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 2026  giugno 16 Martedì calendario

Intervista a Tilda Swinton

Forse, il miglior ritratto psicologico di Tilda Swinton è in quella T-shirt, rossa, garibaldina, con 14 parole applicate a guisa di comandamenti: indipendenza, fede, venerazione, determinazione, resistenza, speranza, natura, voglia di viaggiare, umiltà, visibilità, organizzazione, luce, vigilanza, sodalizio. Indossava questa la prima volta che ha incontrato il regista Luca Guadagnino, che l’ha poi diretta in tre film. E a queste parole si potrebbero anche aggiungere le frasi dei suoi stickers tipo: segui il vento o fatti amica del chaos. L’evento Tilda Ongoing è un articolato progetto dell’Onassis Stegi di Atene (una coproduzione con l’Eye Filmuseum di Amsterdam e nel 2027 lo stesso  sarà  riproposto a Genk) in cui lei si muove tra performance, mostra, proiezioni, memoria sua e dei propri antenati vissuta attraverso un guardaroba “messo in scena”. Ma non è un solo show, la pratica di Tilda è arricchita, nutrita da lunghe relazioni artistiche con dei compagni di viaggio: Pedro Almodóvar (new entry, con una versione della Voix humaine di Jean Cocteau), Luca Guadagnino, Joanna Hogg, Derek Jarman, Jim Jarmusch, Olivier Saillard, Tim Walker, Apichatpong Weerasethakul. 
Ed è con loro che Tilda interagisce qui in questo progetto nello spazio di Onassis Ready, in cui vediamo qui su grande schermo spezzoni di film di questi stessi registi con i quali lei ha lavorato. Luca Guadagnino le dedica un breve video in cui Tilda indossa la famosa T-shirt rossa e vaga felice come una teenager tra i campi ma il regista fa anche realizzare un suo busto quasi “cardinalizio”, all’antica, in argento. E poi le fotografie di Tim Walker in cui lei indossa appunto abiti (anche storici e rituali) di suo padre, di suo nonno, e perfino del suo battesimo. E poi gli oggetti anche (adagiati su foglie del giardino della dimora della casata degli Swinton), in una lunga vetrina, e colpisce quel cuscinetto in cui sono infisse le semplici spille usate dal padre.
Le performance di Tilda si sono svolte nel nuovo spazio multidisciplinare (ex industriale, verso il Pireo) dell’Onassis Ready rivolto all’arte contemporanea, alle performance, e focalizzato in particolare sui new media. Ma resta comunque aperta la mostra a corollario di queste, fino al 28 giugno. Onassis Stegi e Onassis Ready sono un’emanazione della strategia culturale della Onassis Foundation, con sede ad Atene e a New York. Gli artisti, soprattutto emergenti, da loro selezionati per le residenze hanno piena libertà creativa e di ricerca, tanto che non è loro richiesto di produrre nulla ad hoc a seguito della loro permanenza (cosa particolarmente unica nel contesto delle residenze e dell’arte contemporanea), come ha sottolineato Afroditi Panagiotakou, la direttrice artistica della Onassis Foundation e di tutti suoi programmi culturali. Nello spazio di Onassis Ready abbiamo incontrato e parlato a tu per tu con la grande attrice e artista Tilda Swinton, nata nel 1960 in Inghilterra.
In questa performance, lei dipinge un affresco vivido della sua famiglia, molto aristocratica. Ma, qua e là, percepisco tensioni all’interno di essa, e mi sembra che lei preferisse suo padre.
