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 2026  giugno 14 Domenica calendario

Il cuore di panna dell’estate italiana

Cominciamo dal cartellone di metallo. Quello inchiodato fuori dal bar, all’Autogrill, davanti a ogni forma di ristoro tra Ventimiglia e Otranto, tempestato di gelati che sembravano usciti da un fumetto di fantascienza. Chiunque sia nato dagli anni 50 in poi ce l’ha stampato in testa. Era il punto in cui ti fermavi, con le 350 lire sudate in mano, a studiare le novità come un astronomo studia il cielo. Manco a dirlo, di stagione in stagione diventavano sempre più folli.
Procediamo con ordine, che la storia è bella. Nel 1948 il signor Angelo Motta, quello del panettone, regala all’Italia uno stecco al fiordilatte. Si chiama Mottarello ed è il capostipite ufficiale, anche se a Torino il Pinguino, panna ricoperta di cioccolato fondente su stecco da mangiare a passeggio, girava già dal 1939. Due anni prima del Mottarello, a Roma, un ingegnere austriaco ebreo di nome Alfred Wiesner aveva ricevuto in dono due macchine per fare il gelato, ricompensa per aver dato una mano alla Resistenza, e con quelle aveva aperto l’Algida insieme a Italo Barbiani. Il primo gelato che esce è il Cremino. Sempre nel 1948, a Empoli, un casellante delle ferrovie di nome Romeo Bagnoli compra un bar-latteria, e il figlio Renzo si mette a produrre gelato con le macchine che gli americani si erano lasciati dietro dopo la guerra. È la Sammontana. Tenetelo a mente: due imprese su tre nascono dalla ferraglia smobilitata degli eserciti. Il gelato industriale italiano è figlio diretto della pace appena firmata.
C’è un libro di Kristin Ross di un po’ di tempo fa sulla Francia del dopoguerra, su come un paese intero si rifà il trucco a colpi di frigoriferi, utilitarie e palazzine nuove di zecca. In Italia succede la stessa cosa, però con più gusto. Lo stesso identico momento miracoloso che produce la 500 di Giacosa produce anche il Cremino. Sapienza artigianale, meraviglia tecnica, intelligenza politecnica applicata all’elementare, e in più il genio dei grafici e dei pubblicitari di Carosello. Alta cucina servita alle masse a 300 lire. Sono oggetti di design veri, alla pari di mille altre cose che ci possono venire in mente.
Dagli anni 70 in poi parte la cavalcata verso il cielo.
Ecco, è qui che l’emozione toglie il fiato. Mentre in tv passano Spazio 1999, Star Trek e qualche anno dopo gli anime giapponesi che le reti private sparano a ciclo continuo, e Urania consegna la fantascienza in edicola ogni settimana, il cartellone del bar diventa il bollettino di una corsa spaziale parallela. Le forme non sono più nemmeno funzionali. Sono pura anticipazione di numerosi futuri planati dentro il presente. Soluzioni così deliranti che uno si chiede ancora oggi come abbia fatto un capo qualunque ad approvarle, e soprattutto cosa diavolo abbiano scartato questi, se questo è ciò che è stato avvallato.
Prendete il Paiper, primi 70, Algida. Un cilindro di plastica trasparente con dentro uno stantuffo che spinge su il gelato variegato. Il riferimento è al Piper di Roma, ovvio, e infatti la testimonial è Patty Pravo, la ragazza del Piper diventata la ragazza del Paiper, con una giovanissima Ornella Muti nelle affissioni. Sembra disegnato da Bertonr. Arriva poi la Eldorado, la vera fabbrica dei sogni. Il Piedone, uno schiumone alla pseudofragola a forma di piede. Il Dalek, dai colori che oggi sarebbero fuorilegge. Soprattutto il Liuk, sorbetto al limone con un bastoncino di liquirizia al posto dello stecco, a spreco zero, mezzo secolo prima che diventasse ritornello comune. Il Liuk sembra disegnato dalla coppia Piano/Rogers che fece il Beaubourg, con la struttura portante buttata fuori e il bastoncino che fa da pilastro a vista, la funzione diventata ornamento.
Veniamo al genio perverso. Il Cornetto Algida del 1976, con quel fondo di cioccolato in punta al cono, l’ultimo morso, il tesoro che ti rubavi da solo (con una menzione d’onore, totalmente meritata per qualità, al parallelo cornetto di Sammontana, buonissimo e ingiustamente negletto). La Coppa del Nonno, 1955, Motta, cremagelato al caffè in quella coppetta di plastica marrone che era già un manifesto, pari alla sedia francese fatta di una sola gettata sempre di plastica ma bianca, la Monobloc. Arriva poi il Calippo, erede diretto del Paiper, un ghiacciolo che spingi fuori dal tubo, con quelle allusioni che son tutte vere. Il Cucciolone, 1980, Algida, tre strisce di panna, cacao e zabaione chiuse tra due biscotti al malto, con sopra le vignette che per vent’anni ha disegnato Giorgio Cavazzano, e tutti che cominciavano dallo zabaione per lasciarsi il meglio alla fine. Il Maxibon, 1989, Motta, mezzo biscotto e mezzo granella, l’eterna guerra civile dei tredicenni. Infine il folle, insensato Blow, un cono con punta a palla che a sua volta nascondeva all’interno una pallina di gomma da masticare, cioè un gelato che finiva e poi continuava, idea da fisica quantistica pura.
Piroetta all’indietro. Per fortuna, a un certo punto il gelato esce dal bar ed entra in casa. Arriva il freezer, e con lui la Sammontana inventa il Barattolino, quello di famiglia da tirar fuori dopo cena, e la stagione smette di esistere. Negli anni 50 un italiano ne mangiava sì e no due etti l’anno, tre o quattro pezzi in tutto, per un totale di trecento lire. Oggi siamo a quattro chili a testa. È successo qualcosa di profondo, quasi politico, e nessuno se n’è accorto perché stavamo tutti leccando. Tutto questo è semplicemente commovente e inquietante insieme, e non a caso dura ancora. Nessuna gelateria artigianale (e sono decine e decine di migliaia ormai, perché è un business facile, se’ scoperto) batterà mai una potenza di questo tipo. Una potenza che sfida perfino la data di scadenza, perché tutti noi abbiamo divorato a febbraio dei coni dimenticati nel freezer del bar dall’agosto precedente, sopravvissuti per via biochimica a ogni cambio di stagione, e ce ne siamo pure vantati, incrociando le dita. Quando l’Algida tolse dal mercato il Winner Taco, la gente fece gruppi su internet e cortei di meme finché non glielo rimisero, e nel 2014, meno male, è risorto per acclamazione popolare, come un santo. Perché la speranza che gli alieni vengano a portarci via, tanto più in questo momento, è più forte che mai e le astronavi che fumano un lievissimo ghiaccio secco, quelle pronte a partire dormienti nel frigo orizzontale, non sono mai andare via. Forza.