tra commenti vicendevoli e consigli di manutenzione. Se bisognasse scegliere un solo aggettivo per descriverla, sarebbe “autentica”, perché lei, conduttrice e attrice, nata a Cesena nel 1982, è prima di tutto questo: «Sto attraversando un momento molto incasinato, in cui però riesco a trovare delle parentesi di forte respiro». Nello scorso ottobre ha perso il fratello Evan Delogu, cui era legatissima, dopo due settimane ha avuto la forza di tornare sul palcoscenico di Ballando con le stelle, ha vinto la gara, ha ricominciato a lavorare, prima nel programma La porta magica, e ora, accanto a Carlo Conti, dal 21 al 24, sul palcoscenico di Tim Summer Hits. Intanto è nei cinema con la commedia di Simone Aleandri Innamorarsi e altre pessime idee. Impegnatissima? Certo, ma con una visione dell’esistenza molto differente da quella che aveva quando ha iniziato.
In che cosa si sente cambiata?
«In passato ho perso molto tempo credendo che il lavoro fosse tutto. E invece non è così, al centro di tutto c’è l’amore, adesso lo so. A un certo punto, nella vita, arriva una svolta che ti fa capire una cosa importante, e cioè che devi vivere. Per me la svolta è arrivata ora, vedo la vita, so di potermi fermare, prima avevo l’impressione di non poterlo fare mai, nemmeno per un secondo».
Tra le donne questa è una sensazione diffusa. Perché?
«Perché noi donne dobbiamo sempre dimostrare qualcosa, far vedere che valiamo, che possiamo dare il massimo, sappiamo che, se non lo facciamo, ci sarà sicuramente qualcuno pronto a dire che dovremmo impegnarci di più».
Fermarsi e respirare. Che cosa significa per lei?
«Sentire che la vita c’è, che continua, che vale la pena di viverla, e poi guardare il futuro».
Se incontrasse oggi la ragazzina Andrea Delogu, quale consiglio le darebbe?
«Le direi di imparare a rinunciare appena capisce che sta facendo una cazzata. Sono testarda, cerco sempre di recuperare, di ottenere le cose, fino allo sfinimento. È qualcosa che viene dagli insegnamenti ricevuti da piccola, provarci fino all’ultimo, non mollare mai, ma, certe volte, le cose bisogna lasciarle andare…».
Parla di persone o di impegni?
«Parlo di cose, rapporti, progetti lavorativi. Non li abbandono fino al momento in cui ho la totale certezza che non possano più funzionare. E invece bisogna fermarsi prima, darsi più tempo per sbagliare, magari in un altro modo. Mi riferisco anche a certe persone che sono state nella mia vita».
Dopo il lutto è tornata a “Ballando sotto le stelle”. Danzare: che cosa le dà?
«Ballare è stato bellissimo, tornassi indietro rifarei tutto milioni di volte, anche se ci sono state delle conseguenze fisiche, all’anca e al piede sinistro…iniziare a danzare a 43 anni, a quei livelli, è tosta, per quattro mesi tre ore al giorno tutti i giorni…Però che meraviglia mettersi alla prova con qualcosa che non conosci. Ballare è corpo, odore, sensualità».
Infatti si è tanto parlato di un’ipotetica storia d’amore tra lei e il suo partner Nikita Perotti. Che effetto le ha fatto?
«Capisco le persone che, seguendo il nostro percorso, abbiano voluto a tutti costi immaginare un legame diverso. Anche io, riguardando i nostri video a distanza di tempo, noto la bellezza del nostro rapporto. La gente ci vedeva avvinghiati e pensava “amatevi"».
Quali sono stati gli incontri fondamentali della sua vita?
«Nella vita personale quello con Ema Stokholma, tra noi è nata un’amicizia che mi ha dato tantissimo, dal punto di vista umano, in lei ho trovato uno specchio in cui guardarmi. In quella lavorativa le persone sono due, Renzo Arbore e Marco Giusti».
Come è andata con loro?
«Renzo mi ha offerto la possibilità, e mi ha anche dato il coraggio, di affrontare il grande pubblico essendo me stessa, proprio come lui voleva. Mi ha fatto condurre due dei suoi grandi speciali, quelle occasioni mi hanno cambiato la carriera».
E Giusti?
«È un matto, un folle, mi ha scelta perché scrivevo di cinema e gli piacevano le mie cose. Non sapeva se fossi in grado o meno di condurre, ma si è fidato, mi ha presa per Stracult, così è iniziato il mio percorso di conduttrice».
Le è capitato di dire dei no?
«Sì, tantissime volte, quando sento che qualcosa non mi appartiene, che non sono in grado, che non ho gli strumenti per dare il massimo, dico di no, faccio un passo indietro. Diciamo che avrei potuto sbagliare molto di più, è successo anche nel settore del cinema».
In quell’ambito potrebbe fare di più?
«Non me lo sono ancora chiesto, per adesso sono andata avanti scegliendo le storie, è un territorio che conosco bene, ho studiato cinematografia prima di lasciare l’università, tra l’altro adesso l’ho appena ripresa, mi sono iscritta di nuovo. Guardo tanto cinema e mi piace sentirlo raccontare».
Essere una bella ragazza. Può diventare un problema?
«Per un periodo della mia vita, ho cercato di dimostrare che potevo anche parlare, esporre delle idee, avere una profondità. Però no, l’aspetto fisico non è stato un problema, anche perché non sono e non mi sono mai considerata una di quelle bellezze che, se passano per strada, ti fermi a guardarle. Sono una bella ragazza, ma penso che di me la prima cosa che arrivi sia il carattere».
Quando ha iniziato a lavorare, qual era il suo principale obiettivo?
«Comunicare, fin da piccola volevo fare spettacolo, teatro, volevo parlare, far sentire la mia voce».