la Repubblica, 17 giugno 2026
Haruki Murakami riflette sulla sua scrittura
Le regole di ingaggio di Haruki Murakami per questa intervista esclusiva con Repubblica sono chiare: poche domande, tutto via mail. Che lo scrittore non ami le interviste, forse neanche troppo i giornalisti, è cosa nota. Per chi si abbandona alla scrittura lasciandosi trasportare come da una corrente, la griglia domanda-risposta deve stare stretta. Murakami è rinato dopo un periodo non facile, una malattia e un ricovero che lo scorso anno lo hanno portato a perdere 18 kg. Una fase complicata che lo aveva costretto ad allontanarsi dalla routine e dalle sue passioni. Abituato a correre ogni mattina per chilometri, faticava perfino a camminare. Anche scrivere, mentre era debilitato all’ospedale, era diventato faticoso. Se c’è una cosa che lega Murakami al senso della vita è la scrittura. Se c’è uno scrittore che può raccontare che cos’è la fiducia nel proprio mestiere, quello è proprio Murakami. Il tema del festival Taobuk di Taormina sembra cucito addosso a lui. Solo chi domina profondamente i propri strumenti di lavoro riesce a far piovere dal cielo sgombri e sardine (Kafka sulla spiaggia), solo chi non dà per scontata la realtà riesce a immaginare due lune senza giustificarle con una sbronza (1Q84). Tra lo scrittore e la parola c’è un rapporto di tale fiducia da rendere possibili molte improvvisazioni. Murakami è jazz non perché ami il jazz ma perché lo incarna. Sarà anche per questo che conquista tutti, corteggiato anche dai sofisticati giurati del Nobel. Non gli abbiamo chiesto di nuovo del prestigioso premio che ogni tanto lo mette tra i papabili, perché in genere risponde sempre la stessa cosa, cioè che la questione non lo appassiona più di tanto. Ora la curiosità dei lettori mondiali è tutta sul nuovo libro che uscirà in Giappone in estate. Naturalmente lui centellina le informazioni creando ancora più attesa, secondo una vecchia legge del desiderio. Si annuncia un evento più evento del solito.
Sappiamo che ha scritto il nuovo romanzo dal punto di vista di una donna. Non sorprende visto il ruolo che le donne hanno nei suoi libri, prima fra tutte la killer Aomame.
«Uno dei piaceri che trovo nello scrivere fiction in terza persona, è la possibilità di diventare chiunque o qualsiasi cosa: un gigante verde, un tamandua brasiliano, Einstein… anche la possibilità di diventare me stesso, naturalmente (benché sia forse l’impresa più difficile)».
Immedesimarsi in una donna dovrebbe essere più facile che calarsi nei panni di un tamandua.
«Se decido che il personaggio principale sarà una donna, è attraverso i suoi occhi che dovrò osservare il mondo. Io però sono nato uomo e il mio sguardo sulle cose, va da sé, non sarà mai esattamente quello di una donna. Tuttavia avrò una percezione della realtà diversa da quella mia abituale. E lo scenario sarà piuttosto interessante. La protagonista del libro si chiama Kaho, il suo nome è anche il titolo del romanzo. Ha più o meno venticinque anni, è una grafica e crea le immagini nei libri illustrati per bambini».
Possiamo aspettarci mondi paralleli, visioni, invenzioni immaginarie come in altri suoi libri?
«Anche in questo nuovo romanzo, il mondo reale si fonde con un “mondo altro“che esiste parallelamente, e il calore generato da questa fusione fa avanzare il racconto. Non è il genere di storia che avevo intenzione di scrivere all’inizio, ma personaggi ed eventi con un forte elemento di irrealtà emergevano spontaneamente uno dopo l’altro man mano che procedevo nella scrittura, creando in maniera naturale il mio mondo narrativo. Questo processo creativo mi piace molto».
Le piace perché somiglia a un processo quasi analitico di emersione dell’inconscio?
«Certamente la narrazione scaturisce in modo naturale da me, dal mio io interiore, in un flusso irrefrenabile che io mi limito a trasformare in parole».
È stato spesso accostato a Jung. Ricorrono nel suo lavoro archetipi, sogni, discese in luoghi sotterranei, situazioni sorprendenti come un uomo che conosce il linguaggio dei gatti.
«Malgrado io non abbia letto quasi nulla di Carl Jung, molti studiosi junghiani mostrano un forte interesse per le mie opere. Quando ho visitato l’istituto junghiano, in Svizzera, ho ricevuto un’accoglienza molto calorosa, è stata un’esperienza davvero interessante. Ma non è dal punto di vista di chi fa questo genere di studi che io scrivo le mie storie, questo è certo. Sono sempre racconti liberi e spontanei, non vincolati a dottrine e teorie».
Lei fa sogni ricorrenti?
«In realtà io sogno molto poco. E anche quando faccio dei sogni, al risveglio li ho dimenticati, non ricordo più nulla. A sentire gli psicologi, per uno scrittore è una cosa del tutto logica. Non riesco a capire perché».
Forse la passione per il jazz spiega meglio delle teorie analitiche questo andamento non imbrigliato in schemi fissi della sua scrittura. Si tratta principalmente di una questione di ritmo?
«Quando ero giovane, non ho mai pensato di diventare uno scrittore. Desideravo lavorare con la musica, farne in qualche modo la mia professione. E quando casualmente sono diventato un romanziere professionista, speravo che scrivere fosse come eseguire un brano musicale, soprattutto jazz. Infatti dalla musica ho appreso molte tecniche di scrittura: da Miles Davis, Thelonious Monk, Charlie Parker, Stan Getz... Sarei molto felice se questa musicalità venisse percepita almeno un poco in ciò che scrivo».
Ha alle spalle un periodo difficile. Qual è il suo rapporto con il tempo che passa?
«A volte mi sento come una vecchia Toyota Corolla usata. Solo ogni tanto, però. In altri momenti mi sembra di essere diventato una Ferrari nuova di zecca, di un rosso fiammante. Il mio umore dipende dalla giornata. Lo scopro solo il mattino quando mi alzo. In ogni caso, se vado a vedere un film, sono lieto di usufruire dello sconto per anziani».
La morte le fa paura?
«Riguardo alla morte, mi capita di pensare a che tipo di tomba vorrei. Mi piacerebbe che fosse bella e tutti potessero venire a visitarla».
E la solitudine? Spesso i personaggi dei suoi libri sono dei grandi solitari.
«Credo che il mio modo di convivere con la solitudine sia simile a quello di ogni altra persona».
Come immagina l’aldilà?
«Spero che nell’aldilà non ci siano ingorghi di traffico. Per il momento non desidero altro».