Questo sito utilizza cookies tecnici (propri e di terze parti) come anche cookie di profilazione (di terze parti) sia per proprie necessità funzionali, sia per inviarti messaggi pubblicitari in linea con tue preferenze. Per saperne di più o per negare il consenso all'uso dei cookie di profilazione clicca qui. Scorrendo questa pagina, cliccando su un link o proseguendo la navigazione in altra maniera, acconsenti all'uso dei cookie Ok, accetto

 2026  giugno 17 Mercoledì calendario

Myanmar, avanzata dell’esercito.

I militari birmani tentano l’offensiva per recuperare il terreno perduto in diverse regioni del Myanmar. Soprattutto dall’operazione lanciata il 27 ottobre 2023 in seguito ad azioni coordinate di Myanmar National Democratic Alliance Army, Ta’ang National Liberation Army e Arakan Army, milizie etniche fra le più agguerrite tra quelle che combattono. Il regime dopo il colpo di stato del primo febbraio 2021 e anni di repressione e violenze, dall’inizio dell’anno ha abbandonato la divisa per darsi una immagine “civile” e democratica e cercare così di uscire dall’isolamento internazionale. Un processo che ha garantito, dopo le elezioni guidate tra dicembre e gennaio scorsi, la nascita di un nuovo Parlamento e di un governo controllati dai militari o da loro proxy, mentre all’ex generale golpista Min Aung Hlaing (in questi giorni in visita all’alleato cinese a Pechino) è stata affidata la carica di presidente della federazione birmana.
A partire dal 2023 azioni audaci e continuate su un terreno favorevole hanno portato le milizie etniche a recuperare diversi centri abitati e avamposti militari nelle aree a ridosso dei confini cinese e indiano, ed a puntare anche verso le regioni centrali, determinanti per il controllo del Paese. Si è così creata una situazione “a macchia di leopardo” in cui una parte consistente del territorio è stata tolta al controllo diretto del regime. Nell’offensiva i ribelli, che a loro volta sono alleati con le Forze di autodifesa nate localmente e i contingenti militari dal Governo di unità nazionale, in esilio, hanno anche interrotto vie di grande comunicazione o catturato obiettivi di importanza strategica. Durante la stagione secca da poco conclusa, grazie a rinnovati aiuti in velivoli, missili, droni e armamenti soprattutto russi, l’esercito ha iniziato una campagna su diversi fronti che ha attenuto successi nel recuperare almeno parte del terreno perduto, sfruttando anche il controllo quasi assoluto dei cieli con bombardamenti su obiettivi militari e civili, costringendo un numero sempre maggiore di sfollati – prossimi ai quattro milioni – a riversarsi nei campi di raccolta con risorse sempre più limitate.
La stagione delle piogge però si avvicina e con essa mesi che renderanno difficile le operazioni terrestri e non a caso, durante la recente visita a New Delhi, il presidente birmano Min Aung Hlaing ha promesso di intensificare le azioni militari prima dell’arrivo del monsone. Obiettivo primario riconquistare ai ribelli di etnia Chin un tratto chiave, quello Kale-Tamu che arriva alla frontiera con l’India, dell’autostrada India-Myanmar-Thailandia che con un percorso di oltre 1.200 chilometri attraversa il Myanmar da Sud-Est a Nord-Ovest. Una necessità commerciale e strategica congiunta per il Myanmar e per l’India, anche in funzione della gestione di un confine non permeabile sia ai ribelli in lotta contro la dittatura militare birmana, sia ai gruppi separatisti ostili al controllo di New Delhi su aree del Nord-Est indiano. In questo senso va il riavvicinamento tra il regime di Naypyidaw e il governo nazionalista indiano che finge di ignorare come questo coinvolga “la più grande democrazia del mondo” con uno dei regimi più repressivi del pianeta. Opportunista anche la posizione della Thailandia, il cui governo è stato il primo a congratularsi con il neo-presidente Min Aung Hlaing dopo la designazione il 3 aprile. Bangkok non teme soltanto una chiusura prolungata dei confini che limiti o prosciughi il flusso di importanti risorse naturali dal Myanmar perlopiù gestito dai militari, ma anche che la pressione sempre maggiore di profughi birmani su un confine finora sigillato costringa a una accoglienza indesiderata sotto attenta valutazione internazionale.