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 2026  giugno 18 Giovedì calendario

Eduardo Scarpetta parla della sua carriera

Eduardo Scarpetta è un secchione della recitazione. Inevitabile, forse, se vieni da una famiglia che ha plasmato il teatro napoletano e quindi, più in generale, quello italiano.
Una dinastia che ha avuto per capostipite proprio l’omonimo avo dell’attore nato nel 1993. Protagonista della seconda stagione di Storia della mia famiglia (disponibile su Netflix), spiega con un sincero spirito illuminista come ha costruito il personaggio di Fausto, un giovane padre malato terminale che prepara la vita della sua famiglia dopo la sua morte attraverso una serie di messaggi confezionati in anticipo.
Il racconto stavolta parte dalla morte già avvenuta (nella prima stagione), ma il personaggio di Scarpetta rivive attraverso i tanti ricordi di chi resta. Una serie toccante, «ma confesso che il mio modo di lavorare è a compartimenti stagni: anche se ho familiarità con una perdita del genere, non ho fatto associazioni. Non tornavo a casa con brutti pensieri, insomma», spiega Scarpetta.
Come ha costruito allora il suo personaggio?
«Si parte sempre della sceneggiatura e dai dialoghi con il regista. Il mio personaggio è ispirato a un uomo realmente esistito, la serie è liberamente tratta da una storia vera. Non a caso è particolarmente sincera e onesta nel trattare temi come il lutto e la perdita, tutto affrontato in modo non scontato. Il mio lavoro è stato lo studio».
In che senso?
«Quello legato al respiro sul letto di morte, ad esempio. O anche al tipo di tosse... cercavo di dare suggerimenti... volevo insomma di restituire una verosimiglianza importante... Ho perso mio padre (l’attore Mario Scarpetta, ndr.) per un tumore alla gola, appunto, e dai racconti di mia madre mi sono potuto fare un’idea...».
La paternità è anche un tema di questa nuova stagione. Cosa rappresenta per lei?
«Partendo dal presupposto che non sono padre e non ho mai interpretato un padre biologico, visto che in Carosone mio figlio era acquisito, banalmente potrei dire che ho lavorato per sostituzione, cercando di riprodurre l’amore che posso provare per qualsiasi altra cosa».
Siamo ancora al tecnicismo. Ma l’attore non è un romantico?
«Allora cito il mio ex compagno di banco al liceo, oggi padre, che un giorno mi ha detto: un figlio è una cosa che tutti dovrebbero provare almeno una volta nella vita. Magari lo farò anche io. Al momento è l’idea di dire la frase “finché morte non vi separi” che mi mette decisamente molta più ansia».
Si sente un po’ un secchio nel suo approccio alla recitazione?
«Ho cominciato a recitare a nove anni, proprio perché mio padre mi ha messo sul palco. Di lui tutti mi hanno sempre detto che faceva morire dalle risate: pare fosse simpaticissimo, un giocherellone. Ma sul palco sapeva quello che voleva ed era serissimo: in questo un po’ mi ritrovo. Credo di aver rubato un po’ di quella attitudine di attore di teatro».
Sente di appartenere sempre al teatro nonostante tutto il cinema e le serie tv?
«Intanto il teatro non l’ho mai abbandonato. E poi sono quello che anche sui set ripiego i vestiti, li mette sulle grucce... pare che sia il cosiddetto retaggio teatrale. E sì, posso dire che lo preferisco».
Come mai?
«A teatro c’è più libertà e deve per forza essere una cosa viva, che accade davanti al pubblico con cui fai un patto ancora più stretto rispetto al cinema. Anche il livello di concentrazione è diverso: fai un mese di prove per rispondere a tutte le domande del personaggio e del testo. È più denso, per forza. Diciamo che ora mi sto dedicando tanto al cinema proprio per poter fare in futuro il teatro che voglio portare avanti io, potendo contare su un mio pubblico».
In questa seconda stagione della serie compare Sergio Castellitto nei panni di suo padre.
«Sapevo avrebbe fatto un grande lavoro. Lui e il mio personaggio si scoprono simili, del resto siamo figli della nostra educazione, nel bene e nel male. Con la crescita alcune cose le tieni, altre cerchi di cambiarle... o di capirle meglio con lo psicologo. Ma resto convinto, come dice Ozpetek, che nel corso della vita hai anche una famiglia logica, che non è quella bio-logica a cui sei legato dal sangue, ma quella che ti scegli tu».
Lei ce l’ha?
«Certo, sparsa per l’Italia. A parte i miei amici del liceo, che vivono quasi tutti a Napoli, gli altri sono attori e musicisti che abitano in giro per l’Italia: quando possiamo stiamo assieme quattro o cinque ore senza telefoni, vomitandoci addosso la vita».
Lei quando ha capito che era un bravo attore?
«Ho iniziato a recitare da bambino e le persone attorno a me ripetevano frasi del tipo: “Oh, sei bravo. Non abbandonare, vai avanti”. Quindi capire di essere bravo no, non l’ho mai capito, ma sono certo che a maggior ragione per il mio cognome e per la storia della mia famiglia, se fossi stato un cane mia mamma, attrice a sua volta, mi avrebbe detto: vabbé, non rovinare tutto. Fai altro».