la Repubblica, 18 giugno 2026
Giuliano Sangiorgi parla del suo presente
Mentre tutto scorre i Negramaro restano sul palco, almeno fino al 20 settembre, quando il tour Una storia ancora semplice farà tappa all’Arena di Verona. Quest’anno la band ha deciso di suonare nei festival, una sorta di ritorno alle origini. Sul palco non manca mai un gigantesco messaggio di pace. Suonano forte, perché questa è da sempre la loro missione: il palco è arricchito da schermi ed effetti speciali che trasformano ogni brano in un racconto condiviso. Ma, come ci dice Giuliano Sangiorgi, suonerebbero anche in strada o in cantina, come agli esordi.
Un ritorno alle vecchie abitudini.
«Questo è il centro del nuovo giro di concerti. Quando siamo scesi dal palco del primo San Siro ci siamo chiesti: “Ma era qui che volevamo arrivare? No, noi volevamo solo suonare”. A Rock in Roma, dove saremo il 20, è legato un ricordo particolare. Quando suonammo lì dopo il boom di Sanremo nel 2005 con Mentre tutto scorre avevamo fatto tanti concerti ma tutti gratuiti e affollatissimi. Arrivati all’Ippodromo delle Capannelle la manager ci disse: “Non ve l’ho detto per non agitarvi, ma stasera c’è un biglietto d’ingresso”. Io mi arrabbiai, le dissi che non sarebbe venuto nessuno. Lei: “È sold out, stronzo”. Lì abbiamo capito che il pubblico ci stava scegliendo, anche se abbiamo sempre trascurato il marketing».
Dopo questo tour ci sarà una pausa. Stanchezza o bisogno di riordinare le idee per il futuro?
«Stanchezza no, abbiamo tanta energia. Ma per poter scrivere abbiamo bisogno di vivere. E poi di far decantare questo Negramaro, proprio come il vino, il che è anche un monito per i giovani: non si rotola verso il successo. Un artista deve immaginare canzoni che tra due anni possano essere ancora attuali. Non si può parlare soltanto di quello che vivi in quel momento. Lo streaming ha velocizzato l’ascolto, dobbiamo essere noi a rallentare la pubblicazione. Il mio augurio è che le nuove generazioni abbiamo fame di live, di altri suoni, di non essere definite».
Troppe sirene nella musica di oggi?
«Abbiamo detto no a grandi marchi perché avevamo rispetto del nostro pubblico: con un sì, forse, una parte l’avremmo persa. La mia generazione artistica – parlo di Marlene Kuntz, di Subsonica, Afterhours e tanti altri – non pensava alla ricchezza, solo a fare buona musica. Bisogna analizzare i tempi e parlare alla contemporaneità, ma in modo creativo e coerente».
De Gregori ha fatto molto discutere con il suo intervento.
«Francesco è culturalmente provocatorio da sempre. Io magari non condivido le sue parole, ma credo volesse dire che non si può essere così categorici su certi temi complessi: lo slogan fine a se stesso ci riporta al pollice giù e su del Colosseo. Lui è proiettato verso la grande umanità, ha fatto in modo che ne parlassimo tutti. Riflettere è fondamentale e le sfumature fanno parte dell’essere umano. La “socialità”, intesa come epoca dei social, ci ha cambiato ma per certi versi ci ha fatto tornare indietro».
Oggi c’è grande dibattito sull’Intelligenza Artificiale e l’utilizzo nella musica. È preoccupato?
«No, sarà molto più facile individuare quello che non viene da lì. Non è solo un algoritmo, è un elemento comunque riconoscibile dagli uomini. La differenza con un brano scritto da un cuore umano sarà sempre più evidente. Non possiamo farne a meno come strumento, ma potrebbe essere qualcosa di simile ai primi sintetizzatori, che quando arrivarono facevano paura: oggi l’Intelligenza Artificiale può aiutarti a capire la direzione del pezzo. Può supportare l’arrangiamento. Ma poi non riesce a costruire picchi sonori, non possiede l’emotività».
Passando agli aspetti privati, lei è innamorato di sua figlia Stella ma afferma di non amare quelli che dicono che un figlio ti cambia la vita.
«C’è un riferimento all’io in tutto quello che facciamo. Sono figlio e sono anche padre. Ma in mezzo c’è l’umanità. C’è un binario in cui genitori e figli si incrociano, ma sono e restano comunque vite proprie. Non devi stravolgere la tua, io non ho cambiato nulla stando accanto a lei. Cerco di essere un buon padre, ma cerco anche di essere un esempio senza esserlo. Certo, c’è un impegno maggiore, ma torna indietro tutto, a loro e anche a te. Il pensiero che una nuova umanità si affacci nella mia esistenza grazie a quella vita è troppo bello per non essere goduto fino in fondo».
È vero che quando sua figlia canta certe sue canzoni salta le parolacce?
«Adesso le canta, però poi aggiunge “questa parola normalmente non si dice”. D’altronde mia nonna, a oltre 90 anni, mi disse: “Dici cazzo troppe volte, ma quando lo dici serve”».
Aveva detto che se Lele Spedicato, il chitarrista del gruppo che fu colpito da un ictus nel 2018, non ce l’avesse fatta, avrebbe mollato tutto. Oggi cosa potrebbe spingerla a lasciare?
«La consapevolezza di non avere più niente da dire, di fare musica solo per vezzo. Ho scritto anche due libri perché ho bisogno della scrittura. Per me cantare è come prendere in mano una penna davanti a una pagina bianca. Quando non sentirò più quello stimolo, smetterò».