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 2026  giugno 18 Giovedì calendario

Jody Brugola parla dell’azienda di famiglia

Sulla scrivania di Jody Brugola, 46 anni, dal 2015 alla guida delle Officine Meccaniche Brugola, c’è il modellino della celebre «gamba» che Aldo, Giovanni e Giacomo, dipendenti del ferramenta «Il Paradiso della brugola» trasportano da Milano a Gallipoli. L’ufficio, nel cuore di Lissone (Monza e Brianza), è di fronte alla fabbrica che produce le celebri «viti a testa cava esagonale con gambo a torciglione» secondo il brevetto del nonno Egidio, depositato nel 1945. Ventinove grammi di acciaio al carbonio che furono impiegati anche per la costruzione della sonda Apollo 11 che portò Neil Armstrong sulla Luna. È privilegio di pochi aver dato il proprio nome ad un prodotto. Con Biro e Diesel, c’è Egidio Brugola, per tutti Jody, presidente dell’azienda da 480 dipendenti (80 nuove assunzioni negli ultimi due anni) e 170 milioni di fatturato che compie cento anni quest’anno.
Che effetto le fa vedere il nome della sua famiglia sulla Treccani?
«Un effetto bello e raro. Siamo un’azienda di famiglia, nata cento anni fa grazie al nonno Egidio che aveva in mente di aprire a Lissone un’officina per produrre anelli, rondelle e viti. Era il 1926. Nel 1945 depositò il brevetto della vite a torciglione. Invece di chiamarla vite esagonale, tutti hanno iniziato a dire “vite brugola”, così è iniziata la nostra storia».
È vero che suo nonno litigò con Ferrari?
«Mio nonno aveva la quinta elementare, ma era un uomo rispettato, con idee innovative. Ferrari era un po’ altezzoso, non potevano andare d’accordo. Morì prematuramente quando mio padre aveva solo 16 anni».
Cosa accadde?
«Mia nonna mandò avanti l’azienda, poi mio padre Gianantonio la rese moderna puntando su una produzione massiccia di viti brugola e intuendo le potenzialità delle viti critiche per il fissaggio dei motori. Il settore automobilistico era in mano ai tedeschi, ma il sistema ideato da mio padre consentiva sostanziosi risparmi nella produzione e la fine dei rodaggi. Il primo cliente fu Volkswagen, poi dalla fine degli anni Novanta Ford, quindi Renault e Opel».
Chi sono i clienti di oggi?
«Il 30% delle auto prodotte nel mondo monta viti nate a Lissone. Si sono aggiunte Bmw, Mercedes, siamo stati i primi europei a fornire Hyundai e Kia, poi Stellantis, Jaguar e anche il noto marchio americano di auto elettriche».
La lezione di suo padre?
«Mi ha insegnato a credere nel lavoro, investire nel territorio, avere sempre una visione».
Il momento più bello?
«Quando tre anni fa sono riuscito a ricomprare le quote dell’azienda cedute al gruppo Fontana-Agrati. Ora la Brugola è tutta della mia famiglia».
Il più difficile?
«La crisi del 2008: il mercato dell’auto è andato in crisi. Il fatturato è sceso, ma siamo riusciti a quadruplicarlo tanto da riuscire ad investire su uno stabilimento a Detroit che era il sogno di mio padre».
L’esperienza Usa si è chiusa quest’anno. Perché?
«Per dormire sonni tranquilli avrei dovuto avere venti italiani in stabilimento, ne avevamo dieci. La più grande delusione è stato proprio il personale americano».
I dazi di Trump hanno contribuito alla decisione?
«Abbiamo capito che certe produzioni è meglio farle in casa».
È vero che sognava una carriera da attore?
«Per quattro anni ho vissuto negli Stati Uniti, ho frequentato una scuola di recitazione, ho lavorato nel cinema. I problemi di salute di mio padre mi hanno richiamato in Italia».
Come festeggerete i 100 anni?
«Mi piacerebbe realizzare qualcosa proprio con Aldo, Giovanni e Giacomo per raccontare la storia della Brugola e chi c’è dietro a quel nome».