La Stampa, 17 giugno 2026
Intervista a Chiara Gamberale
Chiara Gamberale sta partendo per Procida, dove da dieci anni si svolge il festival Procida Racconta, che ha ideato ribaltando l’idea dei Sei personaggi in cerca d’autore di Luigi Pirandello: sull’isola sono infatti sei scrittori a dover trovare una persona di cui scrivere. Gamberale parla al telefono mentre cammina per Roma, fermandosi solo per ordinare un gelato pesca e pistacchio, e poi continuando a raccontare della sua creatura, del mestiere che ha scelto, della vita e di sua figlia Vita.
A Procida gli autori ospiti hanno pochi giorni per scegliere un personaggio: la scrittura ha più a che fare con l’osservazione o con l’innamoramento?
«Penso che tutto nasca da un’urgenza, e che la vera cifra della letteratura sia l’osservazione non obiettiva ma visionaria che può scaturire solo da un sentimento forte. I personaggi vengono scelti sia per analogia, sia per contrappasso. Quando il festival cominciò eravamo in dieci dentro una libreria, oggi siamo tremila sulla marina di Procida, però il meccanismo è rimasto lo stesso. Gli scrittori leggono, poi il protagonista del racconto sale sul palco, e alla fine si piange sempre».
In un’epoca in cui tutti raccontano se stessi, che cosa può ancora insegnarci la vita degli altri?
«Posso dire come funziona per me; quello mio con l’io è sempre stato un gioco per dire tu. I miei personaggi più autobiografici sono la bambina di Le luci nelle case degli altri e la maestra elementare del romanzo che uscirà a settembre. La cifra di questo festival è: arrivo io scrittore e attraverso di te magari capisco qualcosa in più di me, però prima devo fare il viaggio di me in te. E questo è lo sguardo amoroso».
Ha iniziato a scrivere prestissimo. Come ci si scopre destinati al proprio futuro?
«In famiglia non ho mai avuto stimoli alla lettura, però ho iniziato a leggere subito. Era un’epoca in cui i bambini avevano uno spazio vuoto da abitare, non erano bombardati di attività, e io in quei pomeriggi eterni ho capito che mi piaceva ascoltare storie e provare a raccontarne. Infatti poi alle elementari ho scritto quelli che consideravo i miei primi libricini. Ho esordito a vent’anni, forse un po’ troppo presto, ma perché volevo scrivere. Oggi invece nelle scuole di scrittura vedo gente che, più che scrivere, vuole pubblicare. Quando è successo a me, e forse sto per dire una cosa che può irritare, quasi non me ne sono accorta: un po’ perché avevo altri problemi grossi a cui pensare (il suo primo romanzo, Una vita sottile, parla di anoressia, ndr), e un po’ perché scrivendo da sempre mi sembrava naturale che accadesse, di entrare in quello che fin da piccola chiamavo il Paese degli scrittori e dove volevo andare a vivere».
Ha costruito molta della sua opera attorno a personaggi che attraversano crisi, smarrimenti, rotture. Quanto è importante raccontare la fragilità? Serve a guarirne o ad abitarla meglio?
«Penso a Per dieci minuti, che si snoda intorno a un esercizio che mi aveva dato la psicoterapeuta quando in pochi mesi avevo perso il lavoro – mi avevano cancellato il programma in radio – ed era finito il mio matrimonio: fare ogni giorno qualcosa di nuovo per dieci minuti. Tanti mi dicono che quel libro li ha salvati, e penso che non sarebbe così se prima di tutto non avesse salvato me. Mi ero consegnata al gioco; poi, siccome i miei amici ne andavano pazzi, e tutti i giorni mi chiedevano “E domani che fai?” mi sono detta: forse ne scrivo. Però ogni volta che mi è successo qualcosa di emotivamente molto profondo come un innamoramento, o la nascita di mia figlia, per due o tre anni ho avuto un vuoto di creatività».
Essere madre di una figlia che si chiama Vita come cambia la prospettiva sulla vita?
«Penso che essere genitori abbia a che fare con questo spostarsi. La parte più complessa dell’essere madre, per me, è stata quella che a tante donne viene più semplice, ovvero la gestione del quotidiano: io ero una che scappava, e il richiamo alla quotidianità mi ha insegnato un’enorme lezione sull’amore».
La cosa più rivoluzionaria che si possa fare quando si ama?
«Lo sto capendo proprio negli ultimi giorni: comprendere e accettare profondamente che l’altro sia altro da noi, e che possa chiamare salvezza una cosa che per noi non lo è».
Come avete fatto con Emanuele Trevi a rimanere amici dopo un matrimonio?
«È che noi ci siamo proprio trovati nel mondo. Quindi poi abbiamo trasformato il nostro sentimento. Non dico che non sia stato complesso, ma ormai per me è un fratello, e io per lui una sorella rompipalle; mia figlia lo chiama zio. Mi fanno molta più impressione quelli che, dopo essersi amati, scelgono di stare nell’odio anziché trasformarsi. Nelle relazioni c’è tanta sciatteria, e oggi, con gli strumenti che abbiamo, mi sembra una cosa da bifolchi. Io Emanuele lo sento proprio nel sangue anche quando mi fa incazzare».
Penso al suo podcast Gli Slegati, scritto con Elisa del Mese che è con lei anche nell’avventura di Procida. Ecco: si definisce una slegata, però mi sembra abbia intorno una comunità profondissima.
«Sì, a me gli amici sono venuti bene: sono stata fortunata, perché insieme abbiamo saputo costruire un’arca senza Noè. Infatti Procida Racconta lo organizzo da sempre con amici che sono famiglia: Mattia Zecca e Valentina Imperi che lavorano con me anche nella scuola di scritture creative CreaVità, Elisa del Mese, e da qualche anno Viviana Peloso, la libraia più brava d’Italia, che arriva apposta da Bisceglie».
Quest’anno tra i sei autori in cerca di personaggio ci sarà anche Emmanuel Carrère.
«Carrère ha accettato di venire per cinque giorni senza gettone a un festival autogestito. E sa questo che vuol dire? Che i piccoli possono deludere, mentre i numeri uno non deludono mai. Gli ho spiegato che lì è sempre tutto una sorpresa, che non gli so dire se andrà bene o male, perché a Procida si improvvisa».
Come nella vita.
«Esatto, soprattutto per me che sono una ipercontrollante: poi è arrivata la figlia e proprio non me l’aspettavo. Sappiamo tutto tranne quello che effettivamente succederà».
Che cos’è per lei la cultura?
«Essere onnivori e non giudicanti. Rivendico il carattere popolare della cultura, ed è quello che da sempre cerchiamo di fare a Procida. In tanti festival italiani c’è qualcosa di lugubre, invece qui no: siamo tremila persone al porto e c’è la musica e si raccontano storie. Truman Capote diceva: “Sono un autostoppista della cultura”. Nel senso che non veniva da una famiglia intellettuale e lo rivendicava senza vergogna. Io ho fatto i miei studi, le mie letture, però mi ritengo formata anche da Ritorno al futuro, Dirty Dancing e Nora Ephron, tutte cose a cui devo moltissimo».
Il valore più importante?
«La cura. Nei rapporti, nel lavoro, in tutto ciò che si ama».