U la Repubblica, 17 giugno 2026
Intervista a Fabio e Damiano D’Innocenzo
Sono state due ore bellissime, a piazza Vittorio che ormai è la Culver City o Sunset del cinema italiano, stesso bar. Una rosa bianca. La radio manda un pezzo dal nuovo album del loro fan Kanye West, di cui si può dire tutto ma almeno nell’arte vuole i migliori, inclusi loro, cui ha commissionato un video. Magnifico, anche se al secondo giro hanno declinato pure con Kanye. Non per ideologie. “Non eravamo i registi giusti per quella canzone”, dicono. “Ma lui resta una persona più seria di tante che vivono di rendita qui in Italia”.
Che maschi vi interessano? Pensando al padre incazzoso di Favolacce che blocca la macchina alla richiesta inappropriata di un figlio, il maschio non alfa Elio Germano…
DAMIANO D’INNOCENZO: “Quelli che riescono a rinunciare senza colpo ferire agli stereotipi associati al maschile in quanto presenza dominante nel mondo e nelle vite. Quindi, uomini che sappiano arrossire, che siano a disagio con il proprio corpo, capaci di stupirsi della propria ignoranza. Non dico mica purezza, ma semplicità. Io non amo le persone che si scordano come erano fatte quando erano bambini. L’emancipazione a maschi adulti non è un traguardo, è una tragedia, spesso è un processo retrogrado verso il cinismo che non mi appartiene e che vorrei non appartenesse al mondo”.
FABIO D’INNOCENZO: “Non so se i maschi ci arrivano prima, perché ancora gli viene chiesto, a volte anche dalle donne, io mi sono trovato con ragazze che avevano problemi con la mia femminilità che non riuscivano a levarmi di dosso l’idea dell’uomo con la clava”.
Voi quando vi siete accorti di essere maschi?
DAMIANO D’INNOCENZO: “Ho ascoltato Fabio. Io su questa idea del maschile ho un dubbio ancora più basico. Per me è veramente fuori tempo massimo la divisione maschi-femmine. Il genere è un rifugio, una distrazione, un alibi per non frequentare certi sentimenti restando attaccati a quelli prestampati, inculcati, come disegnare maschio e femmina, i tratti maschili duri e femminili morbidi. È una semplificazione mortificante”.
E la sessualità, a che punto è? E il sesso nei film?
DAMIANO D’INNOCENZO: “Io ancora vedo tutti questi che fanno sesso sotto le coperte. La sessualità bambina di Favolacce era stupenda, il ragazzino che si spoglia e scappa perché non sa che deve fare dopo. È un discorso che si estende alla sessualità adolescente, io vorrei preservare il più possibile l’età della scoperta, adesso un po’ si bruciano le tappe. Perché ovviamente con la pornografia tutti sanno tutto, però è l’esperienza diretta che è fondamentale. Mi sta salvando letteralmente la vita Più pesante del cielo, questa biografia di Kurt Cobain, che era follemente fissato con l’esperienza sessuale, ambiva alla prima volta, e anche se fu un fiasco non gliene fregò nulla, era contento. Sono le cose che ti rendono tridimensionale, un essere umano. Noi due abbiamo questa scena condivisa con una ragazzina: a 5-6 anni ci metteva a letto, ci spogliava e noi non sapevamo fa’ niente. Dopo non abbiamo mai fatto cose con altre ragazze assieme, e non è ovvio, perché farlo con due fratelli abbiamo scoperto essere una fantasia diffusa: purtroppo, a proposito di imbarazzo, con noi è impossibile. Io credo di non aver mai scopato. Solo fatto l’amore, perché quando lo faccio comunico come raramente riesco a fare verbalmente. Avendo un rispetto enorme per le parole, so che esse non sono mai così precise come il gesto fisico”.
Disegnate anche, fotografate, come una cosa influenza l’altra?
“È come la pioggia. Non cade quasi mai in un’unica città, o in un quartiere. Piove lì e contemporaneamente nella città dopo, e in quella dopo ancora. Poesia, fotografia, cinema, disegno, scrittura. L’arte può solo essere una conseguenza”.
Cosa vi piace e cosa no del cinema italiano?