«Interessante. Non è forse lo scopo della famiglia quello di avere delle tensioni? Altrimenti, come fa la generazione più giovane ad andarsene? Come è possibile che esista un’evoluzione senza questa crescita? Ma, come dico in questa performance, sapevo molto presto che dovevo andarmene, ma non volevo allontanarmi, e così ho trovato un modo, e sono felice di poter dire di esserci riuscita rimanendo integrata nella mia famiglia. Un proverbio inglese dice che la mela non cade lontana dall’albero. Non direi di aver preferito mio padre, ecco credo che lui mi fosse più familiare, più vicino, per me più riconoscibile. Mia madre è per me ancora un po’ un mistero. Ma questa è una lunga storia. Non permetteva alle persone di avvicinarsi troppo. Anche mio padre non lo consentiva, ma io invece ne ho avuto il privilegio. Mia madre è morta prima di mio padre, quindi ho avuto lui, da solo, per sette anni, e così mi sono avvicinata molto di più a lui di quanto non fosse stato prima. Quando c’era mia madre, erano così legati (Tilda intreccia indice e medio, ndr), che non ci si poteva accostare. Forse, se mio padre fosse morto prima di lei, avrei potuto conoscere meglio mia madre. Ma finché stavano insieme, erano così indissolubili, uniti uno all’altro... Forse ciò si spiega perché erano entrambi figli unici. E poi eravamo in quattro figli. Ma mio padre, ora, lo capisco molto bene, sempre di più, e penso di essere simile a lui per molti aspetti».
In questa performance – un guardaroba autobiografico – lei descrive e anche indossa abiti dei suoi genitori e dei suoi antenati, non è però un’autocelebrazione di Tilda.
«No, non si tratta di me. Ma di uno scambio di energia e del modo in cui funzionano le famiglie. La mia, come tutte del resto, è molto particolare, unica. Mi piace pensare che chiunque guardi questa performance potrebbe immaginare di fare lo stesso osservando la propria storia famigliare, e sarebbe altrettanto affascinante, forse anche di più. Certo, ci sono alcune cose che non tutte le famiglie fanno. I miei hanno conservato tutto... Ieri sera stavo firmando copie del mio libro e diverse persone con cui parlavo dicevano: “Ho iniziato a pensare, cos’ho di mia nonna? dei miei genitori?”».
In realtà, questa cerimonia degli abiti che lei officia e mette in scena, ha una qualità zen…
«Li considero delle reliquie. E naturalmente, alcuni di questi pezzi li indosso ancora, altri no. Ma anche quelli che metto, sento che portano con sé lo spirito e la storia delle persone che li hanno indossati prima di me».
Quando viaggia si fa da sola la valigia? Ha un metodo?
«La preparo da me. A dire il vero, ultimamente, sono molto migliorata nel fare le valigie. Il peggior tipo di viaggio, lo sto facendo ora... Dalla Scozia, sono andata a Saint Tropez, poi ad Atene, Cannes, Seul, Londra, poi a Bilbao, e infine tornerò a casa. Quindi ci sono diversi fusi orari e diverse temperature. Ecco, questa è la peggior cosa. Devi essere molto schematica. Alcune cose le piego, altre le arrotolo, e procedo poi anche per strati. E poi, davvero non riesco a credere di essere diventata così assennata: quando sono in un posto e ho indossato qualcosa, la ripongo subito in valigia. E ora nell’armadio dell’hotel ho solo questa pochezza (Tilda unisce i palmi delle mani lasciando un piccolo spazio fra di essi, ndr), e poi stasera avrò ancora meno. Infine, l’ultimo giorno avrò solo quello che indosserò all’aeroporto. Finalmente ho trovato un metodo».
I suoi genitori organizzavano spesso delle feste a casa, lei e suo fratello avevate il compito di lavorare come camerieri, e lei odiava fare questo. Da inesperti, avete mai rovesciato nulla?
«Lavoro è proprio la parola giusta. Oh, no. Non ci avevamo mai pensato. Ecco che cosa facevamo, o meglio, la nostra versione. Andavamo in cucina a passare il tempo. Facevamo finta di fare qualcosa. Quindi, se mia madre diceva: “Dove sono le salse?”, noi la guardavamo...cercavamo di evitare, quello era il massimo del sabotaggio che siamo mai riusciti a fare. Ma no, non abbiamo mai rovesciato nulla. Regola numero 1: mai attirare l’attenzione su di sé».
Per sfuggire all’ambiente familiare che sentiva un po’ opprimente, se ne è andata a 18 anni come volontaria in Africa. Era solo una via di fuga o sentiva il bisogno di fare qualcosa per gli altri?
