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 2026  giugno 18 Giovedì calendario

Maurizio Donadoni parla dei progetti di oggi e di ieri

Attore per caso, capace di trasformare un’intervista in un one man show, una carriera costellata di premi che non hanno scalfito la sua genuinità, Maurizio Donadoni ha lavorato con i più grandi, a teatro e al cinema. E da ognuno di loro ha imparato qualcosa. «Iniziamo col dire che io non dovevo fare questo mestiere. Avrei dovuto fare il metalmeccanico come mio padre, alla fonderia Mazzucconi di Ponte San Pietro e invece mi sono diplomato alle magistrali e per un anno ho fatto il maestro di sostegno. Il teatro l’ho scoperto iscrivendomi a un corso alle Grazie. La mia fortuna è stata quella di non essere un attore borghese, ho fisico e origini proletarie, un fare un po’ guascone e ho fatto tutta la trafila. Questo mestiere per me è stato un pellegrinaggio nell’assoluto, un modo per studiare e incorporare».
Ha dichiarato: «Sono nell’era della restituzione». Cosa significa?
«Ho 68 anni. Cerco di restituire quello che ho ricevuto, che ho imparato. Non sono un insegnante ma dico ai miei colleghi più giovani quello che penso rispetto alla recitazione, cosa bisogna salvare. Semplicemente il modo di dire una battuta, abituare gli attori a recitare i grandi classici. “Il nemico va combattuto ma non tanto da arrivare ai confini dell’odio”: per dire una battuta così, devi capire, studiare, avere un respiro».
Dà la sensazione di essere un artista che non prende scorciatoie, che predilige le strade impervie.
«In realtà non scelgo, mi arrivano addosso le cose che mi piacciono. Era il 1984, Zeffirelli mi aveva preso per fare un film-opera con Placido Domingo, “Otello”. Dovevo girare a Rodi, tre milioni a settimana per dieci settimane. Tutto pronto, provino fatto, io felice, non vedevo l’ora di dirlo a mio padre che non mi parlava perché facevo l’attore. Arriva il mio agente di allora, Guidarino Guidi, di Poggibonsi (ne imita la parlata fioca con inflessione toscana, ndr) un uomo di grande cultura, amico di Laura Betti, Pasolini, Moravia, e mi propone “Bestia da stile”, che la Betti avrebbe messo in scena a dieci anni dalla morte di Pasolini. Le danno due milioni lordi per tre mesi, mi dice. E io accetto senza opporre obiezioni, rinunciando al film di Zeffirelli e a tutti quei soldi. Ma da lì il mio essere attore è cambiato. Ho conosciuto Pasolini e ho preso una direzione diversa, meno remunerativa, certo, ma di grande soddisfazione. Senza quell’esperienza probabilmente non avrei iniziato a scrivere e non avrei vinto il Premio Riccione».
Incontri che cambiano la vita.
«Con Carlo Cecchi, un regista geniale, abbiamo fatto cose da non credere. Creava un clima in cui realtà e finzione erano inestricabili. E questo mi è rimasto, mi piace confondere le acque. Ricordo un “Amleto”, recitavamo a sei metri di altezza, bendati, con le spade. Uno spettacolo all’aperto, provavamo per ore sotto un sole cocente, Cecchi ogni tanto gridava al malcapitato di turno “Che fai? Non recitare!” ed era capace di tenerti lì tutta la notte a ripetere le battute. Non te ne faceva passare una, ma anche lui era immerso in quel calderone. Oggi conta solo la piattaforma e forse un po’ il produttore; regista e attori non hanno voce in capitolo. È tutto già fatto, tu devi solo adeguarti all’abito che ti hanno confezionato».
A proposito di registi iconici con i quali ha lavorato, due nomi su tutti: Luca Ronconi e Marco Ferreri.
«Lavoravo con Gabriele Lavia, uno dei registi più generosi che abbia conosciuto. Un giorno il mio agente mi dice che mi vuole vedere Ferreri. Mi presento in ufficio e attendo a lungo sino a quando si palesa sgranocchiando qualcosa che teneva in tasca, una sua abitudine. Entra, fa il giro della scrivania, mi guarda e dice con quella sua vocina inconfondibile: “Va bene, fai il ragazzo dell’Idroscalo” e se ne va. Giro il film, “Storia di Piera”, tre pose, sempre ignudo. Con la Huppert e la Schygulla. E da lì inizio a fare cinema. È stata una fortuna. Troppo teatro non va bene, uno è l’antidoto dell’altro. Ho avuto tanti incontri con artisti eccentrici, che mi hanno sempre affascinato. Sono uomo da antinomie, da paradossi. Amo i personaggi sbalestrati. La zona di comfort non mi interessa, preferisco le emergenze».
