la Repubblica, 17 giugno 2026
I dati sull’utenza assistita dalla Caritas
Lavorano, ma restano poveri. E quando entrano nella povertà fanno sempre più fatica a uscirne. È la fotografia del Report statistico nazionale 2026 di Caritas Italiana, presentato oggi a Roma: nel 2025 la rete dei centri di ascolto ha accompagnato 282.539 persone, il valore più alto mai registrato. L’aumento sull’anno è contenuto, +1,7%. Ma nel decennio la crescita arriva al 48%. Il dato più forte è doppio: un assistito su quattro ha un’occupazione e il 28,1% è seguito da almeno cinque anni. “Sempre più poveri, sempre più a lungo”, sintetizza don Marco Pagniello, direttore di Caritas Italiana.
Il lavoro non basta più
Tra le persone aiutate dalla Caritas il 24% lavora. Dieci anni fa erano il 13,3%. Il fenomeno dei working poor pesa soprattutto nelle fasce centrali dell’età lavorativa: riguarda il 31,7% degli assistiti tra 35 e 44 anni e il 31% tra 45 e 54 anni. Caritas lega questa crescita a salari bassi, discontinuità occupazionale, precarietà e part-time involontario. Il lavoro, insomma, non coincide più automaticamente con una vita dignitosa.
Sempre più poveri, sempre più a lungo
La povertà perde il carattere dell’emergenza e diventa condizione stabile. I nuovi poveri scendono al 37,6%, ma cresce la cronicità: il 28,1% degli assistiti è seguito da Caritas da almeno cinque anni, il valore più alto dal 2019. Anche l’intensità del bisogno aumenta: il numero medio di incontri annui per persona sale a 8,7, più del doppio rispetto al 2012. Per Caritas non si tratta più di una povertà episodica, ma di vulnerabilità che si sedimentano.
L’Adi raggiunge meno del Reddito di cittadinanza
Nel rapporto c’è anche un’indicazione politica sulle nuove misure contro la povertà. Tra gli assistiti Caritas, il 14,6% percepisce l’Assegno di inclusione. Aggiungendo l’1% del Supporto per la formazione e il lavoro si arriva al 15,6%. Il dato è in crescita rispetto al 2024, ma resta sotto i livelli toccati dal Reddito di cittadinanza: nel 2021 lo riceveva il 22,3% degli utenti Caritas. Dopo la stretta del governo Meloni nel 2022 il 19%, nel 2023 il 15,9%.
Famiglie con figli, povertà che si eredita
Le famiglie con minori continuano a rappresentare il nucleo principale della domanda di aiuto: sono il 52% del totale, circa 147 mila nuclei. A questi corrisponde almeno un numero equivalente di bambini e ragazzi che vivono in condizioni di ristrettezza economica. È qui che la povertà diventa anche un problema di futuro: non solo mancanza di reddito oggi, ma rischio di trasmissione dello svantaggio da una generazione all’altra.
Cresce la povertà anziana
La povertà intercettata da Caritas invecchia. Gli over 65 sono il 15,4% degli assistiti, contro il 7,7% di dieci anni fa. In valore assoluto l’aumento è del 191%, a fronte di una crescita complessiva dell’utenza del 48%. Tra gli italiani la quota degli anziani sale al 26,3%. Il rapporto collega questo dato a pensioni insufficienti, fragilità sanitaria, precarietà abitativa, indebolimento delle reti familiari e isolamento sociale.
Poveri e soli
Quasi un assistito su tre vive da solo. Le persone sole sono il 32,9% del totale, contro il 23,8% del 2015. In dieci anni sono aumentate del 74,9%, più dell’utenza complessiva. La solitudine, avverte Caritas, non è solo una condizione abitativa o familiare: spesso coincide con l’assottigliarsi dei legami, con separazioni, lutti, rotture biografiche, perdita di reti di sostegno. Tra le persone sole quasi sei su dieci cumulano più forme di fragilità.
La casa resta uno snodo critico
La vulnerabilità abitativa riguarda il 34,9% delle persone seguite. Il 23,1% vive una condizione di grave esclusione abitativa, mentre l’11,8% fatica a sostenere affitti, utenze e spese domestiche. Nel 2025 Caritas ha incontrato oltre 24 mila persone “senza casa” o “senza tetto”. Ma il disagio abitativo non riguarda solo chi è in strada: cresce anche tra chi una casa ce l’ha, ma rischia di perderla perché non riesce più a pagarla.
Salute e povertà si sommano
Nel 2025 il 16,1% degli assistiti, oltre 44 mila persone, presenta fragilità sanitarie legate a malattie croniche, disabilità, salute mentale o condizioni aggravate dalla povertà. In dieci anni le fragilità sanitarie sono aumentate del 69,4%, mentre i bisogni legati a disabilità e handicap sono cresciuti del 102,6%. Per Caritas le disuguaglianze sociali diventano così iniquità di salute: chi è più povero si cura meno, peggio e più tardi.
La povertà si allarga anche a chi ha qualcosa
L’Isee medio degli assistiti sale da 4.315 a 4.974 euro. Ma non è una buona notizia. Caritas precisa che l’aumento non segnala un miglioramento delle condizioni economiche, bensì l’ampliamento della platea delle famiglie in difficoltà. Non bussano più ai centri di ascolto solo i poverissimi, ma anche nuclei con qualche risorsa in più, travolti da affitti, bollette, spese sanitarie, salari bassi e costo della vita.
Stranieri maggioranza, italiani più fragili al Sud
Tra le persone accompagnate da Caritas gli stranieri restano la maggioranza, il 56,7%, mentre gli italiani sono il 41,6%. Ma la fotografia cambia molto sul territorio: al Nord e al Centro prevalgono gli stranieri, mentre nel Mezzogiorno la componente italiana torna maggioritaria, con il 62% al Sud e il 65,4% nelle Isole. Tra gli stranieri cresce anche la quota di chi è senza permesso di soggiorno: nel 2025 arriva al 21,9%, segnale di una vulnerabilità amministrativa che si somma a quella economica e abitativa.
Povertà multipla, non solo reddito
Quasi otto assistiti su dieci, il 78,1%, hanno problemi economici. Ma la povertà intercettata da Caritas è sempre più multidimensionale. Il 55,6% delle persone accompagnate cumula almeno due ambiti di bisogno, il 30,6% tre o più. Reddito, lavoro, casa, salute, solitudine e fragilità familiari non sono capitoli separati. Sono pezzi della stessa frattura sociale.
Pochi in carico ai servizi pubblici
Nel rapporto c’è anche un dato che interroga direttamente il welfare territoriale: solo l’8% degli assistiti Caritas risulta in carico ai servizi pubblici. Una quota che Caritas giudica troppo bassa. Il punto è che molte persone incontrate dai centri di ascolto vivono bisogni complessi – reddito, casa, salute, solitudine – ma restano fuori dai percorsi ordinari di presa in carico. Per questo il rapporto chiede una maggiore integrazione tra politiche sociali, sanitarie e abitative.