«È quello che dicevo riguardo alla ricerca della diversità. Sapevo solo che c’era un mondo più grande là fuori. Ma è vero, questo è uno dei semi. Sulla felpa avrei dovuto mettere anche la parola “servizio”, e questo è un altro legame molto stretto tra me e mio padre anzi, la mia famiglia, è l’idea di essere al servizio degli altri in qualsiasi modo possibile. Quindi sì, penso che sia stato importante. Non ho viaggiato per il mondo. Sarebbe stato meraviglioso farlo, ma per me era importante essere utile in qualche modo, quindi ho fatto volontariato».
Recitare è anch’esso un servizio?
«Non so molto cosa sia la recitazione. Penso che fare arte sia un servizio. In un certo senso, sussulto quando lei parla di questo perché non so bene che cosa essa sia. Perché per me, l’idea di recitare implica interpretare qualcosa, il che mi sembra legato a una sorta di artificio, di non sincerità. Quello che ho capito nel mio lavoro è che non mi identifico come attore. Ho sempre lavorato come una sorta di co-autore con i miei colleghi. E credo che questo sia un servizio perché si tratta di mettere in gioco sé stessi. Si tratta di essere trasparenti e mostrare i propri valori…».
Anche il proprio talento?
«Non so nemmeno cosa sia il talento, ma solo mostrare la propria disponibilità ad essere connessi. Questo è davvero importante per me».
Il red carpet lei lo definisce un dovere. Non è una vanità?
«No, perché non è una bella situazione. Non so chi potrebbe considerarla tale».
Derek Jarman le regalò uno specchio vintage, da toeletta, con la scritta di suo pugno: «Sono andato alla ricerca di me stesso. Per Toby, con amore, Derek». Quanto è essenziale uno specchio per capire sé stessi? L’immagine è sempre realistica?
«La cosa interessante di quell’oggetto è che è molto, molto “sfuocato”. Non puoi davvero vederti. Penso che uno specchio sia di utilità limitata. Vivere senza può essere davvero una vita ben vissuta, tutto ciò che può mostrarti è solo l’immagine esteriore, mentre lo specchio è al tuo interno. Io tendo ad evitare gli specchi se possibile. Perché uno specchio non si preoccupa della tua capacità di reagire. Ma solo di come appari. È come se la freccia puntasse sempre verso di te. A me interessano le frecce che puntano verso l’esterno. Molto spesso, quando giro un film, nel bel mezzo di una ripresa, mi rendo conto di non essermi nemmeno guardata allo specchio prima di andare sul set. E a volte sarebbe bene che lo facessi, così mi ricorderei che aspetto ho, probabilmente diverso da come sono».
In questa sua mostra, di cui è anche la curatrice, ci sono alcuni spezzoni inediti di film in Super 8 girati da Jarman, in cui appare giovanissima, ritrosa, ma anche molto libera. Come si vince la timidezza?
«Siamo tutti timidi. È solo che alcuni di noi hanno modi diversi di mostrarla. Alcune persone con atteggiamenti molto esuberanti e prepotenti, altre con la tranquillità. Non penso sia la cosa peggiore. Ero timida. Lo sono ancora, ma per un lungo periodo della mia vita ero inibita. Ed è vero, quando guardate quei primi film con me e Derek Jarman, potete vedere questa bambina che acquisisce fiducia in sé stessa, sorride ed è felice di essere vista».
Lei è anche molto ironica. Le piace far ridere?
«Oh sì sì! Ricordo sempre di aver letto una citazione di Michail Bactin, il quale afferma che solo la risata è una grande forza unificante. E penso che sia proprio vero».
Tilda Swinton (nata nel 1960) esordì nel cinema nel 1986 con il film Caravaggio diretta da Derek Jarman, suo grande amico. Famosi i suoi ruoli in film di carattere storico, come in Orlando (dal libro di Virginia Wolf che verte sull’identità di genere e girato da Daniele Vicari) o quello di Isabella di Francia in Edoardo II (nel 1991, regista ancora Jarman), per il quale vinse nello stesso anno la Coppa Volpi alla Mostra del Cinema di Venezia. Nel 2008 le è stato assegnato l’Oscar per miglior attrice non protagonista nel film Michael Clayton. Luca Guadagnino ha girato tre film con Tilda Swinton: Io sono l’Amore, A Bigger Splash e Suspiria. Per la sua naturale eleganza Tilda è anche musa di Chanel.