Ronconi le ha ispirato anche un libro.
«I suoi erano spettacoli infiniti, affascinanti. Arte postmoderna in movimento. Con lui ho avuto una sola esperienza, “I dialoghi delle carmelitane”: 5 ore di spettacolo, 54 cambi di scena. Scenografie pazzesche. Ho seguito tutte le prove e le repliche dai palchi, ho riempito i copioni di note e ne è nato “Carmelo mobile”. Un diario di lavoro che vorrei pubblicare per far comprendere quali livelli di raffinatezza sapeva raggiungere Ronconi».
Parliamo di serie tv. La Piovra, Montalbano, Lolita Lobosco cosa le hanno dato oltre alla grande popolarità?
«Faccio una premessa: noi attori siamo come una piccola pensione nella quale ospitiamo i nostri personaggi e quando se ne vanno, qualcosa resta sempre. Porto dentro di me qualcosa di tutti i personaggi che ho interpretato: Aiace, Iago, Otello, Riccardo III. Quando facevo Otello, abbronzato e con le treccine, andavo in giro così anche a Ronciglione, il paese del viterbese dove vivo. Ti porti il lavoro a casa, soprattutto se sei un autodidatta come me».
Dicevamo delle serie tv…
«Ci arrivo. Ho girato con Franco Rossi in Tunisia “Un bambino di nome Gesù”, una serie per la tv. I tassisti coi gelsomini tra i capelli, un pezzo di pane a dieci lire, una storia bellissima. Allora i registi chiedevano il tuo parere, ti spingevano a studiare, oggi non li vedi più, stanno sempre al monitor. Ricordo Rossi con pantaloni e camicia di lino, il panama in testa, che guardava l’inquadratura. “Maurizietto – mi diceva – adesso sei bravo, perché non ci pensi più”. Oggi questa magia non esiste. I tempi sono strettissimi. Nelle fiction è buona la prima e fatalmente succede che tutta la creatività è nell’impostazione, nel parlarne prima, poi una volta che si gira devi essere veloce, correre. Si lavora a un prodotto. Senza fare prove. Mi scoccia dire “una volta”, non voglio svalutare quello che c’è ora, ma le cose stanno così».
La rivedremo nei panni del ruspante fruttivendolo Trifone accanto a Lolita Lobosco?
«Sì, hanno annunciato la quarta stagione, l’ultima, ma gireremo più avanti. Di solito le riprese sono in estate, stavolta credo andremo oltre per impegni della protagonista, Luisa Ranieri».
Progetti teatrali?
«A Bergamo, l’ultima settimana di luglio e la prima di agosto si terrà la terza edizione di Wishakespeare, una rassegna dedicata al grande drammaturgo inglese con laboratori, incontri e spettacoli. Porteremo in scena un testo teatrale canadese su Shakespeare, una drammaturgia sull’Amleto, la “Dodicesima notte” e un lavoro sulla follia. Un festival di mezza estate che ci piacerebbe potesse portare alla fondazione di una compagnia stabile shakespeariana in questa città».
Un progetto ambizioso.
«Ma realizzabile. A Bergamo ci sono tante bellissime realtà, (Conservatorio, Accademia Carrara, Fondazione Donizetti, Gamec, Ttb solo per citarne alcune), potrebbero collaborare tutte insieme, una volta tanto, in nome di una passione collettiva, senza pensare ognuno al proprio orticello almeno un mese l’anno. Mi accaloro, perché questa è una città talmente bella che vedere sprecate le occasioni fa male. Ci sono scenografie perfette per spettacoli teatrali all’aperto: il centro piacentiniano, piazza Dante, il Palazzo della Libertà, il cimitero monumentale. In questo momento ci sono quattro attori bergamaschi che hanno notorietà nazionale, mi chiedo perché non riunirli e fare loro una proposta».