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 2026  giugno 18 Giovedì calendario

Giuseppe Pedersoli ricorda il padre Carlo

Il 27 giugno del 2016 moriva a Roma Carlo Pedersoli, in arte Bud Spencer. Un idolo che unisce generazioni, anche se suo malgrado, visto il suo carattere schivo. Eppure è un volto entrato talmente tanto nell’immaginario collettivo, non solo italiano, che in Germania gli hanno dedicato un visitatissimo museo a Berlino, pieno di oggetti che hanno segnato la sua carriera. In occasione del decennale, Cinecittà World a Roma gli dedica, dal 26 al 28 giugno, una tre giorni con tante iniziative dedicate all’attore. E la piattaforma Sky ha in programma, dal 26 giugno al 3 luglio, una rassegna di suoi film, da Altrimenti ci arrabbiamo a Banana Joe a Due superpiedi quasi piatti. Della sua figura e della sua eredità artistica parliamo con Giuseppe Pedersoli, figlio dell’attore e da molti anni protagonista nel mondo del cinema come sceneggiatore, produttore e aiuto regista (era sul set di C’era una volta in America con Sergio Leone).
Dieci anni dalla scomparsa di suo padre e un affetto immutato da parte di migliaia di fan in tutto il mondo. Che cosa è, secondo lei, ad animare questa sorta di devozione?
"È una risposta complicata a cui da anni cerchiamo una risposta. Non ha salvato vite, ma è riuscito con la simpatia e la semplicità a trasmettere sentimenti tanto condivisi in ogni parte del mondo. E lo ha fatto in tempi difficili. Mio padre si considerava una persona normale, ma aveva qualcosa nella personalità e nelle fisicità che erano genuine, cose che la gente ammira. Lo sport gli aveva insegnato a rispettare le regole, gli avversari, a rialzarsi dopo una sconfitta, e lui le ha inserite nei suoi film. Era una persona non attaccata al successo e al denaro, anche se ne ha sprecato tanto, era convinto che ogni film potesse essere l’ultimo, non ha mai chiamato nessuno, era schivo anche se disponibile”.
Era geloso della sua privacy?
“Proteggeva molto il privato, non amava mostrarsi, voleva soprattutto proteggere noi. Erano anni di rapimenti, di terrorismo. Però questa sua discrezione è stata un altro elemento che ha contribuito al suo successo”.
C’è stato anche un convegno su di lui.
"Quattro giorni alla Sapienza con studiosi da tutto il mondo. Nessuno ha dato una spiegazione definitiva del suo successo, ma tutti convenivano sul fatto che i suoi film non offendevano nessuno, erano favole senza tempo, mai censurati nemmeno in Paesi dittatoriali. Si è creata una comunità che ancora è viva. Anche un personaggio come Piedone potrebbe essere adattissimo oggi”.
Suo padre ha sempre avuto un pubblico trasversale, piaceva agli adulti, richiamava un pubblico giovane, divertiva i bambini: in che modo riusciva a parlare a generazioni così diverse, peraltro in un’epoca – dalla metà degli anni 60 a tutti gli anni 80 – caratterizzata da conflitti generazionali e trasformazioni sociali che hanno cambiato il Paese?
"Mi ricordo quando eravamo sul set di Banana Joe. Avevo letto la sceneggiatura e mi sembrava un po’ ingenua. Poi col tempo ho capito che dentro quel film c’erano l’amore per la natura, l’antimilitarismo, la denuncia della burocrazia estrema, lo stare in mezzo a 20 bambini. Regalava un senso di protezione. Lui non era in grado di interpretare ruoli eclettici: sono un personaggio, diceva, non un attore. Enzo Barboni (in arte E.B. Clucher, regista di Trinità, ndr) aveva compreso quanto lui e Terence Hill potessero esprimere comicità e emozioni senza parolacce o scene sexy. Oggi è un personaggio virtuale, sentiamo meno la sua mancanza, abbiamo una famiglia allargata, la gente lo sente come un nonno, una figura protettiva”.
Che padre era Bud Spencer? Lei ha anche prodotto dei film con lui: come erano il Pedersoli privato e il Bud Spencer attore?
"Era un papà indisciplinato, di poche parole, comunicavo molto più con mia madre. Aveva 18 anni pure quando ne ha compiuti 80. Aveva una grande fantasia, era pieno di curiosità, era abitudinario ma viveva sempre guardandosi intorno. I suoi giocattoli, li chiamavano così, tipo gli aerei e gli elicotteri, gli permettevano di vivere in libertà. Se ci accompagnava a scuola finivamo sempre da qualche altra parte. Non ha mai avvertito un senso di superiorità come succede a tante star”.
Ricorda un aneddoto in particolare?
"Lui, da ex atleta (era stato il primo italiano a scendere sotto il minuto nei 100 stile libero, ndr) era appassionato di nuoto: una volta fu invitato a premiare durante le gare, aveva già 80 anni, non ha mai avuto una vista buona, era quasi cieco. Gli organizzatori erano stranieri, non avevano ben capito chi fosse. Al momento di premiare una campionessa, gli misero in mano un mazzetto di fiori, lui mi guardò come a dire ‘che faccio, glielo tiro?’, ma quando scese dal palco il pubblico impazzì per andare a salutarlo. Gli organizzatori capirono la gaffe”.
Quella dei cazzottoni in testa è un’invenzione di suo padre?
"L’ha spiegato Terence qualche tempo fa: in Dio perdona io no, il loro primo film insieme, c’è la litigata vicino a un albero quasi secco. In quel momento dovevano trovare una soluzione per la sfida. Hill era agile, una vespa che saltava ovunque, poi arrivò quello che venne chiamato il ‘colpo del piccione’: il personaggio colpito sulla testa quasi rimbalzava sul terreno e cadeva come un piccione. La cosa nacque lì, quasi istintiva”.
Bud e Terence.
"Erano amicissimi, vivevano profonde emozioni, si vedevano poco fuori dal set anche se Terence veniva a mangiare gli spaghetti di mia madre perché diceva che erano i più buoni del mondo. È un grande professionista, una persona sensibile, ho un bellissimo rapporto con lui. Si preoccupava molto del benessere degli altri anche sul set”.