Corriere della Sera, 18 giugno 2026
Diplomazia Usa, un’umiliazione
Se davvero sarà firmata così, la bozza di «accordo» di queste ore fra gli Stati Uniti e l’Iran è la maggiore umiliazione della diplomazia americana dalle fughe da Saigon nel 1975 e da Kabul del 2021. A leggerli, i 14 punti che dovrebbero essere sul tavolo scorrono come se fosse il regime di Teheran ad aver dettato le condizioni e Donald Trump ad averle subite.
Come raccontato più volte sul nostro giornale, sono l’istantanea di una Casa Bianca che aveva più fretta persino di un Iran bombardato e assediato di uscire dalla situazione in cui si era cacciata.
Non è difficile trovare nella bozza indizi di questo squilibrio. Al punto due, l’Iran e gli Stati Uniti «si impegnano a rispettare la sovranità e l’integrità territoriale e a evitare di interferire negli affari interni l’uno dell’altro». Così in questa guerra avviata da Washington uccidendo la guida suprema Ali Khamenei, con l’intenzione di forzare un cambio di regime, si conclude con il suo opposto: non solo con un regime iraniano ancora più militarizzato, ma con l’impegno formale degli americani a non azzardarsi di nuovo a rovesciarlo. Siamo lontanissimi dal miraggio con un’America che «crea la propria realtà» sul terreno: non solo un obiettivo fondamentale della guerra è fallito, ma la Casa Bianca firma solennemente l’impegno a rinunciarvi. A maggior ragione, perché la Repubblica islamica ora rivendica le acque di Hormuz e ha scoperto una formidabile arma di deterrenza nel bloccarle in caso ritenga che la Casa Bianca violi le promesse.
Al punto cinque si parla poi della riapertura del traffico in entrata e uscita dal Golfo, in teoria «senza costi». Si legge: «L’Iran completerà le misure necessarie (al transito, ndr ), incluso lo sminamento»: il regime mantiene così un certo grado di controllo delle aree di pericolo; e i Paesi europei, che cercano di ritrovare un ruolo nella crisi attraverso lo sminamento, vedono confermata tutta la loro marginalità. Ma soprattutto l’ipotesi del pedaggio sullo stretto, in teoria esclusa, ritorna in maniera obliqua: l’Iran discuterà con l’Oman, Paese rivierasco di Hormuz sulla sponda sud «della futura amministrazione e dei servizi marittimi nello stretto». Si prefigura così la pretesa di Teheran di farsi pagare per offrire alle navi servizi di pilotaggio «in sicurezza» attraverso Hormuz: un pedaggio appena mascherato.
C’è poi il controverso articolo 6, quello che recita: «Gli Stati Uniti si impegnano, in coordinamento con i loro partner (del Golfo, ndr ), a creare un piano concordato da entrambe le parti per la riabilitazione e lo sviluppo economico dell’Iran, garantendo un finanziamento da almeno 300 miliardi di dollari». Trump ha precisato subito che il governo americano non verserà un solo cent in quel fondo il quale, in sostanza, ha tutta l’aria di una riparazione per l’aggressione. Ma intanto è nero su bianco il principio dell’indennizzo a uno dei peggiori regimi del mondo. E il vicepresidente JD Vance ha già detto che si chiederà a entità del Golfo di contribuire. Ora, immaginate come accoglieranno l’idea: i Paesi sunniti dell’area si sono trovati in una guerra americana senza essere neanche stati avvertiti dalla Casa Bianca, che poi non ha saputo difenderli mentre l’Iran si rivaleva contro di loro con migliaia di missili e droni. Ora l’America chiede loro di versare riparazioni all’Iran. Che effetto può fare alla credibilità degli Stati Uniti come leader di alleanze internazionali? Fa lo stesso effetto dell’impegno americano (articolo 10 della bozza) di sospendere tutte le sanzioni su petrolio, gas e petrolchimica iraniana con effetto immediato. Senza attendere i negoziati sul nucleare. Senza neanche l’ombra di un’apertura di Teheran anche solo a discutere dei suoi missili balistici o del suo sostegno e controllo di gruppi – da Hezbollah, a Hamas, agli Houthi – che in questi anni non solo hanno bloccato l’accesso ai nostri porti da Suez e colpito Israele, ma hanno oppresso con la violenza i palestinesi di Gaza. Su tutto questo, la bozza non prefigura nemmeno un negoziato futuro.
In cambio Trump ottiene l’impegno iraniano a negoziare sul nucleare, espresso in un modo che sembra farsi beffe di lui (articolo 8): l’Iran «reitera che non produrrà mai armi nucleari». Per quanto falsa, questa è la stessa posizione dell’Iran di quando firmò l’accordo con Barack Obama e le potenze europee nel 2015 o quando di recente negoziava con la stessa amministrazione attuale. La scelta di quella parola («reitera») è voluta dai guardiani della rivoluzione per segnalare che Trump non li ha piegati. Non solo. Il testo di quell’articolo 8 sul nucleare è abbastanza ambiguo da impegnare l’Iran a discutere dell’uranio arricchito, ma non degli altri aspetti del programma atomico. È innegabile il passo indietro dall’accordo di Obama del 2015: quello aveva fermato l’arricchimento, ripreso proprio quando Trump lo fece saltare nel 2018.
In sostanza, l’America dovrà far avere all’Iran moltissimi miliardi in varie forme per tornare a un’apertura di Hormuz più fragile di quella di febbraio scorso. E sul nucleare tutto resta vaghissimo.
Ma soprattutto l’ultimo articolo (14) è un segnale: «L’accordo finale sarà approvato da una risoluzione vincolante del Consiglio di sicurezza dell’Onu». Questo dallo stesso Trump che detesta gli organismi multilaterali e ha fatto uscire l’America da 31 agenzie delle Nazioni Unite. Non può essere lui ad aver voluto il voto vincolante in Consiglio di sicurezza, dunque dev’essere stato l’Iran. E lo ha fatto senz’altro su spinta di un Paese che ha il suo diritto di veto in quell’organismo: la Cina. Così Pechino entra nell’accordo con un suo formale diritto di ingerenza.
Perché non c’è dubbio che questa crisi eroda il prestigio dell’America, incapace di piegare l’Iran dall’aria e troppo divisa politicamente per sopportare un’operazione militare più complessa. Invece eleva il ruolo globale della Cina, garante dei mercati dell’energia e regista dell’accordo per l’Iran. Ma, alla lunga, un mondo a trazione cinese può solo far sembrare generosa e tollerante l’egemonia americana del tempo che fu. Persino quella di Trump.