“Amiamo il fatto che ci siano tanti autori sotto i 35. Amiamo che l’asticella dell’età si sia molto abbassata e questa è una cosa che credo sia successa perché siamo arrivati noi, detto senza alcuna arroganza. Abbiamo fatto La terra dell’abbastanza a 27 anni (numero che ci rincorre, 1927 è anno di fondazione della Roma, anche), in un momento in cui i registi esordivano a 50. Non lo dicono, ma i produttori hanno compreso, secondo noi, che anche un 27enne, anzi due, possono portare avanti una produzione da un milione o due senza farli fallire, anzi il contrario. Non ci piace invece l’appiattimento, il fatto che il cinema non sembri più qualcosa che deve svegliare. Una cosa che fa ridere da morire è che ultimamente si fanno solo biopic: è l’autodenuncia che non hai un cazzo di storia, o che vuoi fare prodotti alla ricerca del consenso da Netflix. Oppure ci sono i documentari di cronaca. Garlasco è uno dei fastidi dello stare in Italia”.
Perché siete attratti dal dolore, dal senso di colpa?
DAMIANO D’INNOCENZO: “Nella vita siamo su una scacchiera dove tante mosse sono legate al senso di colpa. Il mio status su WhatsApp è un brano di Bon Iver, Please Don’t Leave In Fear. Ma è un riscatto dal dolore, da condividere, per non chiudersi”.
FABIO D’INNOCENZO: “Il dolore è la cosa che mi fa meno paura, cioè mi fa molta più paura la vita che la morte”.
Cosa vi fa ridere, e piangere?
DAMIANO D’INNOCENZO: “Ilaria Caffio (scrittrice, ndr) mi dice sempre: ‘Aho’, e ridi, non ridi mai’. La prima percezione di me stesso da piccolo è guardarmi riflesso sullo specchietto della Punto di famiglia e pensare, perché sono così triste? Eppure rido come un cojone quando segna la Roma”.
FABIO D’INNOCENZO: “Ho pianto stamattina, mentre facevo il tapis roulant ascoltando Mio Cristo piange diamanti di Rosalìa che è meravigliosa, perché è umana: al concerto è stato sorprendente come sia passata dall’essere divina all’andare a vomitare dietro il palcoscenico. Ecco, mi sento un po’ aggredito dalla commozione”.
Dite “senza colpo ferire”, usate metafore tipo “fucilata” (ne usano di veri i vostri personaggi), “rinculo”, “arma”, da cosa viene?
DAMIANO D’INNOCENZO: “Dalla conoscenza della trincea. Solo chi non ha mai temuto che nel frigo non ci fosse niente da mangiare, non ha mai temuto la battaglia. E poi chi l’ha detto che si parli di cose violente? Pensa a La battaglia nel cielo, film di un regista messicano. Ha due significati. Come un fucile che ti protegge o che ti spara. Chi lo sa. E cosa cambia, poi”.
La cultura come ascensore sociale, parlate di libri meglio che di film…
DAMIANO D’INNOCENZO: “Spesso andiamo al campetto da basket dove c’era la biblioteca a cui abbiamo rubato decine di libri. Siamo stati sospesi dal servizio pubblico delle biblioteche, con merito”.
FABIO D’INNOCENZO: “Io avevo l’ADHD, quando ancora non era un problema, perché nessuno aveva il coraggio di affrontarlo. Anche per questo siamo autodidatti. L’insegnamento reciproco è stato il nostro metodo. La parola maestro mi insospettisce”.
Definiamo genio.
“Banalmente uno che una volta che l’hai ascoltato, o letto, diventa metro di paragone. Quello che alza l’asticella e ti mette di fronte a qualcosa che riconosci perfettamente ma non avevi mai verbalizzato, né immaginato prima, eppure c’era. Quello stranissimo paradosso di incontrare qualcosa che non ti è estraneo ma a cui non avevi mai stretto fisicamente la mano”.
Che stereotipi vi infastidiscono?
