Corriere della Sera, 18 giugno 2026
A Mosca si scatena la propaganda contro il G7
«Il formato politico preferito da Trump è quello della soap opera». «Trump recita la parte di una ragazza incinta con sbalzi d’umore improvvisi». «Trump si rivela un Anticristo camuffato da clown». Prima o poi qualcuno scriverà un libro con tutte le poco lusinghiere definizioni del presidente statunitense sfornate ogni giorno dai media russi, che sembrano ignorare i più che cordiali rapporti tra la Casa Bianca e il Cremlino. Ma una cosa è l’informazione per le masse, che deve pur tenere conto dell’antiamericanismo sparso a piene mani dalla propaganda di Stato durante la storia recente e anche prima. Le citazioni di cui sopra sono prese rispettivamente dall’editoriale della Komsomolskaya Pravda, il quotidiano più diffuso nell’intera Federazione, dal reuccio dei blogger-Z Alexander Kots, e infine da un esperto militare ospite ieri sera in televisione del solito Vladimir Solovyov.
Altro discorso è la diplomazia, o la poca politica che gravita intorno alle scelte dell’uomo sempre più solo al comando, di solito più guardinga. Ma non in questo caso, segno che l’ordine di scuderia sul G7 di Evian è stato più netto del solito. Stroncare, reagire con veemenza. Se persino un antico navigatore della politica russa ed europea come il senatore e membro del Consiglio per la politica estera e di difesa Andrei Klimov si lascia andare, parlando di «un raduno di falliti, dove l’Occidente ha nuovamente affossato ogni possibilità di pace e Londra ha dato a Zelensky l’ordine di continuare a combattere», l’arrabbiatura è seria. Anche il politologo Marat Bashirov lo conferma. «Il rischio principale per noi» – spiega al telefono – è che a Trump sia piaciuto giocare alla diplomazia ibrida per costringere alla pace, combinando negoziati e attacchi militari. È un tipo cinico e noi non siamo suoi amici; quindi, potrebbe benissimo tornare a rifornire Kiev di armi, ma farlo con i soldi europei, mentre lui stesso “rimane in disparte” per vedere cosa succederà nei prossimi sei mesi».
Torniamo a Kots, il quale in questi anni di guerra si è costruito la fama di voce critica della galassia ultranazionalista, che nella Russia di oggi conta molti più proseliti di quanto si possa immaginare. «In definitiva, Evian ha registrato un nuovo assetto. L’Europa paga e combatte. L’Ucraina chiede e spera. Gli Stati Uniti negoziano con entrambe le parti. La Russia mantiene l’iniziativa sul terreno. Non è né una vittoria né una sconfitta. È un consolidamento dello status quo, con un leggero inasprimento delle sanzioni e senza una svolta nel settore delle armi. Ma il fronte funziona come al solito. E il risultato principale di Evian per noi non sta a Evian. È sul fronte». Anche a leggere le dichiarazioni di Sergei Lavrov sembra di intravedere tra le righe una strada ben tracciata: non siamo noi che vogliamo andare fino in fondo con questa guerra, sono «loro» che ci obbligano a farlo. «Forse non sarebbe male che l’Ucraina aderisse all’Europa: a quel punto l’Unione andrebbe semplicemente in pezzi», ha detto il ministro degli Esteri durante la conferenza stampa tenuta insieme al suo collega turco che poi ha anche chiesto e ottenuto un incontro con Vladimir Putin. «Gli inglesi stanno promuovendo l’idea di creare un’alleanza militare separata che coinvolga i più accaniti russofobi dell’attuale Unione europea, con la partecipazione di Londra, cioè di sé stessi, e dell’Ucraina. Davanti a questo fatto, noi non abbiamo altra scelta che continuare a difenderci».
L’editoriale di ieri pomeriggio del Moskovskij Komsomolets, quasi una dichiarazione ufficiale del Cremlino, invita a non prendere troppo sul serio il G7 di Evian, traendone le solite conseguenze. «I politici europei hanno iniziato sul serio a credere alla propria propaganda secondo cui gli attacchi a distanza ucraini sul territorio russo rappresentano una “svolta”. Bisogna ammettere che la questione crea problemi. Ma i danni da essi causati non sono paragonabili a quelli che il nostro esercito infligge alle infrastrutture dell’Ucraina. In compenso, le strategie di pubbliche relazioni di Kiev e dei suoi padroni sono davvero eccellenti. Sanno realmente come creare nell’opinione pubblica l’impressione di “vittorie” e che in Russia “tutto sia perduto” … Ma il nostro esercito continua a difendere e liberare ciò che è suo. Kiev, tra l’altro, è una città russa». Per la prima volta in sette mesi, Putin è andato in un luogo che non sia Mosca o la sua San Pietroburgo. Oggi parlerà a Kazan, nel Tatarstan, dove ospita il vertice dell’Asean, l’Associazione delle Nazioni del Sud-Est asiatico. Ma se le premesse sono queste, è difficile aspettarsi una vera apertura, o qualche speranza di pace.