La Stampa, 18 giugno 2026
Intervista a Federico Faggin
«Mio padre desiderava che facessi il liceo classico, ma io volevo progettare aerei come perito aeronautico e così mi sono iscritto all’istituto tecnico, che a quei tempi era guardato dall’alto in basso».
La storia di Federico Faggin, oggi 84enne, l’inventore del microprocessore e del touchscreen, l’uomo di cui Bill Gates disse che «senza di lui la Silicon Valley sarebbe soltanto la Valley», comincia da un ragazzino che aveva già chiaro il proprio futuro. Ciò che non poteva immaginare da piccolo è che all’età di cinquant’anni, quando aveva raggiunto traguardi professionali e personali importanti negli Stati Uniti – una famiglia felice, un’azienda di cui era cofondatore e ceo, disponibilità economica -, sarebbe passato attraverso un’esperienza inspiegabile, destinata a cambiargli la vita: momenti in cui sentì un’energia fortissima sprigionarsi dal petto, in una condizione di sintonia con l’universo.
Descritto così sembra un viaggio lisergico, ma Faggin non ha mai preso droghe e la sua curiosità di scienziato, pur mutata da quegli istanti incredibili, da allora lo ha portato a indagare il rapporto fra coscienza e fisica quantistica. Oggi pubblica libri e illustra i suoi studi, con il contributo del fisico Giacomo Mauro D’Ariano, nelle conferenze che lo vedono protagonista in Italia e in tutto il mondo.
Qual è stato il momento chiave per la sua scelta di diventare uno scienziato?
«Fin da bambino mi chiedevo come fanno gli aerei a stare su… Il primo libro che ho comprato a undici anni era Il manuale dell’aeromodellista moderno, che fra le altre cose spiegava l’aerodinamica. Anni prima mi avevano regalato un Meccano con cui inventavo e costruivo una varietà di macchine».
Suo padre era un insegnante di filosofia, un umanista, come prese la sua decisione di fare studi tecnici?
«Non voleva assolutamente, erano scuole di serie B secondo i professori di liceo classico che avevano la puzza sotto il naso, ma io ero la pecora nera della famiglia e volevo progettare aerei, altroché. Mio papà era uno storico della filosofia, insegnava al liceo Pigafetta di Vicenza, uno studioso attento anche all’aspetto mistico e al pensiero indiano. Nella sua biblioteca leggevo quel poco di fisica che c’era in casa, Einstein e Heisenberg. Mi ha trasmesso la voglia di capire la natura delle cose».
Una volta diplomato perito radiotecnico ha lavorato all’Olivetti, per un anno.
«Un’esperienza fondamentale: a 18 anni, nel 1960, sono stato assunto nella sede di Borgo Lombardo, dove ho portato avanti un progetto per la costruzione di un piccolo computer sperimentale durante tutto il 1961. Nel frattempo, studiavo i transistor su libri inglesi. Al ritorno del capo progetto, dopo un periodo di convalescenza per un incidente, avevo completato il progetto, al che mi disse: ok, ora costruiscilo. Mi hanno messo a disposizione quattro tecnici e alla fine il computer ha funzionato. Un’esperienza potentissima da cui ho imparato tantissimo».
Poi si è iscritto a Fisica, che ha finito in tempi record, perché ne ha sentito la necessità?
«L’insegnamento di mio padre era cercare di andare al cuore delle cose, ecco perché ho scelto Fisica e non Ingegneria: volevo capire fino in fondo come funzionavano i transistor. Mi sono laureato in meno di quattro anni, che era una cosa inaudita, con una tesi sperimentale. Avrei potuto fare la carriera universitaria, sono stato assistente incaricato per un breve periodo, ma avendo già avuto un’esperienza di lavoro nell’azienda più avanzata d’Italia, l’Olivetti, e anche per una questione economica, ho deciso altrimenti».
Cioè?
«Gli assistenti universitari dovevano fare volontariato per due-tre anni, quella carriera era per gente ricca, ma io volevo guadagnare e sposare la mia fidanzata, Elvia, cosa che ho fatto nel 1967. Ho cominciato a lavorare in un’azienda di semiconduttori, la Sgs Fairchild, dove ho sviluppato la tecnologia Mos e nel febbraio dell’anno successivo sono andato negli Usa, a Palo Alto, alla Fairchild Semiconductor che aveva il 30% delle azioni Sgs. Dovevo restare in America sei mesi, ci sono rimasto per 57 anni: ho capito che avevo in mano una bomba».
Si riferisce alla tecnologia che avrebbe portato ai microprocessori?
«Sì, la Silicon Gate Technology che permetteva di realizzare memorie e microprocessori. Poi Bob Noyce e Gordon Moore, che erano a capo delle Fairchild, si sono portati via questa tecnologia rivoluzionaria da me creata, fondando la Intel. Mia moglie ha contrastato la diffusione di notizie fasulle da parte loro lavorando come giornalista e facendo circolare la mia versione dei fatti. È stata fondamentale nella mia carriera, perché io non avevo tempo, voglia e coraggio di contrastare questa gente. Nel 1974 ho fondato la mia prima azienda, la Zilog (uscitone nell’80, ha poi dato vita a Cygnet Technologies e, nell’86, a Synaptics, ndr)».
Lei viene da una famiglia molto cattolica, con gli anni è diventato razionale e scientista finché, nel 1990, ha vissuto un’esperienza straordinaria.
«Avevo famiglia e soldi, ero a capo di un’azienda, avevo fatto cose importanti: avrei dovuto essere contento ma non lo ero, mi sentivo profondamente infelice e non sapevo perché. Mi facevo delle domande sul senso della mia vita, mi interrogavo sul fatto che l’amore venisse spiegato scientificamente con segnali elettrici nel cervello, una follia. A Natale sono andato in vacanza con la mia famiglia nelle Sierras, a sciare: una notte mi sveglio e sento uscirmi dal petto un’energia pazzesca, una luce bianca scintillante che era amore e si è diffusa dappertutto, e questa energia sono io perché la mia coscienza faceva parte di questa energia. Un pensiero si fa avanti: questa energia che sa di pace, amore e gioia è la “sostanza” di cui è fatto tutto l’universo».
Come ha influenzato la sua vita questo episodio?
«Ho cambiato direzione. In quell’occasione ho esperito la natura olistica dell’universo e di me stesso, per cui non ci sono oggetti separati, è stata un’esperienza diretta dell’interconnessione del tutto. Ci ho messo vent’anni per capire che siamo parte di un tutto e che la coscienza deve venire prima della materia. Non siamo un corpo, siamo un campo quantistico cosciente e dotato di libero arbitrio. Da sette anni, dall’uscita del mio primo libro Silicio, cerco di diffondere la mia teoria che unisce scienza e spiritualità».