DAMIANO D’INNOCENZO: “Quello della genesi geografica come punto di partenza di ogni discorso su di noi, il ‘nati a Tor Bella Monaca’ che è una collocazione sociologica e classista. Roma l’abbiamo conquistata a colpi di affitto sulla Prenestina, da stranieri. Piazza Vittorio, quindi, è ‘piazza degli stranieri’ e, dopo la stazione Termini, il luogo più bello. Dove ti senti meno straniero. Ma siccome temo di stare per prendere troppo la cittadinanza, anche emotiva, penso che potrebbe essere il momento giusto per andarsene via un po’. Perché è anche bello vivere certi posti da straniero”.
Rapporto con i soldi, il potere d’acquisto che deriva dal successo?
DAMIANO D’INNOCENZO: “Un ex-compagno di scuola ci ha chiesto dei soldi. Tantissimi. Non potevamo darglieli, chiaramente, perché erano troppi. Ma quando posso mi piace aiutare gli altri, anche con il denaro. Per questo amo che il mio lavoro venga apprezzato, che ci sia un prezzo per quello che faccio. Il potere invece non mi interessa. Né i potenti. La cosa che più ci infastidisce, anche molto, è che ora, nel cinema, un po’ potenti lo siamo anche noi”.
Inviate messaggi da un Nokia 3210.
DAMIANO D’INNOCENZO: “C’è Fabio su Instagram. Io c’ho Facebook degli amici della scuola. Mi piace l’odore delle cose, della carta, anche quella del Cucciolone. L’ho ricomprato, l’ho aperto e quel profumo mi ha avvolto, ma non quello della vaniglia, quello della plastica. Quando andiamo in un buco di stamperia per i copioni a piazza Vittorio è interessante notare come i film arrivino a costare milioni di euro ma che gran parte della riuscita sia in quelle pagine stampate a 15 euro”.
Cose che non sopportate, fate, dite?
DAMIANO D’INNOCENZO: “La parola ‘narrazione’, mi fa proprio caga’”.
FABIO D’INNOCENZO: “A me chi motiva i propri tatuaggi. Noi non ne abbiamo, perché nostro padre ci diceva: se vi drogate o tatuate ve ne andate fuori casa. Nostra sorella ci ha fatto fumare a 6 anni per farci vomitare e non volerlo fare più, da stratega meravigliosa quale è”.
Nei nomi e nickname dei protagonisti dei vostri film c’è già una storia, come Mirko e Manolo in La terra dell’abbastanza o Filippo Timi che si fa chiamare Dostoevskij nell’omonima serie?
DAMIANO D’INNOCENZO: “Tutti i nostri nomi e cognomi dei film, nessuno escluso, vengono o da compagni di classe o dalla Disney”.
E i premi, contano? Il David, l’Orso d’argento a Berlino…
“Colmano il piattino dell’ego, sono come un bel massaggio, ma non passi tutto il giorno a farti fare un massaggio. Sono importanti i primi cinque secondi. Quindi non sono inutili: cinque secondi sono cinque secondi”.
E la vanità? Volevate farvi fotografare da una fotografa.
DAMIANO D’INNOCENZO: “Per confrontarci con il nostro imbarazzo. Per questo abbiamo voluto una fotografa”.
Lo sfondo di uno degli scatti è la gelateria Fassi, che luogo metaforico reale, iconico, infantile, necessario, è?
DAMIANO D’INNOCENZO: “Quando siamo felici io e la mia compagna Ilaria ce lo regaliamo. Uno dei due prende la vaschetta e ce la mangiamo a casa. Una volta c’erano le cene a lume di candela, ora c’è la carta della vaschetta che viene strappata con gioia.
E il cimitero del Verano?
DAMIANO D’INNOCENZO: “Al Verano ci andavo un pomeriggio sì e l’altro no. Lì c’è la tomba di Gianni Rodari. Ma andavo per il silenzio che c’era: potevi sentire l’aria muoversi. E poi c’è la foto di questa ragazza, Pierina. Ero innamorato del suo sguardo calmo. Andavo da lei, osservavo quello sguardo calmo e il tempo passava oltre”.
Cos’hanno di più i fratelli del cinema, dai Grimm ai Coen ai Vanzina ai Safdie, non c’è una coppia che ne abbia sbagliata una.
“Fare i film in due potrebbe rendere il cinema non so quanto migliore, ma certamente più bello. Poi, la nostra urgenza è sempre la stessa: non mentire. Siamo in due, quindi è più semplice. L’altro se ne accorgerebbe subito”.