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 2026  giugno 14 Domenica calendario

Tutta la modernità di Grazia Deledda

Facciamo conto di dover trovare un’unica frase che ci aiuti, al tempo stesso, sia a definire il progetto di Cosima, l’ultimo libro di Grazia Deledda (pubblicato in rivista già poche settimane dopo la sua morte, nel 1936), sia a capire perché proprio il punto finale di una produzione intera, che comprende, tra le altre scritture, più di trenta romanzi, possa diventare una partenza efficace, una specie di finestra che apre invece di chiudere, permettendoci di riconsiderare e mettere in una nuova prospettiva tutta l’opera precedente; come se guardando dalla fine si capisse meglio e di più; come se una scrittura rimasta interrotta rappresentasse un nuovo avventuroso inizio, anche nella storia dei lettori e delle lettrici di Deledda.
La frase che funziona potrebbe allora essere questa: «Ecco come sono diventata una scrittrice». Sei parole che sembrano una chiave perfetta per riconoscere la traiettoria narrativa e simbolica tracciata da Cosima, che rielabora i materiali autobiografici della vita trascorsa nelle terre di Sardegna (1871-1900): dall’infanzia e la gioventù a Nuoro, fino all’incontro, a Cagliari, con l’uomo che effettivamente Deledda avrebbe sposato due mesi dopo (l’11 gennaio 1900), inaugurando, con il matrimonio, l’entrata nella vita nuova (1900-1936) in continente: «Ecco come sono diventata una scrittrice». Ma la frase, oltre che fissare la trama di un libro, esprime il sentimento tenace di una vocazione letteraria trasformata con cura in un destino, con un impegno e una fede che, pur realizzandosi con tanto lavoro (parola da usare più spesso quando si parla delle donne), possiedono tuttavia anche qualcosa di magico, perché queste risorse porteranno l’autrice da Nuoro, e da Roma, fino a Stoccolma, quando le venne assegnato il Premio Nobel della Letteratura per il 1926, un secolo fa.
Rileggere Cosima, significa allora rileggere Grazia Deledda, portarla nel XXI secolo, finalmente, senza cliché, smettendo di immaginarcela cioè come un caso mostruoso, o una comparsa, o una figura caratteristica isolata e a sé stante. Riguardare Deledda significa restituirla a un’individualità autoriale, a un’eccentricità che non esclude anzi rilancia la sua volontà e capacità di appartenere a una storia letteraria importante e a uno spazio culturale complesso e moderno proprio perché proveniente da identità plurali.
Liberandoci dagli stereotipi, potremo così riconoscere una straordinaria modernità, prima di tutto di un’esistenza continuamente in cerca di spazi: Deledda studia come può farlo una ragazza negli anni 70 dell’Ottocento; prende lezioni di italiano, che non è la lingua che si parla a casa, per imparare l’italiano scritto; capisce che Roma è la sua meta leggendo le riviste illustrate; stabilisce contatti culturali di propria iniziativa, scrivendo lettere a direttori di giornali editori e studiosi del continente; ruba l’olio di casa per guadagnare i pochi soldi con cui spedire i suoi lavori e farsi la foto richiesta dall’editore; capisce di doversi sottrarre, spostandosi, alla volontà della madre e delle zie di vederla sistemata; sposa un forestiero (Palmiro Madesani era originario della provincia di Mantova), un continentale, con la condizione di andarsene lontano – e scegliendo per il matrimonio non un abito bianco, ma un abito di taffetà lilla scintillante di piccole perle; sa preferire (non trovare, come si richiedeva alle giovani) un marito che le sappia voler bene davvero, nel senso di rispettarla e di sostenere la sua carriera; aderì al Primo Congresso Nazionale delle Donne Italiane (Roma, 1908) per la partecipazione femminile alla vita sociale e accettò di essere candidata dai Radicali al collegio elettorale di Nuoro, nel 1909. Allo stesso modo, però, Deledda è moderna nella scelta di voler andar fuori ma portandosi sempre dentro la Sardegna (anche da lì passa il coraggio), e nella capacità creativa di far incontrare e confliggere passioni, ambizioni e contraddizioni moderne con mondi premoderni, dove spesso si sviluppa e si fa esplodere il dilemma tra restare e andare: in uno spazio famigliare o sociale, in un matrimonio, in una relazione.
Non si tratta mai di regionalismo o di colore locale, come capì il più grande poeta contemporaneo italiano del paesaggio, Andrea Zanzotto, dedicando a Deledda la sua tesi di laurea, nel 1942, mentre infuriava la guerra. Raccontare la Sardegna, far risuonare la lingua di Nuoro dentro la lingua italiana non significa regredire, ma piuttosto inventare un sentimento intenso della modernità – oltre che fondare la linea della letteratura sarda in lingua italiana. Fu apprezzata e incoraggiata anche da Capuana, ma non aveva la sua età, o quella del più grande e moderno narratore del Secondo Ottocento, Giovanni Verga. Deledda nasce trent’anni dopo gli autori veristi, ha dieci anni meno di Svevo – nato nel 1861 – quattro meno di Pirandello – e uno meno di Aleramo. La sua casa è il Novecento, come intuirono Mansfield e Lawrence scambiandosi i suoi libri mentre sperimentavano modi nuovi di raccontare la natura come presenza invece che come fondale. Cercate e contate quanti alberi vivono tra le conche boscose della montagna nelle pagine di Cosima, se volete capire perché l’autrice di un racconto come L’aloe (scritto tra il 1915 e il 1916), Katherine Mansfield, mentre scrive delle piante, i fiori e il mare della sua Nuova Zelanda, la terra sconosciuta (proprio come la Sardegna) e guardata pure essa da lontano (dall’Europa), trovi interessante leggere Deledda.