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 2026  giugno 18 Giovedì calendario

Aumenta il ricorso alle droghe quando si fa sesso

Si chiama chemsex e indica l’uso intenzionale di sostanze psicoattive prima o durante i rapporti sessuali, per prolungarli, disinibirsi o intensificare il piacere. Nato e diffusosi soprattutto nella comunità degli uomini che fanno sesso con uomini, è un fenomeno che negli ultimi anni ha smesso di essere una nicchia per imporsi come una vera e propria questione di salute pubblica. Le sostanze in gioco (metanfetamina cristallina, catinoni sintetici come il mefedrone, Ghb) hanno un impatto profondo non solo sul corpo, ma sulla mente. E i servizi sanitari europei, ambulatori psichiatrici e pronto soccorso in testa, cominciano a registrarne il peso.
Quanto è diffuso in Europa
Una fotografia più ampia arriva dall’indagine europea Emis condotta tra gli uomini dove la prevalenza dell’uso di sostanze a fini sessuali risultava del 14,1%, con la Spagna tra i Paesi a più alta diffusione del continente. Da allora il quadro non si è ridimensionato. Le rassegne scientifiche più recenti descrivono un fenomeno in espansione e, soprattutto, un parallelo aumento delle conseguenze cliniche, con un numero crescente di consulenze e ricoveri legati alla pratica. In alcune realtà, come la comunità di Madrid, l’incremento delle persone trattate per dipendenza da chemsex nei servizi sanitari è stato definito allarmante.
Il peso sui servizi sanitari
Il dato più concreto sull’impatto del fenomeno arriva dai servizi di psichiatria di consultazione ed emergenza. Con l’aumentare della prevalenza, è stato descritto un progressivo incremento delle consulenze e dei ricoveri psichiatrici legati al chemsex, dove le diagnosi più frequenti sono i disturbi da abuso di sostanze, la depressione e l’ansia. La letteratura converge nel descrivere un vero e proprio gradiente di rischio: non tutte le modalità di consumo sono ugualmente pericolose, ma la frequenza pesa. Chi partecipa con regolarità, anche settimanale, presenta una probabilità maggiore di sintomi ansiosi e depressivi rispetto a chi vi ricorre in modo occasionale. L’uso di più sostanze, poi, moltiplica il rischio di complicanze psichiatriche acute: psicosi, delirium, attacchi di panico. Il profilo cambia anche a seconda della sostanza. Come riassume una recente analisi pubblicata su Medscape.
L’uso cronico
La metanfetamina cristallina si associa a tassi più elevati di depressione, ansia, somatizzazione e disturbo post-traumatico da stress; l’uso cronico può sfociare in ideazione paranoide, allucinazioni, psicosi conclamata e in un aumento del rischio di disturbi psicotici persistenti. I catinoni sintetici, come il mefedrone e i suoi derivati, sono stati ripetutamente collegati ad agitazione intensa, ansia, insonnia e crolli improvvisi dell’umore, talvolta accompagnati da pensieri suicidari. La deprivazione di sonno prolungata, tipica delle sessioni più lunghe, fa da moltiplicatore.
La voce dell’infettivologo
“È un fenomeno oggi diffuso, ma di cui si parla ancora poco – riferisce Mariacristina Tettoni, infettivologa dell’ambulatorio universitario malattie infettive dell’Ospedale Amedeo di Savoia di Torino -. Si ha ancora difficoltà a individuare percorsi e strutture in grado di farsi carico di questa dipendenza, soprattutto nei SerD del territorio.” Per gli infettivologi, spiega Tettoni, il tema è diventato una priorità nella pratica clinica quotidiana: “Ad ogni visita chiediamo ai pazienti se praticano chemsex e spieghiamo loro quali possono essere le conseguenze. È una parte imprescindibile della presa in carico. “L’impatto sulle persone che vivono con HIV è rilevante. “Il primo problema è la perdita dell’aderenza alla terapia antiretrovirale: una terapia salvavita, il cui obiettivo primario è la soppressione virale stabile. Un risultato che dipende in modo diretto dall’assunzione corretta dei farmaci”. Affinché la risposta clinica sia davvero efficace, conclude Tettoni, serve un approccio integrato che coinvolga anche i servizi territoriali per le dipendenze.
La prospettiva del terapeuta
Sul fronte della presa in carico, l’esperienza della Fondazione Villa Maraini di Roma (Agenzia nazionale della Croce Rossa Italiana per le dipendenze patologiche) osserva da vicino l’evoluzione del fenomeno. Le persone arrivano quasi sempre dopo una ricerca personale, racconta lo psicoterapeuta Marco Civico, e con una consapevolezza già maturata: “Il momento critico è quando si rendono conto di non riuscire più a fare sesso senza sostanze”.
Le motivazioni ricalcano quelle delle altre dipendenze: “Se continuo così perdo il lavoro, perdo la relazione”. Ma con una variabile in più: “C’è chi arriva perché il chemsex è entrato nella coppia, portando un’apertura ad altre persone che complica il quadro affettivo”. L’obiettivo è recuperare una sessualità libera dalle sostanze. Il cuore del percorso è un gruppo terapeutico di una decina di persone, con richieste in aumento. “Presentarsi qui vuol dire molto: prevede un lavoro su sé stessi”, osserva Civico.
Le “ombre”
Il profilo è ricorrente: età media alta, tra i trenta e i cinquant’anni, spesso con un esordio in età adulta dopo una rottura sentimentale. E un dato che colpisce: “Quasi tutti hanno un livello di istruzione elevato e un ceto medio-alto”. Il programma alterna psicoterapia individuale e lavoro di gruppo per ricostruire in modo sano la dimensione collettiva propria del chemsex, per elaborare sessualità ed emotività in modo diverso. “Si esplora anche la sessualità, perché – come spiega Civico – lavoriamo su quelle immagini che emergono attraverso la sostanza: fantasie e parti di sé che in gergo chiameremmo ‘ombre’, che la persona non riesce a integrare nella vita quotidiana”. “Tornare al sesso senza sostanze – conclude lo psicoterapeuta -, è complicato perché il binomio è inestricabile, e molti pazienti all’inizio del percorso preferiscono evitarlo del tutto. La strada però esiste; la consapevolezza, passo dopo passo, consente di riappropriarsi del desiderio e di liberarsi dalla dipendenza”.
Una sfida di salute pubblica
Il chemsex resta un fenomeno difficile da quantificare con precisione, perché vissuto spesso nel silenzio e nello stigma. Ma i segnali che arrivano dagli ambulatori e dai pronto soccorso europei convergono: dietro la ricerca di un piacere amplificato si nasconde un costo che si paga in termini di salute mentale, e che i servizi sono chiamati a intercettare prima che diventi emergenza. La strada, indicano gli esperti, passa per l’integrazione tra discipline, infettivologia, psichiatria, medicina delle dipendenze, e per un approccio capace di togliere il fenomeno dall’ombra senza criminalizzarlo.